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Dawn

Regia di Anders Elsrud Hultgreen vedi scheda film

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La recensione su Dawn

di mck
5 stelle

After the Fall (in Full Winter). Esseri raminghi scampati al climax cataclismatico dell'antropocene deambulano verso mistiche mete.

 

Morgenrøde” (l'Alba di Domani), non “un film di”, ma “prodotto, scritto, diretto, fotografato, montato e sonorizzato (le musiche invece sono di Ole Petter Sørum) da” Anders Elsrud Hultgreen (che s'è occupato anche di confezionare e distribuire i cestini del rancio - paninazzi al merluzzo essiccato e birra di salice nano - nelle pause pranzo), già autore di “il Silenzio Piramidale”, un cortometraggio documentario di fantascienza - cui il finale di “Morgenrøde” rimanda, antropo/icono/figurativamente, in parte -, è un film in/non sufficientemente delirante (ma sicuramente sprezzante del pericolo/ridicolo), al quale un po' di delirio jodorowskyano male non avrebbe fatto di certo. Così, tanto per.

Avete presente le Lofoten? No? Nemmeno io. Bene. Lavoriamo d'immaginazione (e di Google Maps + Wiki + National Geographic Norway). Bene-bis. Adesso immaginate le Lofoten dopo un'apocalisse ecologica. Cos'avete ottenuto? Esatto: l'Islanda. Su IMDb ha una media di 5.7 con 75 voti. Tutti delle Lofoten. Tranne il mio.

Appare la prima figura umana, immersa arrancante nel paesaggio di rocce e sabbie nere vulcaniche, e la MdP - geologicamente entomologica - si (ri)mette in bolla - almeno giusto per un poco - (ri)tornando in equilibrio prospettico con la linea d'orizzonte planetaria - il corrusco ma pianeggiante paesaggio è quasi perpetuamente reso pendìo (magari se n'è andata a ramengo anche l'inclinazione dell'asse terrestre), tanto lo sfondo quanto il primo piano, causa inclinazione costante di 30/45° della MdP -, ché fin lì sembrava d'essere in orbita attorno a Mercurio. 

 

[Questa è una gran bella roccia. In riva ad un mare morto.]

 

Un viaggiatore/pellegrino straniero che intona cantilenanti preghiere arabo-finniche da foreign fighter mussulmano-groenlandese disegna runico-neolitici circoletti coppellati nello sfagno sopravvissuto alla catastrofe (in esergo si cita un brano dalla Bhagavadgita del Mahabharata, e quindi un pensiero va anche a Robert Oppenheimer, il Distruttore di Mondi) e nella petroleosa e inutilmente fertile perché contaminata cenere eruttata dagli eoni e corrosa e corrotta dai piani quinquennali con dei pezzi di pirite (l'oro degli sciocchi) che gli ha venduto Uannamarchi passa per il territorio/casa di uno stanziale girovago: entrambi superstiti a un'apocalisse già avvenuta.

Il tedio. Questo film dell'abbiocco è la sorgente incontaminata. Con qualche sprazzo di sparuta meraviglia. E un debilitante viraggio/filtraggio violetto [l'acqua sembra quella dell'Olona degli anni '80, quando il fiume di volta in volta prendeva il colore a seconda di quali serbatoi le indurstrie tessili dell'alto milanese (Castellanza, Legnano, San Vittore Olona, Parabiago, etc...) decidevano di svuotare e lavare (mentre oggi il corso d'acqua che Milano inghiotte a monte dopo Rho-Pero e sputa fuori a valle è tornato ad un livello sufficiente di qualità ambientale, grazie ai depuratori e al fatto che la maggior parte delle industrie tessili sono fallite e i loro proprietari morti si spera delle peggiori malattie); ultimamente un colore simile (viola e marrone) l'ho notato nel tratto finale dell'Arnetta, tra Gallarate e Lonate Pozzolo: anche in questo caso, auguro cancri, tumori, carcinomi e metastasi a tutti i responsabili]. 

 

[E questo invece è l'oceano. Così come dovrebbe essere.]

 

Zone prospicienti: “il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman, “Uccellacci e Uccellini” e “Cosa Sono le Nuvole” di Pier Paolo Pasolini, “Perdizione”, “Satantango” e “le Armonie di Werckmeister” di Béla Tarr, “i Giorni dell'Eclisse” e “Madre/Padre e Figlio” di Alexander Sokurov, il cinema di Sarunas Bartas, “Gerry” di Gus Van Sant, “Nooit Meer Slapen” di Boudewijn Koole, “Monte” di Amir Naderi: no.
No, qui siam dalle parti di Davide Manuli (“Beket” e “Kaspar Hauser”) e - a proposito di natura da un lato martoriata e dall'altro, a prescindere, indifferente ed "ostile" - dell'ingenuità (se va bene) del “BackCountry” di Adam MacDonald e della pochezza (se va male) del (remake di) “Long WeekEnd” di Jamie Blanks.

Film nuovo smagliante, stanchissimo. Inusitatamente insostenibile.
I due protagonisti si nutrono di muschi, licheni e cortecce. Anche lo spettatore, cinematograficamente parlando.
Meglio “EveryThing Beautiful is Far Away” e “Bokeh”, e ho detto tutto.
Anzi no, ecco: “L'universo è morto. La morte non ci preoccupa: finché siamo vivi, la morte non è qui. Quando arriverà, non ci saremo più.” (Gran Premio della Giuria al Festival del Grazie al Cazzo 2014). Ora sì, e cmq. mo' me lo segno.

Ottimo - ma è un attimo, che non giustifica il resto (ch'è comprensivo però di un altro rimarchevole breve segmento: l'apparita carcassa metallica dell'aeroplano scheletrizzato e ridotto a una carlinga e a una fusoliera rese dagli eventi exuvie ballardiane) - pre/sottofinale giocato tutto, volutamente o/e per forza di cose, sul fuori campo di un contro-campo assente. Lo stanziale diviene migratore, prendendone il testimone, e perseguendone e imitandone le convinzioni, e via di questo passo. Ovvero uno dopo l'altro.

* * ¾ - 5½  

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