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Trama

Un road movie su un furgone rosso in giro per la Sicilia alla ricerca dei nuovi narratori orali che si richiamano alla grande tradizione del cunto e dei cantastorie, per raccontare l’altra Sicilia, quella che si risveglia attraverso la forza universale delle storie popolari del passato per narrare il nostro presente.

Approfondimento

I CANTASTORIE SICILIANI

Il viaggio, con Don Chisciotte seduto sopra il tettino del furgone a bordo del suo cavallo bianco, e Ulisse, Polifemo, Angelica, Orlando, Bradamante e Rodomonte, la Sirena, Colapesce e Sancho Panza seduti sul retro, si svolge su un furgone rosso simile ai vecchi carretti siciliani del dopoguerra, che andavano in giro per la Sicilia a mostrare al popolo di contadini e pescatori l’Opera dei Pupi. Dall’800 in poi con il teatro tradizionale delle marionette, attraverso il grande patrimonio di storie antiche e condivise gli operanti diffondevano un gesto di ribellione politica.

L'Opera dei Pupi sopravvive nel sud ancora oggi, come uno dei simboli dell'identità siciliana, e nel 2001 è stata proclamata dall'UNESCO "Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell'umanità".

Il viaggio parte da Palermo e tocca cinque luoghi simbolici della Sicilia, ciascuno legato a una storia e a un grande narratore orale siciliano.

I protagonisti sono Mimmo Cuticchio, a Palermo, primo e ultimo puparo vivente, che oggi si fa chiamare "il nuovo cuntista dei naufraghi". Ci racconta del suo Teatro dei pupi e della sua formazione a Palermo tra gli antichi maestri del cunto da cui ha ereditato un mestiere oggi noto in tutto il mondo.

Vincenzo Pirrotta, a Partinico, nelle terre di Danilo Dolci e Peppino Impastato (giovane attivista e giornalista italiano ammazzato dalla mafia), ci cunta di Orlando Furioso per denunciare i latitanti mafiosi che ancora oggi si nascondono in territorio siciliano.

Gaspare Balsamo, a Trapani, tra gli studi di una radio locale, le tonnare abbandonate e i mulini a vento di Culcasi, ci racconta dell’incontro tra Don Chisciotte e Peppino Impastato, ma anche della lotta contro i mulini a vento e della fuga di Ulisse dalle grinfie del Ciclope ubriaco.

Mario Incudine, a Gela, tra i resti del Petrolchimico, e nelle cave di Caltanissetta ci canta il Lamentu di Turiddu Carnevale scritto da Ignazio Buttitta per Ciccio Busacca, che ha raccontato al mondo con la sua chitarra il sogno infranto di chi aveva creduto nel progresso in Sicilia.

Giovanni Calcagno, a Paternò, dove ha sede la casa del cantastorie in memoria di Ciccio Busacca, e a Piedimonte Etneo, ai piedi dell'Etna, dove la terra trema e dove l'ex saltimbanco e artista di strada, ora volto noto del cinema e della televisione, vive senza luce e senza acqua in assoluta solitudine, cunta del poeta innamorato e solitario che fu inghiottito dal vulcano sotto le scosse di un terribile terremoto, e della solitudine del Ciclopuzzo innamorato, che proprio qui aveva la sua dimora.

Il viaggio si conclude a Palermo, laddove è iniziato, dove Mimmo Cuticchio sotto le vesti di Don Chisciotte, percorre Corso Vittorio Emanuele su un bellissimo cavallo bianco guidato da Yousif Latif Jaralla, un narratore orale

iracheno che ha imparato l'arte del cunto proprio da Cuticchio, nelle vesti di Sancho Panza.

Il film si chiude sotto la superficie del mare, dove i pupi e le loro storie affondano per tornare a riposare, tra le ceneri dei miei genitori a cui questo documentario è dedicato.

Curiosità

LA PAROLA ALLA REGISTA

"Ricordo quando da bambina mio padre mi portava a nuoto alla grotta di Polifemo. E mi raccontava di Ulisse, che, tanti anni fa, aveva attraversato come noi questi mari. Con queste mie parole si apre la prima sequenza del mio documentario, sotto la superficie del mare, in un'isola magica non precisata, dove all’improvviso, come rievocati dai miei ricordi di bambina, mi appaiono davanti, dietro il canto delle sirene, le figure di Ulisse, Polifemo, Omero, Orlando, Angelica, Don Chisciotte e Sancho Panza.

Sono apparizioni della mia fantasia, distorte e ingrandite dalla focale corta del grandangolo, salgono lentamente dal basso, come personaggi in cerca di autore, tra i fasci di luce che li illuminano dall'alto, per rinascere in un nuovo viaggio, a bordo di un magico furgone rosso guidato dal primo e ultimo cuntista e puparo vivente, Mimmo Cuticchio.

Il furgone è la macchina del cinema, ma anche la macchina del tempo, con i pupi appesi sul retro scoperchiato e Don Chisciotte sul tettino, la lancia protesa in avanti, in cerca dei nuovi cuntisti che possano fargli, e farci, rivivere il sogno, in giro per la Sicilia del grande mito e della tragedia classica.

Io sono lo sguardo del film, la sua voce narrante, perché questo film è prima di tutto un mio cunto di gioia e di dolore, dedicato alla mia infanzia e alla mia memoria. Un viaggio di formazione dalla vita alla maturità, che ha inizio nel liquido amniotico del ventre materno, e finisce sotto le viscere della terra, nelle profondità del mare, dove i miti del mio passato tornano a riposare in mezzo alle ceneri di mio padre e mia madre.

Il Paradiso è un'altra storia, canta Lello Analfino nella canzone originale che chiude i titoli del film. Il paradiso sta nella forza della memoria, e del racconto, che passa di generazione in generazione, e che ci protegge dalle viscere della terra ricordandoci che il c'era una volta ci sarà ancora.

D'altronde Dio creò l’uomo perché amava sentir raccontare delle storie, recita il detto hassidico che ho posto in epigrafe del film.

Non vi sono interviste tradizionalmente intese.

Ciascun protagonista rivive in modo intimo e sperimentale il mito, mettendolo in scena en plain air nei luoghi del proprio vissuto personale e professionale.

La fotografia, firmata da Clarissa Cappellani, è surreale e antinaturalistica, con la dominante del rosso lungo il viaggio, ieri la vela di Fughe e approdi, oggi il furgone carico di pupi, per accendersi di volta in volta nei colori dei luoghi che hanno dato i natali ai nostri protagonisti e dove sono ambientate le nostre storie: il marrone di Partinico, il rosa delle Saline di Marsala, il bianco delle cave dell'entroterra siciliano, a contrasto con il nero dell'Etna, sconvolta dal terremoto.

L'utilizzo di foto e materiale di repertorio si mescola alla messa in scena reale dei cuntisti, in un montaggio ritmico e mai lineare, firmato da Benni Atria, che dà al nostro viaggio un andamento sospeso tra passato, presente e futuro".

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