Il soldato Chris Kyle (Bradley Cooper), infallibile cecchino dell’esercito americano, all’attivo circa 160 vittime, è ormai in congedo, ha ristabilito faticosamente un contatto col suo lato umano e si occupa della moglie Taya (Sienna Miller) e dei due figli. Tanya gli dice che è fiera di lui mentre Kyle si allontana, esce dalla porta e si incontra con un reduce della guerra in Iraq, dai lineamenti ancora scossi e nevrotici.

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American Sniper

La mdp li inquadra da lontano, dal punto di vista della moglie che lo osserva sull’uscio, quasi consapevole di vederlo per l’ultima volta. Una scritta lapidaria ci informa che Kyle è stato ucciso da quel reduce e partono, sui titoli di coda, dei filmati d’archivio del funerale di Kyle celebrato come un eroe. Ma è davvero così? American Sniper (2014) fin dall’uscita è stato uno dei film più problematici – almeno sul piano della ricezione della critica – della carriera di Clint Eastwood, al quale sovente si applica il famoso doppio magistero che recita “separare l’uomo dall’artista”. La ‘colpa’ originaria di Clint è quella di essere repubblicano mentre buona parte della critica cinefila si auto-assimila a posizioni a sinistra dello spettro politico.

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Nondimeno Eastwood gode di una considerazione notevole non solo in virtù del suo status di icona ma anche dei temi che talvolta ha avuto il coraggio di affrontare come regista, spesso superando a sinistra colleghi coevi, cosa che potrebbe ascriverlo a posizioni libertarie (si pensi al revival del dibattito sull’eutanasia ispirato in parte da Million Dollar Baby (2004)). Kyle è un eroe o un assassino? Guardando il film senza pregiudizi ideologici o idiosincrasie anti-americane o anti-atlantiste di sorta riesce difficile affermare che American Sniper sia un film agiografico. Fin dall’inizio l’identificazione col mirino del fucile di Kyle ci costringe a porre il dilemma etico della morte e quasi a ‘contare’ i cadaveri con sofferenza (come avveniva in Gli spietati (1992) ad esempio).

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American Sniper

E il finale lo conferma: Kyle tenta di tornare ‘uomo’ e la regia si concentra non su di lui (non accade mai in effetti, tranne quando imbraccia il fucile) ma sulla moglie, spettatrice affranta e impotente delle nevrosi indotte dell’amato. L’interesse di Eastwood non è sulla società come entità astratta, sullo Stato o sull’esercito ma sugli individui e le loro fragilità, i loro dubbi (o la loro assenza) e le sofferenze, sull’intimità di Kyle e non sull’istituzione di cui fa parte. Kyle è un individuo fragile e poco profondo, fermo ai quattro precetti impartiti dal padre e agli sparuti dogmi militari: una psicologia semplice, ‘pura’, e per questo pericolosa.

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Una sobria scritta ci rende edotti della ‘ironia’ per cui viene sì ucciso ma da un ‘sodale’ e non da uno dei ‘selvaggi’ che è andato a stanare in Iraq, e suona come un epigramma amaro e mesto, di un dio che è rassegnato a non trovare un senso nella propria creazione, seguito da funerali ripresi ‘dal vero’ privi di musica tronfia o particolarmente struggente.

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American Sniper

L’altro motivo per cui American Sniper non è un film bellicista, oltre all’occhio ‘individualista’ di Eastwood, risiede proprio nell’utilizzo di questi filmati di repertorio. L’ultima fase della carriera del regista americano è costellata dall’impiego dei video ‘di recupero’ (fino al parossismo di Richard Jewell che per questo assume tratti metatestuali complessi, per non parlare di Ore 15:17 - Attacco al treno che diventa una specie di re-enactment); il filmato dal vero è un surplus di realtà utile a non farci dimenticare che si sta parlando di vita, di verità, non di cinema o di cultura: Eastwood è in questo senso l’autore più anti-postmoderno in circolazione.

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Non è però un ‘classico’ ingenuo ed è inevitabile che mostri la ‘verità’ filtrata dallo schermo televisivo: Kyle e la moglie vivono tutti gli eventi importanti tramite la tv. Finché Kyle, ormai devastato dal trauma bellico, catatonico davanti al televisore, sente spari e rumori, ma lo schermo è spento: è diventato lui l’immagine della guerra. La sua morte non può quindi essere messa in scena e i funerali sono ‘veri’.

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American Sniper

L’uso dei filmati è in fondo un altro aspetto dell’etica dello sguardo di Eastwood: il cinema può servire per parlare del mondo e delle sofferenze umane, a patto di ricordarsi che è una rappresentazione e che le sofferenze sono avvenute là fuori; il video quindi più che una testimonianza o una garanzia di realismo è un promemoria sui limiti del visivo e sulla concretezza dell’oggetto (o del soggetto) del discorso. Una dichiarazione di serietà e di impegno che pochi sono disposti a fare, oggi, con tale rigore e asciuttezza.

Autore

Dario Denta

Nato a Bari nel 1994, ha studiato Matematica e Filosofia tra Perugia e Firenze, caporedattore de Lo Specchio Scuro, è uno dei conduttori del podcast di cinema Salotto Monogatari. Ha scritto su Shiva Produzioni, L’inutile, Ghinea, La Chiave di Sophia, agit-porn e Immoderati e ha dato un piccolo contribuito al Dizionario Mereghetti 2022. Si interessa di estetica del cinema e della videoarte.

Il film

locandina American Sniper

American Sniper

Azione - USA 2014 - durata 134’

Titolo originale: American Sniper

Regia: Clint Eastwood

Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Luke Grimes, Jake McDorman, Kevin Lacz, Cory Hardrict

Al cinema: Uscita in Italia il 01/01/2015

in streaming: su Now TV Sky Go Apple TV Microsoft Store Google Play Movies Rakuten TV Amazon Video