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The Midnight Sky

Regia di George Clooney vedi scheda film

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La recensione su The Midnight Sky

di mck
6 stelle

The midnight sky is the road I'm takin' / Head high up in the clouds / I was born to run, I don't belong to anyone, oh no / I don't need to be loved by you (by you).

 

 

Ma cosa minchia-diamine sarebbe (aka: vorrebbero che fosse) K23, mannaggia-puttana di una super-EVA (nel senso di una gran bella, ma pericolosa, uscita extra-veicolare) spaziale?!?
All’inizio - in un auto-illusorio slancio consapevole della propria ingenuità - ho pensato, sperato e financo pregato il Prodigioso/Mostruoso Spaghetto Volante che potesse trattarsi di un errore dei traduttori/sottotitolisti di Netflix, che avessero trasformato, insomma (scusate il profluvio di congiuntivi imperfetti a muzzo di membri di cane), un improbabilmente sineddotico “luna di tipo galileiano” (o un ancor più assurdamente metonimico “satellite di tipo gioviano”, come se ci potesse essere un minimo comun denominatore per i 79 corpi che gravitano attorno al gigante gassoso che non fosse “palla di roccia”) in “luna di Giove”, e invece, ovviamente, no: riascoltato l’audio originale inglese, riletti i sottotitoli italiani, ascoltata la traccia audio italiana, letti i sottotitoli inglesi, sfogliati da opensubtitles altri sottotitoli inglesi e italiani in un impeto di rigore scientifico e metodo sperimentale malriposti e sprecati e, infine, decifrato come H.A.L. 9000 il labiale dello jovine Giorgio Cluneo, ecco che, ebbene sì, K23 si rivela essere per quello che è, ovvero proprio una “nuova” luna medicea di Giove (e ciò significa che deve possedere dimensioni simili o tuttalpiù, al massimo, leggermente inferiori a Ganimede e Callisto per essere dotata di un’atmosfera - e riuscire a mantenerla - di tipo terrestre - che sia in grado, fra l'altro, di assorbire l'ingente quantità di radiazioni prodotte incessantemente dalla magnetosfera del pianeta madre che occupa una larga fetta del cielo visibile - creata dal calore interno del planetoide: come se Io - un altro dei 4 satelliti principali del gigante gassoso e il corpo geologicamente più attivo del Sistema Solare grazie soprattutto alle enormi forze di marea sprigionate dall’interazione con Giove attorno al quale orbita relativamente molto vicino - sputasse fuori ossigeno al posto di anidride solforosa, Gesù belluino e pure beduino!) saltata fuori dal buco del culo del più grande e massiccio dei pianeti del Sistema Solare (sarebbe stata più credibile la teoria del “piccolo sole mancato” o quella del nucleo composto da diamante invece che d’idrogeno metallico) chissà quando nei primi anni ‘20 del I secolo del III millennio d.C., Dio Scotto! (Scusate pastafariani.)

 

 

Ho proseguito con l’assistere al film - che oramai nella mia scala valoriale s’er’andato a incunearsi a mezza via fra “Cloud Atlas” (il miglior film delle sorelle Wachowski, qui con Tom Tykwer) e “Jupiter Ascending” (la loro peggior fatica: piuttosto recuperatevi “Speed Racer”, ecco) - per pura forza d’inerzia dovuta all’appeal gravitico iper-massivo del sopracitato Giorgio Cluneo, capace di attirare a sé la mia inscalfibile eterosessualità di maschio alfa e lanciarla contro il Sole come un culicide finito nell’anti-zanzare elettrico.

Come se ciò non bastasse, ecco comparire come per magia... – tralasciamo la meccanica orbitale dell’effetto fionda gravitazionale messa in piedi in 4 e 4’8 con supercomputer, lapis e bloc-notes (perché, beninteso, sì, quello era l'unico scopo del protagonista, sin da prima che iniziasse il film, anche se, però, attenzione, da realizzare non certo facendo fronte alle problematiche di sì grave portata cui l'astronave è andata incontro durante e lungo la rotta di rientro alla Terra), e persino storniamo l’attenzione dalla presenza di una cosiddetta “zona di spazio inesplorata e non mappata” (?!?) che inevitabilmente porta all’incontro con due distinti sciami meteorici (hic sunt brecciolino & sanpietrini), che davvero sono il minore dei mali, così come l'immersione nell'acqua salata sotto zero e la riemersione all'aria gelida che non comportano nemmeno un principio d'ipotermia, e va beh – ...la Comunicazione Istantanea fra l’astronave appena uscita dalla Fascia Principale degli asteroidi (ma diciamo pure che si trovi oltre l'orbita marziana) che interagisce senza alcun ritardo radio (che invece dovrebbe... farsi sentire, eccome!) con la base artica sulla Terra: ma dove cazzo siamo? In Star Trek, Star Wars e Topolino?


