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Bokeh

Regia di Geoffrey Orthwein, Andrew Sullivan vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Bokeh

di mck
6 stelle

Il contributo delle aree lasciate fuori fuoco, la loro resa, è la scomparsa. Ci si concentra sui corpuscoli di polvere rimasti aggrappati alle lenti dell'obbiettivo.

Trilogia della Terminologia (Cine)FotoGrafica {“Bokeh” (esito su carta/schermo di un intervento durante la ripresa/sviluppo/stampa/proiezione), “Raw” [memoria analogica registrata su pellicola (fotogrammi di gelatina e sali di nitrato d'argento e di bromuro di potassio) e su supporti digitali (pixel in file di dati in bit/byte)], “Zoom” (intervento meccanico/digitale durante la ripresa/post-produzione)} / 1 : "Bokeh", o: "Don't Panic!".

Bokeh: sfocatura.
Nuove lenti, altri occhi, ulteriori sensi (ad esempio: "Barry Lyndon" di Stanley Kubrick filmato utilizzando lo Zeiss Planar 50mm f/0,7), e radiazione di fondo come unico bisbiglio del Creato. 

 


Le zone (involontariamente o no) sfocate delle immagini o degli audio-video catturati (d)alla realtà e la tecnica per ottenerle (consapevolmente e volutamente) tali. Scarsa profondità/estensione di campo a fuoco verso/contro una più acuta nitidezza su piccola, minore, minuscola, infinitesimale scala (ad esempio, portando oltre il limite del reale questa tecnica, si consideri l'effetto miniatura). Un obbiettivo a focale lunga puntato su un soggetto in primo piano più un diaframma molto aperto renderanno il soggetto a fuoco e lo sfondo sfocato e viceversa. 

 


Gli alieni (un lampo azzurro alla “SkyLine”, film non poi così ripugnante, dai!), gli déi, gli errori entropici (e non antropici) e casuali di arrotondamento dell'universo, o chi per essi -[le varie reti di telecomunicazioni così reagiscono al post-umano: la rete satellitare continua ad orbitare sincronizzata, internet non crolla e collassa ma semplicemente non viene aggiornata, la telefonia mobile mantiene la connessione coi ripetitori terrestri e i ponti radio ultra-stratosferici, i canali all news mandano rumore bianco e monoscopio policromo mentre le generaliste continuano a trasmettere film, serie tv e programmi vari, per inerzia: l'energia nucleare, idroelettrica, geotermica (nello specifico: siamo in Islanda; non che a Larderello siano da meno, eh!) o da accumulo continua ad alimentare il sistema automatizzato che gli esseri umani hanno costruito in quest'Era della Protesi]-, fanno scomparire - disinfestazione globale - il 99,99% periodico ("the LeftOvers" al contrario) della popolazione dell'umana civiltà del pianeta Terra, terzo da Sol. 

 


Tutto è fuori fuoco, solo qualche pixel (o i sali di nitrato d'argento custoditi nel corpo macchina RolleiFlex che non potranno, mai, più essere decomposti e fissati e passare le loro ombre di luce dalla gelatina animale 6x6 alla carta fotografica) resta nitido, in primo piano: la polvere sulla lente dell'obbiettivo, i superstiti: la giovane coppia composta da Jenay e Riley, e, poco prima della fine, un anziano, Nils, i quali, al contrario dei protagonisti da iniziale maiuscola puntata di “A Ghost Story”, un altro coevo viaggio “alla fine del tempo” [(s)e(nza) ritorno], mantengono il proprio nome di battesimo (o, meglio, allo spettatore è concesso conoscerlo).

“Dicono che l'unica voce di Dio sia il silenzio. Deve avere molto da dire in questi giorni.”

