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Ultima notte a Soho

Regia di Edgar Wright vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Ultima notte a Soho

di CineNihilist
9 stelle

When you're alone and life is making you lonely 

You can always go 

Downtown 

When you've got worries all the noise and the hurry 

Seems to help I know 

Downtown 

 

Just listen to the music of the traffic in the city 

Linger on the sidewalk where the neon signs are pretty 

How can you lose? 

 

The light's so much brighter there 

You can forget all your troubles, forget all your cares 

 

So go downtown 

Things will be great when you're

Downtown 

No finer place for sure 

Downtown 

Everything's waiting for you…

 

E’ con il testo sognante e nostalgico di “Downtown” di Petula Clark degli anni sessanta della Swinging London che l’ormai noto regista britannico Edgar Wright vuole farci immergere in questa sua nuova opera cinematografica fatta di luci al neon, sogni psichedelici che ci fanno viaggiare nel tempo, musiche retrò, citazionismi a profusione al cinema sessantino, che potrebbe far apparire "Last Night in Soho" come l’ennesima pellicola contemporanea che guarda acriticamente al passato, quando in realtà quest’ultima assume un’importanza fondamentale nell’evoluzione della cinematografia di Wright, che segna indelebilmente una nuova direzione e un cambiamento molto peculiare se non radicale nella sua breve ma intensa filmografia, che ridona una nuova linfa vitale alla sua poetica d’autore che non l’ha mai abbandonato sin dai suoi primi lavori come regista.

In questo caso quindi la celebre canzone di Petula Clark non è soltanto un citazionismo nostalgico per un pubblico ancorato nel passato degli anni sessanta come accade per esempio in "C’era una volta a Hollywood" di Tarantino, ma racchiude l’essenza dell’opera di Wright costituendo dunque un elemento drammaturgico di estrema rilevanza all’interno degli eventi del film, che rimarca ancora di più la volontà del regista inglese di segnalare al proprio pubblico un cambiamento dei suoi tratti distintivi che l’hanno reso iconico nel corso degli anni 2000 pur mantenendo inalterata e fedele la sua idea di Cinema che l’ha reso famoso in tutto il mondo.

 

Edgar Wright

The Sparks Brothers (2021): Edgar Wright

 

Edgar Wright infatti esordisce pienamente nel 2004 con il celebre “L’alba dei morti dementi”, citando ed omaggiando a profusione tutto il cinema zombiesco in particolare quello di George Romero, rendendo il suo secondo lungometraggio un cult istantaneo in tutto il mondo non solo grazie al richiamo romeriano, ma anche per come riusciva a gestire abilmente la componente “comedy” e quella “horror” con uno stile registico fresco ed innovativo nel gestire magistralmente le scene d’azione grazie alle ottime coreografie, stunts e texas switch impressionanti aiutati anche da un uso veramente innovativo di un montaggio ipercinetico, che non solo serviva a risaltare ancor di più la spettacolarità dell’azione, ma anche a conferire sostanza visiva e di conseguenza anche contenutistica alla commedia, portando di fatto ad un’innovazione del genere nel XXI Secolo pari soltanto a quello di Wes Anderson, che seppur più “raffinato” nei dialoghi, non si dimenticava anch’esso quello che rendeva grande la commedia cinematografica ovvero la regia, e non soltanto le “verbose” sceneggiature che pure erano importanti per rendere grande una commedia, ma che negli ultimi anni se non decenni la sovra-importanza del testo banalizzava la resa visiva, portando anche l’obiettivo principale di ogni film comico a venire meno, ovvero quello di strapparti una grassa risata.

E’ dunque un ritorno alle origini quello di Edgar Wright ad un cinema comico nazional popolare simil-demenziale/slapstick semplice nella sua immediatezza comica, ma nella realtà spesso complesso nella sua realizzazione tecnica come ci ricordano i grandi Charlie Chaplin e Buster Keaton

Non solo il giovane cineasta britannico si rifà a quel glorioso cinema popolare, ma anche al grande Cinema di John Landis e Sam Raimi, che in “Shaun of the Dead” è molto presente nella gestione della componente orrorifica e comica. 