Il bello è che poi - per contro - l’astronave è costruita pure con un minimo sindaca(bi)le di plausibilità scientifica, col braccio tubolare di comunicazione fra i due ambienti opposti - sui quali la forza centrifuga esercita attraverso il momento angolare la simulazione concreta di una gravità artificiale imprimendovi una rotazione costante - utilizzato come corridoio di comunicazione in caduta libera (forza di Coriolis permettendo).

 


Ripeto, non ho letto il romanzo di partenza e non lo farò, ma questa noncurante sciatteria conquistata a fatica la imputerei - per negligenza d’omissione o per superficialità d’invenzione, vale a dire che o poteva migliorare e non l’ha fatto o poteva peggiorare e l’ha fatto - senza troppe remore non tanto al supervisore/decisore finale Clooney (che sarebbe comunque un ottimo presidente U.S.A.) quanto piuttosto allo sceneggiatore Mark L. Smith, che già aveva ammorbato il mondo con “the Revenant” in duetto con Alejandro González Iñárritu (e in terzetto con l’incolpevole Emmanuel Lubezki, co-autore del magnifico “Gravity” di Alfonso Cuarón: e da questo PdV il film può essere considerato un'espansione catastrofista ad "Aningaak" di Jonas Cuarón, la costola di "Gravity") dopo aver sfornato perle slavate come “Vacancy” (mentre “the Hole” è salvato dal mestiere di Joe Dante), prima di partecipare alla cosa-”Overlord” e in attesa che Quentin Tarantino decida di riscrivere completamente la sceneggiatura dello “Star Trek” che il nostro ha scritto per J.J. Abrams o di rigettarla per sempre, in un atto di emesi eterna (sì, un grano di bias).


E pure il fatto che le cause della catastrofe contemporaneamente cosmopolita alla fine, grazie a dei disturbi radio provvidenziali, non vengono svelate (si evince comunque trattarsi di un cataclisma repentino ingenerato antropicamente), pur essendo, quindi, conosciute all’umanità, non è affatto un problema. Ci sta, può starci. È tutto il resto che finisce bellamente fuori dal vaso. Per un film del genere un grado (non alto, ma almeno) medio di plausibilità scientifica (si consideri quel piccolo gioiello di “Europa Report”) è imprescindibile.


La scusa potrebbe essere: abbiamo usato la fantascienza per raccontare una storia etico-morale veicolata da un sentimento umanista. No, avete fatto un film fantasy con la profondità di un Harmony. Per la serie: ah, l’avesse diretto Clint Eastwood! (E sì, lo affermo pur essendo ben memore di “HereAfter”.)


La prima insufficienza al Clooney regista (e "the MidNight Sky" è un film suo a pieno titolo: lo ha voluto e realizzato): 2020, cosa vuoi ancora da questa sofferente umanità piagata e piegata da fame, sete, pestilenze, guerre e Diego Fusaro? (Il sistema rifiuta qualsiasi immagine relativa al fuffosofo testé citato e sostituisce con immagine difformemente analoga e contrastantemente attinente pescata a caso dall’internet.)

 

 

