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Horse Girl

Regia di Jeff Baena vedi scheda film

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La recensione su Horse Girl

di mck
8 stelle

Una parte della mente rimane ferma mentre un'altra inizia a ballare la riverdance trasportando entrambe - e il resto - altrove.

 

 

Horse Girl” (dolce, ma terribile, commovente e doloroso, roseo/ameno, ma non arreso, e triste, ma - attenzione: sto per usare la parola “resiliente” - resiliente) termina a quattro quinti del suo percorso, venuta fisiologicamente, ambientalmente ed epigeneticamente a mancare quasi ogni funzione discernente (deficit del filtro sensoriale) dei lobi frontali e temporali, del talamo, ipotalamo e ippocampo, del sistema limbico e della corteccia cerebrale. Ed ecco che allora, poi, ricomincia, “(di/ri)spiegandosi” lungo la... alienante psicosi percettivo/cognitivo cronica e andandosi a "completare".

 


Nota (non di gossip). Curiosamente, proprio per mettere in scena questo consapevole riconoscersi nella e dalla schizofrenia avvolti, ma non avvinti, che - non solo tra la filmografia di Jeff Baena (la cui carriera procede dicotomica datosi che alternativamente intervallandole gira prima commedie grottesche come “Life After Beth” e “Little Hours” e poi drammi quali “Joshy”e “Horse Girl”), ma in generale fra il cinema contemporaneo recente - risulta essere uno dei lavori che più si avvicina a “Legion”, l'autore abbia finito col non collaborare con la sua compagna, la fantastica Aubrey Plaza, con la quale aveva girato tutte e tre le sue altre opere (in due delle quali l'attrice vesteva i panni della co-protagonista, mentre nella restante vi faceva una comparsata), ma bensì con una delle interpreti principali (al fianco giustappunto della Lenny Busker di Noah Hawley) del suo lavoro precedente, il corale “Little Hours”, ovvero l'adorabile - nel senso deificante - Alison Brie, che, inoltr'ed infatti, l'ha anche co-sceneggiato (su base semi-autobiografica) e co-prodotto.

 


Completano il cast Molly Shannon, John Reynolds, Debby Ryan, Jay Duplass [che, col fratello Mark (il quale, proprio con Aubrey Plaza, interpretò - e co-produsse, sempre col fratello - un film dicotomico e speculare, consimile e divergente rispetto a questo "Horse Girl", che rimane più ancorato all'aspetto clinico-scientifico: "Safety Not Guaranteed" di Colin Trevorrow, che invece sfocia nella pura SF), co-produce, assieme a Mel Eslyn, tutti della Duplass Brothers Production], Paul Reiser, John Ortiz, Meredith Hagner, Toby Huss, Dylan Gelula e, nel ruolo dei personaggi principali di “Purgatory”, la serie tv trash-mainstream in stile “Charmed/SuperNatural” che, inventata per “Horse Girl”, vi compare perché utilizzata dalla protagonista come lenimento natural-artificiale, Robin Tunney e Matthew Gray Gubler.

 


Fotografia di Sen McElwee. Montaggio di Ryan Brown. Musiche - ottime - di Josiah Steinbrick e Jeremy Zuckerman. Effetti speciali di BarnStorm. Titoli di coda che scorrono su “All Mirrors” di Angel Olsen (e Ben Babbit). Distribuisce Netflix.

 

E lo spazio-tempo del PdV personale collassa in un coacervo entropico in cui Moebius s'incista in Escher: e la fuga improbabile dall'ultimo ricovero "forzato" (TSO) comincia là dove (la storia narrata da) il film "finisce", ovvero intorno all'ora e un quarto, con la buonanotte da parte dell'infermiera, e la prima apparizione del cavallo fuori dal negozio all'inizio dell'opera, che si ricollega con quella pre-finale, e l'incongruenza tra quanto afferma il dottore ("Sei qui da 72 ore") e ciò che sostiene lei ("Sono qui da ieri sera"), ché il loro 2° incontro è in realtà il 1°, etc... È sì il PdV di una schizofrenica, ma il film lascia campo ed opportunità alla propria "ricostruzione", almeno in parte... 

 

 

Lizzie” → “Three Faces of Eve” … →Ingrid Goes West” →Nancy” → “Horse Girl” ... 

 

 

Una parte della mente rimane ferma mentre un'altra inizia a ballare la riverdance trasportando entrambe - e il resto - altrove.

 

(***¾) * * * *   

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