Nella riuscita dell’alchimia tra le due componenti è necessaria la presenza di un cast di attori all’altezza nel gestire tempi comici e drammatici allo stesso tempo, rendendo la commedia forse il genere più difficile da realizzare essendo la comicità molto umana e soggettiva, e che raramente riesce a mettere d’accordo tutti nonostante alcuni stilemi “comici” siano universali, soprattutto quando la commedia viene mischiata ad altri generi antitetici ad essa.

Shaun of the Dead

Da questa fortunata sbocciatura e freschezza nel panorama del cinema indipendente britannico che ha reso il secondo film di Wright un oggetto di culto in tutto il mondo, il regista ha poi continuato a rivoluzionare la commedia provando a contaminarla con altri generi cinematografici quali il thriller/poliziesco in “Hot Fuzz” (a mio parere il suo film migliore) e il fantascientifico in “La fine del mondo”, che insieme a “L'alba dei morti dementi” costituiscono la celebre e iconica “trilogia del cornetto” che ha definitivamente consacrato Edgar Wright come uno dei più importanti cineasti del XXI Secolo, rialzando la qualità della commedia anglofona e non solo, portando sotto i riflettori inoltre la coppia di attori britannici Simon Pegg e Nick Frost, che grazie al successo ottenuto con Wright si sono confermati come uno dei migliori duetti comici della storia del Cinema . 

Tutto ciò è avvenuto come sempre in seguito all’affinamento del suo peculiare ed ormai iconico stile registico nel saper bilanciare magistralmente montaggio ipercinetico, azione, comicità-demenzialità, dramma, direzione del corpo attoriale e uso degli effetti speciali davvero impressionante, tanto da conferire un’incredibile sostanza nella sua forma nonostante le sue pellicole si rifacciano sempre ad un cinema preesistente sottolineato dagli immancabili e numerosi citazionismi alla stregua di un Tarantino (suo collega e grande amico), ma il modo in cui narra e rinfresca tali topoi narrativi lo pongono indissolubilmente come uno dei migliori cineasti della sua generazione.

La sua carriera come regista nonostante si contraddistingua per un cinema volutamente commerciale e dunque d’intrattenimento nell’essere immediatamente assimilabile per il grande pubblico, si è sempre però contraddistinto da un’autorialità non solo rimarcata dalla rivoluzionaria forma delle sue pellicole, ma anche dalla sostanza effettiva delle sue sceneggiature che segnala sempre dei personaggi outsider della società con dilemmi interiori da uomini comuni spesso provenienti da un ambiente piccolo borghese, che a seguito delle bizzarre avventure in cui vengono catapultati contro la loro volontà spesso “passiva”, riescono poi grazie alla loro innata umanità a rinascere come persone e a risolvere i propri conflitti interiori anche con la società che li circonda.

Emblematica infatti è la persistente critica all’omologazione del ceto medio basso al sistema capitalistico che traspare nell’Alba dei morti dementi, all’anima reazionaria provinciale delle campagne inglesi in “Hot Fuzz”, al vuoto stakanovismo lavorativo e al passivo auto-conformismo borghese in “E’ la fine del mondo”, all’ineluttabile sistema criminale che inghiotte e uccide chiunque in “Baby Driver”, senza contare la sottile ma efficace rappresentazione della vacua e nichilistica condizione giovanile anche nelle proprie sfere sentimentali nel capo d’opera per effettistica insieme a "Speed Racer" delle sorelle Wachowski in campo live action CGI (entrambi flop clamorosi in quanto opere rivoluzionarie) "Scott Pilgrim vs. the World".