I due fotografi/registi/sceneggiatori semi-esordienti, Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan, così come i due attori protagonisti, Maika Monroe (l'eccessivamente sopravvalutato “It Follows”) e Matt O'Leary (pur nella diversità della loro relazione, i rapporti di forza possono essere accomunabili a quelli riscontrabili in “Monsters”), fanno il loro, con discreto onore.
Fotografia (Canon EOS C300 Mark II, anamorfico, 2.35:1) di Joe Lindsay, anch'egli semi-esordiente; montaggio dello stesso Geoffrey Orthwein; musiche di Keegan DeWitt (“Listen Up Philip”, “Queen of Earth”, “the Hero”).
Siamo comunque lontani anni luce da sbrodolamenti quali “Equals”, “UpSide Down”, “Another Earth”, “I Origins”… Ci troviamo più che altro in zona “Womb”, “the OA” e “the Discovery”, a livello molto più basico e meno articolato e coraggioso, però (ad ogni modo attenzione alla scena ascensoriale: furba, ammiccante, prevedibile e telefonata quanto si vuole, ma funzionante...).

 

Come in un'istantanea. Un po' fuori fuoco. Non v'è un prima (ma c'è stato, e i cascami, i lacerti, le rigaglie del mondo che fu "comunicano" coi superstiti attraverso le imago delle loro ottuse e involontarie eredità elettro-meccanico-informatiche) e non v'è un dopo (ma ci sarà, senza di noi/voi/loro).

"Bokeh" racconta, anche, della fine di un amore. Non sarà mica la fine del mondo!

Il contributo delle aree lasciate fuori fuoco, la loro resa, è la scomparsa. Ci si concentra sui corpuscoli di polvere rimasti aggrappati alle lenti dell'obbiettivo. I sopravvissuti/sopravviventi, i rimasti, i restanti. Non c'è molto altro dietro/dentro, ma il racconto scorre, bene, fino a quando “termina”, e non scorre più, perché s-finisce, in folle, e nemmeno un sordo lamento, figuriamoci un bang. E poi anche l'abbrivio sfuma nel nero.   

 

 

* * ¾ (***)


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Postilla.
Minimo florilegio/bignami del filone fine-di-mondo (escluse epidemie di zombie e non, e invasioni aliene, con qualche eccezione al limine, del tutto arbitraria), umanista, psico-sociologico e speculativo e/o Hard SF, di fine millennio (tutti in fila in ordine cronologico, niente panico, è solo la fine del mondo) : “Last Night” di Don McKellar (1999), “le Temps du Loup” di Michael Haneke (2003), “SouthLand Tales” di Richard Kelly (2006), “Children of Men” di Alfonso Cuaron da P.D. James (2006), “Tres Días” di F.Javier Gutiérrez (2008), “the Road” di John Hillcoat da Cormac McCarthy (2009), “Vanishing on 7th Street” di Brad Anderson, (2010), “A Torinói Ló” di Tarr Béla (2011), “4:44 - Last Day on Earth” di Abel Ferrara (2011), “Melancholia” [dall'inversione ed evoluzione dei ruoli tra Claire e Justine al similare ma non identico percorso (nel quale interviene sia una conferma che una confutazione dei loro caratteri e personaggi attraverso un processo e uno sviluppo delle dinamiche comportamentali) compiuto da Jenay (retroterra religioso: suicidio) e Riley (concretezza pragmatica: "speranza")] di Lars von Trier (2011), “die Wand” di Julian Pölsler (2012), il ''dittico'' composto da “This is the End” di Evan Goldber e Seth Rogen + James Franco (2013) e dal capitolo finale della trilogia del cornetto, “the World's End” di Edgar Wright-Simon Pegg (2013), "These Final Hours" di Zak Hilditch (2013)… Aggiungerne a piacere, su, su, sino a “Verdens UnderGang” di August Blom, “la Fin du Mond” di Abel Gance, “la Jetée” di Chris Marker (e poi “12 Monkeys” di Terry Gilliam), “No Blade of Grass” di Cornel Wilde, e “la Fin Absolue du Mond” di Hans Backovic (e John Carpenter)...       

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