La carriera del George Clooney regista - tanto quando vuoi per caso ed occasione, quanto quando vuoi per necessità e volontà, e considerando che film quali “Syriana” di Stephen Gaghan, “Michael Clayton” di Tony Gilroy e “the Men Who Stare at Goats” di Grant Heslov possono essere considerati anche, in gran parte, “suoi” -, dopo il buon esordio di “Confessions of a Dangerous Mind” (con Charlie Kaufman al lavoro sull’autobiografia mokumentaria di Chuck Barris), può essere definita duale/dicotomica dato che nel ruolo di metteur en scene, co-sceneggiatore (sempre con Grant Heslov, tranne proprio nel caso di “the MidNight Sky”, scritto dal solo e già citato Mark L. Smith - il cui nome compare, nei titoli di testa, inciso bianco su bianco, e ben gli sta! - partendo da “Good Morning, MidNight”, il romanzo di Lily Brooks-Dalton, libro e autrice che non conosco e che a questo punto non ho alcuna voglia di conoscere), attore (tranne che per “Suburbicon”, allo script del quale hanno collaborato anche i fratelli Coen partendo da un loro soggetto) e co-produttore ha inanellato sempre un’opera di valore facendola seguire da un’altra molto meno riuscita, non indispensabile: agli ottimi “Good Night, and Good Luck.”, “the Ides of March” e “Suburbicon” seguiranno infatti, rispettivamente, i discreti, ma mai buonissimi, “LeatherHeads”, “the Monuments Men” e giustappunto questo “the Midnight Sky”. [Eccezione che conferma la regola: “Catch-22”, la validissima mini-serie del 2019 da Clooney interpretata (in un ruolo secondario ma forte), co-prodotta/diretta (con Eslov ed Ellen Kuras) e scritta da L.Davies/D.Michôd traendola dall’omonimo capolavoro di Joseph Heller del 1961, che era già stato portato al cinema nel 1970 da Mike Nichols su script di Buck Henry.]

 

Il Clooney attore invece è sempre una garanzia, e anche la sua versione più giovane, Ethan Peck, gli sta al passo (e insieme esplicitano la massima di Miley Cyrus: “I don't need to be loved by you!”), così come Demián Bichir e Kyle Chandler (con l’aiuto della Dolce Caroline di Neil Diamond). Dal canto suo Felicity Jones, come al solito, non è né carne né pesce, e concede una prestazione anfibia. Mentre è discretamente buona quella di Tiffany Boone. Chiudono il cast: Sophie Rundle, David Oyelowo e la piccola Caoilinn Springall.
Fotografia di Martin Ruhe, già con Clooney per “the American” e nel recente e già citato “Catch-22” dove ha potuto esercitarsi con qualche momento giroscopico: non è Lubezki, ma se la cava alla grande. Montaggio di Stephen Mirrione, sodale di Clooney così come di Iñárritu, Liman e Soderbergh. Musiche di Alexander Desplat belle di per loro e funzionali, ma un filo in sovrappiù.
Producono la SmokeHouse Pictures di Clooney/Heslov e Anonymous Content. Distribuisce Netflix.

 

 

In buona sostanza “the MidNight Sky” è “SF” da belluria e passamaneria e s’accoda a quel filone “aperto” da prodotti medi, fallimentari e praticamente innocui quali “TomorrowLand” (che non funziona nel cosa) di Brad Bird e Damon “Lost in la Isla” Lindelof e “the Circle” (che non funziona nel come) di James Ponsoldt dal buon Dave Eggers.


Al termine dei titoli di coda s’ode un brulichio di creature viventi, e/ma pure in questo caso era già stato fatto meglio: al culmine del “2010” di Peter Hyams sulla superficie terraformata di Europa


Per finire - e non è un grosso spoiler, suvvia, ma cmq. ne segnalo prima la presenza: "Attenzione!" -, il “colpo di scena” - legato alle relazioni tra i personaggi (vogliamo almeno accennare all'altra questionecella sottaciuta riguardante il salvare la razza umana popolando K23 grazie all'incesto? Di necessità virtù... Del resto, se ce l'hanno fatta Adamo ed Eva...) e non al contesto tecmico-scientifico - è telefonatissimo, anzi telegrafato, spedito via posta, trasmesso attraverso segnali di fumo o per meglio dire affidato a un piccione viaggiatore: cioè arriva dopo due ore di volo precario e zigzagante ad andatura turistica, affaticato, ansimante, spiumato, ha bisogno di cure e scagazza dappertutto.


L’autentico detrito spaziale - "etereo" come il nome della sua astonave (Aether) - è proprio - con tutte le attenuanti e le aggravanti del caso sopra descritte - il film. 

* * ¾ - 5.5 

(Meglio, allora, la “bruttina ma carina” versione di Miley…)         

 

E comunque a Natale ci sarà sempre “Trading Places” (a tal proposito mi permetto qui di correggere l’adorato John Landis sul fatto che no, non è la Rai a trasmetterlo ogni anno: grazie Silvio! Sei una brutta persona orribile, ma ogni anno da 30 anni ci regali per interposta brutta gens orribile le poppe di Jamie Lee Curtis erte a sfidare la gravità. Come epigrafe sulla lastra di marmo è un po' lunga, ma il mausoleo è grande, perciò...).   

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