 

Simon Pegg, Nick Frost, Edgar Wright

Hot Fuzz (2007): Simon Pegg, Nick Frost, Edgar Wright

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locandina

Baby Driver - Il genio della fuga (2017): locandina

 

La storicizzazione e la plateale adorazione da parte dei cinefili, ma anche del grande pubblico, per gli stilemi ormai immortali che Edgar Wright ha infuso e plasmato nella commedia creando un nuovo modo di narrare lo stesso Cinema non solo all’interno di un genere ma nella sua totalità, trova la sua definitiva consacrazione ed estremizzazione con il suo penultimo film, "Baby Driver", la sua seconda coproduzione britannica-nordamericana, che gli è valsa il più alto incasso della sua carriera. 

E nonostante da molti la pellicola venga definita come un vacuo esercizio di stile e fermo restando che siano presenti alcune cadute di tono verso la seconda metà del film innegabili, resta in ogni caso una delle opere più sperimentali di Wright in cui la gestione del montaggio, dell’azione, del sonoro e soprattutto della colonna sonora raggiunge delle vette così inaudite tanto da portargli per la prima volta le sue prime nomination agli Oscar nei premi tecnici e lanciarlo definitivamente nel mercato hollywoodiano; un mondo che comunque il regista ha sempre tenuto ad una certa distanza rimarcando sempre il suo amore per la sua terra natia britannica.

 

Ed è infatti grazie alla sua genuina iper-cinefilia simile a quella tarantiniana e alla sua volontà di conservarsi come artista indipendente di natura britannica che l’ha portato a sperimentare, dopo il suo sorprendente successo “americano”, un lungometraggio estremamente controcorrente evitando una sua possibile “americanizzazione”. Edgar Wright decide infatti di affondare e rifugiarsi visceralmente nel folklore della Swinging London sessantina dalle tinte orrorifiche mai viste prima e dai toni completamente drammatici, in cui la commedia viene totalmente eliminata, presentando quindi al suo pubblico un thriller horror psicologico atipico per il classico Cinema che l’ha contraddistinto nelle due decadi precedenti, introducendo per la prima volta tematiche “femminili” mai affrontate precedentemente con una tale densità tematica e narrativa che ha portato inevitabilmente il grande pubblico a disertare la sala ritenendo la pellicola troppo d’essai se non fallace in molteplici aspetti. 

In realtà l’ultima fatica di Wright è un chiaro segnale di bisognoso e fondamentale cambiamento per non rimanere ancorato ed intrappolato nel suo stesso Cinema tra passato e nostalgia, elementi confortanti quanto letali che il regista decide di esorcizzare in quest’ultima opera anche metacinematografica per questo aspetto e che personalmente ho adorato alla follia nella sua complessa quanto sbalorditiva messa in scena e sviluppo di tematiche più attuali che mai.

 

locandina

Ultima notte a Soho (2021): locandina

 

Last Night in Soho segue la storia della protagonista Eloise “Ellie” Turner, giovane ed innocente ragazza di campagna della Cornovaglia dai gusti raffinati in fatto di musica ed arte degli anni sessanta, che ha l’ambizione di diventare una fashion designer a Londra, città mitizzata e sognata più volte dalla ragazza soprattutto per via della sua adorazione per tutto il retroterra culturale ed artistico della vecchia Swinging London

Vivendo una vita semplice e rurale con la nonna dopo aver perso la madre suicida quando era piccola e non avendo mai conosciuto il padre, Ellie un giorno riceve la lettera che le conferma di aver vinto la borsa di studio per studiare al college di Fashion a Londra proprio come era successo a sua madre decenni fa inseguendo il suo stesso sogno. Nonostante la nonna la avverta dei pericoli metropolitani londinesi che avevano un tempo portato sua madre al suicidio, Eloise decide comunque di partire per la città con spirito avventurierio ed ottimista subendo il fascino attrattivo e seducente di una capitale globale che è simbolo di centro culturale, successo, buona carriera, emacipazione sociale ed inviduale, ricchezza, nuove conoscenze e forte connessione col mondo intero soprattutto nei suoi anni gloriosi della Swinging London.

