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Downsizing - Vivere alla grande

Regia di Alexander Payne vedi scheda film

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La recensione su Downsizing - Vivere alla grande

di supadany
6 stelle

Venezia 74 – Concorso ufficiale.

Quello instaurato da Alexander Payne con la commedia è un rapporto di lungo corso, che ha sempre cambiato pelle, rimanendo comunque pregno di un amore indissolubile.

Dalle controversie riproduttive di La storia di Ruth - Donna americana, alla risata nera di Election, da una radiografia di un paese fermo al chiodo di A proposito di Schmidt fino al viaggio che riaccende la fiamma della voglia di vivere di Sideways. In viaggio con Jack (primo Oscar per la sceneggiatura), passando dal Paradiso amaro (secondo Oscar per la sceneggiatura, questa volta non originale) per approdare all’ultimo bianco e nero di Nebraska, un’opera agli antipodi rispetto a questo nuovo capitolo dell’autore che, arditamente, ricerca venature dai molteplici indirizzi rischiando più volte di perdersi per strada.

Paul Safranek (Matt Damon) è un uomo qualunque che per se stesso e la moglie Audrey (Kristen Wiig) sogna un futuro radioso, che consenta loro di ottenere qualcosa di più dello stretto indispensabile. Così, decidono di salutare definitivamente quella sfera di mondo che da sempre listima per partecipare al progetto miniaturizzazione, ormai lanciatissimo e pubblicizzato in ogni dove.

Fin dal risveglio nella nuova dimensione, Paul deve affrontare una nuova vita assai distante da quanto immaginava nei suoi sogni dorati.

 

Matt Damon, Kristen Wiig

Downsizing - Vivere alla grande (2017): Matt Damon, Kristen Wiig

 

Da Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi fino al più recente Ant-man, senza omettere tutto quanto ha circondato Gulliver e i suoi viaggi, il cinema ha amato rimpicciolire gli esseri umani nella speranza di conquistare il pubblico generalista. L’opera di Alexander Payne verte su ragionamenti di ben altro spessore, presenti in quantitativi talmente corposi e segnati da cambi di traiettoria anche incauti, tali da creare un senso di spaesamento che va oltre quanto il buon senso potrebbe definire come accettabile.

Teoricamente, i presupposti per pensare in grande ci sono tutti, tra le promesse di un futuro migliore che chiunque anela, le scoperte rivoluzionarie che possono rivoltare il sistema come un calzino, comprensive di vantaggi e controindicazioni (tanto per dire, dimensioni ridotte significa meno rifiuti ma anche meno consumi), senza tralasciare considerazioni che toccano principalmente il singolo per poi riflettersi sulla comunità globale, lambendo, qualora non si addentri, svariati fronti.

Imperdonabilmente, a vacillare è proprio la coerenza della sceneggiatura di Jim Taylor (già collaboratore del regista in La storia di Ruth – Donna americana, Election, A proposito di Schmidt e Sideways. In viaggio con Jack), che mette a contatto troppe variabili e stili diversi. Downsizing parte come un finto documentario che illustra la scoperta, si muove nel territorio della commedia disillusa (per quanto il mondo possa trasformarsi, manterrà sempre delle storture), inserisce qualche acuto da dramma e alcune stilettate di satira (i momenti migliori, soprattutto quando spettano a Christoph Waltz e Udo Kier, che insieme sono uno spasso), continuando imperterrito nelle variazioni, impedendo più volte l’attecchimento dello sviluppo, sempre pronto a cambiare pelle.

Da ogni muta arrivano degli stimoli, che spaziano dal galvanizzante fino al frastornante, anche se l’itinerario conserva quasi sempre un discreto interesse, scivolando sulla via più scontata giusto all’ultima chiamata (leggasi come finale) che, a ben vedere, completa la morale del messaggio (come uomini siamo piccoli al di là delle dimensioni e dovremmo imparare a prestare maggior attenzione a qualsiasi cosa facciamo), completando il fronte con quella dose di miele che sembra fare da richiamo per l’Academy.

 

Hong Chau

Downsizing - Vivere alla grande (2017): Hong Chau

 

A ogni modo, è difficile pensare a Downsizing come titolo in grado di ripetere le fortune da Oscar delle ultime aperture veneziane (vedi Gravity, Birdman e La La Land), perché se spruzza cinismo e propone visioni dal futuro orientandosi sull’attualità, su quell’insoddisfazione perenne, quelle (finte) promesseche sembrano quasi sempre voler semplicemente vendere un prodotto e sentenze capitali basate su conteggi meramente soggettivi, sembra principalmente un contenitore ricolmo, al punto da rendere impervio anche l’espletamento di un’accurata cernita tra pregi e difetti, seguendo una strada parallela e contigua al suo protagonista, un Matt Damon talmente uomo comune e distante dal prototipo Jason Bourne da passare per subordinato, che vede come primaria la difficoltà di districarsi tra tante porte scorrevoli alla strenua ricerca di un senso ultimo.

Sveglio e loquace, ma anche confusionario e protocollato con un criterio discutibile e scarsamente armonizzato.

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