Tutta la patina idilliaca quanto utopistica della città-mondo però, si scontra con la realtà dei fatti di una qualsiasi metropoli di oggigiorno brulicante di personaggi ripugnanti quanto odiosi a partire dal tassista chiaramente molestatore e stalker che cerca di trattenere nel taxi Ellie, fino ad arrivare alle irrispettose quanto volgarmente libertine compagne di corso e di stanza che criticano e bullizzano l’anima innocente e spensierata della protagonista che si ritrova in una città ben lontana dall’immagine edulcorata degli anni sessanta che aveva in testa sin da piccola. 

Ritrovandosi nel college dei suoi sogni, ma circondata da un ambiente metropolitano e sociale ostile a parte l’empatia di un suo compagno di corso di nome John che cerca di capirla e confortarla, Eloise decide di trasferirsi in un vecchio appartamento degli anni ‘60 che le affitta Alexandra Collins, un’anziana signora che le promette che avrà una permanenza sicura e tranquilla da occhi indiscreti nel quartiere di Soho.

Ellie riuscendo a sfuggire al soffocamento che subiva nel caotico e repressivo ambiente del college, riesce così a bilanciare la frequentazione delle lezioni con una ritrovata “normalità” e “familiarità” nel suo nuovo alloggio nella sua città dei sogni costruito negli anni sessanta, conducendo così una vita solitaria e più serena, ma nel momento in cui comincia a dormire viene proiettata in un sogno lucido in cui interagisce sia in prima che terza persona nella vita di Sandie, una giovane ragazza della sua stessa età che vive nella gloriosa Swinging London degli anni sessanta con il sogno di sfondare come cantante in un night club aiutata dal suo affascinante manager Jack. La continuazione perpetua ogni notte di questi sogni onirici in cui Ellie vive morbosamente tutto il percorso di Sandie, all’inizio sembra diventare una sorta di estasi sognante che le permette di evadere dalla cruda e vacua realtà in cui vive, ma con il passare dei giorni il viaggio nel tempo onirico quanto ossessivo di Ellie nella vita di Sandie comincia a diventare sempre più pericoloso con il mutare degli eventi, fino a quando sogno e realtà cominciano a mischiarsi nella testa di Eloise proiettandola in un incubo ad occhi aperti mettendola su un percorso pericoloso quanto letale per la sua stessa incolumità.

 

Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy

 

Sin dalla prima inquadratura di Last Night in Soho si riconosce subito la mano di Wright, che tramite una ricercata combinazione tra fotografia, musica e regia, riesce abilmente a gestire un graziosissimo piano sequenza che stabilisce fin da subito la dolce ed eterea personalità della protagonista Ellie e che ricorda soprattutto ai cinefili che adorano il Cinema di Wright il lato più spensierato e creativo del regista che l’ha contraddistinto nella sua prima era cinematografica all’insegna della leggerezza.

Allo stesso tempo però, sin dai primi minuti si può intuire come lo stile registico sia notevolmente cambiato, in cui il regista decide di usare un impianto cinematografico più posato e “classico” nell’immergere lo spettatore in questa sua nuova avventura cinematografica che non sarà all’insegna della comicità, dell’esplosiva adrenalina segnata dal suo montaggio ipercinetico e da un’azione incalzante dal ritmo forsennato, ma piuttosto di una storia più intima, lenta, riflessiva, cupa quanto sognante ed inquietante tipica di un thriller, che Edgar Wright riprende dopo molto tempo dal mitico Hot Fuzz, ma in una chiave ancora più orrorifica, onirica e drammatica che esplicita chiaramente la volontà del regista di modificare i tratti distintivi del suo stile che comunque non vengono rimossi, ma permangono sotto una pelle differente adeguata al nuovo racconto, che segna indelebilmente un cambiamento epocale nella filmografia di Wright già cominciato da Baby Driver per distaccarsi dell’etichetta del regista della “trilogia del cornetto”.

 

La regia e dunque la cinematografia sperimentale del regista britannico si evolve e si trasforma nonostante mantenga sé stessa, maturando e prendendo una nuova consapevolezza del mezzo registico meno “esagerato” e “cinetico” nella sua follia visiva se non quando veramente serve, infatti il montaggio sonoro e la gestione della colonna sonora che tanto avevano fatto di Baby Driver un action sperimentale veramente atipico nel panorama della Settima Arte, in Last Night in Soho costituisce nuovamente un’ossatura fondamentale nella drammaturgia del film ancor più della precedente opera del regista per sottolineare lo stesso viaggio nel tempo che compie la protagonista quando sogna la vita di Sandie, proiettando di fatto lo spettatore nella bellezza di quegli anni sessanta così mitizzati, ma allo stesso così pericolosi quando la patinatura dorata viene disvelata mostrando tutto il marciume sapientemente nascosto all’epoca sottolineato da Wright con una musicalità in quel caso davvero inquietante quanto frastornante proprio come lo stato d’animo della protagonista quando viene messa davanti alla nuda e cruda verità dei fatti. 

La musicalità retrò e il sonoro costituiscono dunque un elemento fondamentale dell’opera, che non ha il solo scopo di ricercare un effetto nostalgia, ma spesso i testi delle canzoni come quello di Downtown di Petula Clark servono a sottolineare lo stato d’animo delle due ragazze protagoniste e degli eventi messi in scena, dove lo spettatore ipnotizzato anch’esso dalla musica e dalle immagini non può che ritrovarsi assuefatto quanto stregato dalla stessa colonna sonora che costituisce una sorta di incantesimo magico che consente alla protagonista di viaggiare nei sogni e nel tempo coinvolgendo al massimo l’attenzione dello spettatore.

 

Thomasin McKenzie

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie

 

Oltre alla componente musicale della pellicola, contribuisce notevolmente la splendida fotografia del film ad immergere gli spettatori nella storia psichedelica ed onirica di Last Night in Soho, dove nella realtà urbana di Londra di Eloise prevalgono tonalità grigiastre e cupe di giorno in cui il sole sembra quasi spento dallo smog londinese, mentre di notte invece vengono accentuate le gialle luci urbane e gli accecanti bagliori dei neon stradali con una prevalenza del rosso, del blu e del verde, che servono insieme alla musica anni sessanta a proiettare nella dimensione sognante quanto orrorifica la protagonista Eloise nel suo simbiotico rapporto onirico con Sandie.

Gli effetti speciali orrorifici emergono infatti, quando la fotografia assume colori sempre più sgargianti e dai caratteri psichedelici, in cui la mano di Wright si sente tantissimo quando deve mettere in scena le terrificanti scene d’orrore che infestano la salute mentale della protagonista, dove la tensione è veramente palpabile quanto irrazionale essendo contestualizzata all’atmosfera horror psicologica mystery-thriller, e che in alcune soluzioni visive auto omaggia il suo romeriano “Shaun of the Dead” che prendeva però una deriva molto più comica e scanzonata.

La certosina gestione degli effetti speciali conferma nuovamente la sapiente abilità del regista di saper gestire magnificamente tutto il comparto tecnico che una regia comporta dall’aspetto più digitale a quello più analogico, soprattutto quando sono presenti entrambe le protagoniste negli specchi per suggerire sia la partecipazione attiva di Ellie nel corpo di Sandie, sia la partecipazione passivo-attiva in terza persona di Ellie alle vicissitudini della sua controparte sessantina. 

La magistrale messa in scena soprattutto sul grande schermo dimostra un’altra volta la follia anarchica visiva di Edgar Wright, che un’altra volta dimostra come la sua voglia di sperimentare nella Settima Arte per superare i suoi limiti siano eccezionali se non magistrali anche nell’uso dei cosiddetti effetti speciali invisibili, che forse sono ancora più complessi nella loro gestazione in quanto devono fedelmente ricreare una “realtà irreale”. 

 

Thomasin McKenzie

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie

Anya Taylor-Joy, Matt Smith

Ultima notte a Soho (2021): Anya Taylor-Joy, Matt Smith

Last Night in Soho' Star Anya-Taylor Joy Mesmerizes in Trailer for Edgar  Wright's New Psychological Thriller

Ultima notte a Soho di Edgar Wright: recensione - Indie-eye – Cinema

Last Night in Soho' Clips Travel to the Past for a Song and Dance [Video] -  Bloody Disgusting

 

La fictio cinematografica del regista non si ferma però soltanto a sorprendere il proprio pubblico tramite montaggio, fotografia, musica, sonoro ed effetti speciali, ma anche al suo incredibile lavoro sulle coreografie degli attori soprattutto nella scena di ballo all’interno del sogno tra Jack e Sandie/Ellie in cui entrambe le donne si alternano nel loro “scambiarsi di corpo”, che potrebbe far pensare ad un taglio di montaggio o qualche effetto speciale in post produzione, quando in realtà la stessa scena, considerabile a tutti gli effetti la parte più “action” del film, è stata girata senza tagli grazie all’utilizzo della tecnica del Texas Switch, che prevede uno scambio di corpi all’interno di una stessa scena senza tagli tra un attore e solitamente uno stunt che lo spettatore non deve percepire grazie anche all’ausilio di efficaci movimenti di macchina per rendere il tutto credibile. La straordinarietà di questa tecnica sta quindi nel non usare alcun effetto speciale, ma soltanto l'artificio della macchina da presa e una buona gestione del corpo attoriale, che nel caso della scena di Last Night in Soho erano le stesse attrici a scambiarsi entrando ed uscendo dal campo visivo della telecamera.

 

Last Night in Soho costume designer breaks down the thriller's scary-good  vintage glam | EW.com

How Edgar Wright Pulled Off Last Night In Soho's Big Musical Number

 

Quello che ne emerge è dunque un Edgar Wright mutato e maturato nel suo modo di girare pur mantenendosi sempre sé stesso e coerente nella sua poetica, che cerca di rinnovarsi nella sua ormai pluridecennale carriera registica, decidendo però di rompere definitivamente con la commedia e spostandosi di più sul dramma che già in "Baby Driver" era presente, ma che conviveva ancora con esilaranti momenti comici. 

Con "Last Night in Soho" Edgar Wright decide così oltre che sperimentare tecnicamente con la materia cinematografica, anche di introdurre nuovi elementi mai presentati nella sua poetica grazie alla collaborazione con la sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns, elaborando un thriller horror psicologico dal sapore fortemente femminista omaggiando tutto il cinema thriller horror possibile a partire dal cinema italiano di genere fino al cinema sessantino e settantino americano e britannico, trovando incredibilmente un parallelismo abbastanza curioso con lo stesso "Malignant" di James Wan di quest’anno per genere cinematografico, atmosfere horror oniriche, tematiche legate al mondo femminile, sviluppo dei plot twist influenze cinefile e presenza di una sceneggiatrice, anche se "Last Night in Soho" differisce su molti altri aspetti prendendo poi direzioni diverse e forse drammaturgicamente più riuscite.

 

Quello che emerge e che affascina dell’ultimo film del cineasta inglese è, infatti, il solido romanzo di formazione che investe la protagonista Eloise, simile a quello della protagonista di "Suspiria" dove anch’essa viene catapultata in un contesto stregato al limite della realtà, in cui come una giovane protagonista delle fiabe deve cercare con le proprie forze di affrontare i pericoli e gli ostacoli che le si presentano lungo tutto il suo percorso di formazione, che la porterà a riscoprire sè stessa affrontando i suoi demoni interiori messi in evidenza sia dai personaggi malvagi che tenteranno di condannarla alla perenne sofferenza, sia dai personaggi benevoli che tenteranno di aiutarla nel suo percorso di crescita interiore, sia dai trickster dalla morale ambigua e grigia che la porteranno su sentieri sbagliati con l’inganno o inconsciamente nella risoluzione finale del conflitto sia con il mondo circostante che con sé stessa. 

Il profilo psicologico che declina Wright alla sua giovane e fiabesca protagonista è dunque quello di una ragazza innocente, pura, propositiva, ambiziosa e solare nel suo esistere e nell’inseguire i suoi sogni nonostante il trauma dato dalla perdita di sua madre (di cui vede il fantasma negli specchi grazie ad un suo dono soprannaturale che poi si manifesterà nella sua stanza a Soho) e l’identità sconosciuta del padre, ma che grazie alla calorosa e rassicurante presenza della nonna è riuscita a restare “vergine” in tutti i sensi dai mali e dalla corruzione che affliggono la società, che infatti riemergono in tutta la loro rozzezza e crudeltà nell’ambiente metropolitano tra tassisti molestatori e compagne di corso per nulla amichevoli e prive di un qualsiasi senso di empatia verso il prossimo, oltre che di pudore.

La descrizione della metropoli globalizzata che ne fa il regista britannico anch’esso proveniente dalla ruralità dell’Inghilterra come Eloise, è realistica quanto spietata nella sua rappresentazione grigia e deprimente, dove se in “Hot Fuzz” denunciava il falso mito della campagna inglese patinata, tranquilla, accogliente quando in realtà implicitamente reazionaria, conservatrice e violenta, per la città il regista riserva la stessa dose di critica e cinismo ad una Londra ben diversa da come appare rispetto alla terra delle mille opportunità piena di luci sfarzose, di grande vitalità e cultura, perché coloro che la abitano sono in realtà molto più terra terra di quanto si possa immaginare dove la discriminazione, il classisimo, la iper competizione, la prevaricazione sul prossimo e i vizi portati all’estremo annichiliscono la visione paradisiaca che Ellie aveva della metropoli.

 

Thomasin McKenzie

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie

See The Trailer For 'Last Night In Soho' - Fangirlish

 

Per evadere dalla scadente e tossica realtà quotidiana che rischia di inghiottirla in un pozzo nero senza fine, Eloise cerca quindi di rifugiarsi nella nostalgica, lucente ed illusoria Swinging London sessantina, che incredibilmente riesce a rivivere grazie a sogni onirici che la fanno immergere attivamente nelle peripezie della promettente cantante e ballerina Sandie. 

Il viaggio nel tempo attraverso i sogni che vive la ragazza sia in prima che terza persona attraverso il corpo della sua controparte sessantina, risponde quindi perfettamente ai suoi più profondi desideri di vedersi realizzata in un ambiente a lungo mitizzato e apparentemente perfetto come la Londra degli anni ‘60, che positivamente ispira e migliora la grigia vita metropolitana nella Londra del XXI Secolo di Eloise, suggestionandole una maggiore creatività nel realizzare il suo primo abito nella sua Fashion School ispirato a quello di Sandie visto in sogno, e portandola addirittura ad un morboso cambiamento di look sempre più simile al suo alter ego sessantino che ricorda i celebri "Mulholland Drive" di Lynch e "La donna che visse due volte" di Hitchcock non solo visivamente, ma anche contenutisticamente.

Edgar Wright infatti introduce il concetto del sogno e del doppio per rafforzare un’altra tematica a lui molto cara che rappresenta uno dei cuori pulsanti del film ovvero la nostalgia, che diventa all’interno del lungometraggio, ma anche nella società odierna in generale, una smodata ricerca quasi ossessiva se non pornografica nel riprodurre, rivivere e riflettere, gli antichi fasti del passato in modo acritico ed agiografico proprio perché, come la protagonista, le persone sono sempre più stanche, depresse e vuote di fronte ad un’età contemporanea sempre più corrotta dal capitale ed incapace di sognare e creare dal nulla qualcosa di nuovo in quanto immersa in un eterno presente dall’incerto futuro.

Edgar Wright quindi coglie le complessità del nostro frangente storico per criticarlo profondamente e colpirlo nella sua ormai iperinflazionata ricerca morbosa della nostalgia e del revival, soprattutto in campo cinematografico ossessionato dagli anni ‘80, dove tutto l'estro creativo e il genio dei “bei tempi andati” viene appiattito e conformato ad un business freddo e vuoto nella sua stessa esistenza, tralasciando poi in mala fede tutte le storture e i difetti di quelle epoche passate in quanto destabilizzanti e non rassicuranti per un pubblico spesso adulto che vuole solo abbandonarsi al puro piacere dei ricordi passati per evadere dalla monotonia della propria contemporaneità.

Il regista britannico non riconoscendosi in questa seducente e pericolosa corrente di pensiero pur ammettendo che ognuno di noi possa farsi facilmente “stregare” dalle “golden age” del passato dimenticandosi i difetti delle stesse, come nel “Midnight in Paris” di Woody Allen, anche la protagonista delineata da Wright nel suo forsennato viaggio nel tempo maturerà una nuova consapevolezza sulla nostalgia dei “bei vecchi tempi” tutt’altro che rassicurante e romanzata come invece traspare all’inizio della pellicola. Se nel lungometraggio del regista newyorkese il suo protagonista riesce ad accettare finalmente il presente in cui vive attraverso una maturazione di stampo più "intellettuale"; Ellie invece, data la natura molto più orrorifica e psichedelica dei suoi viaggi temporali dovuti al suo “potere” soprannaturale di vedere anche i morti, deve subire una vera e propria trasformazione sia fisica che mentale per poter maturare da ragazza fragile ed insicura ancorata alla nostalgia di un passato che non ha mai vissuto a donna forte e sicura che guarda con più ottimismo al presente e di conseguenza al futuro della sua carriera come fashion designer nel mondo della moda.      

 

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Thomasin McKenzie

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie

 

L’odissea orrorifica che subisce la protagonista, rappresentata magnificamente dall’arte del racconto di Wright completamente a suo agio con un lungometraggio smaccatamente drammatico e horror dalle tinte psichedeliche, subisce un drastico cambiamento di prospettiva quando Ellie scopre che Sandie non è riuscita a concretizzare il suo sogno di cantante finendo a diventare una prostituta nel losco traffico di Jack, inizialmente presentato nei sogni della giovane ed ingenua protagonista come un manager dai gusti raffinati e squisitamente romantico, quando in realtà da principe azzurro diventa immediatamente un disgustoso carnefice.

Il sogno tramutato in incubo ad occhi aperti diventa quindi una tortura psicologica che perseguita Ellie anche di giorno compromettendo notevolmente la sua salute mentale dove realtà e sogno si confondono fino a farla impazzire. La protagonista fatica quindi a trovare qualcuno che possa veramente aiutarla quando entrambe le dimensioni diventano così ostili da portarla a pensare di abbandonare la soffocante e terrificante metropoli della moda, soprattutto quando le stesse autorità stentano a crederle, ripercorrendo così le medesime azioni passate di sua madre che fuggì dalla metropoli londinese.

Wright nel delineare la condizione e la consapevolezza asfissiante e orrorifica in cui viene travolta la protagonista, prende il meglio del thriller hitchcockiano e del surrealismo lynchano nel costruire creativamente scene di terrore, orrore e soprattutto di tensione a cui viene sottoposta la protagonista, che serve a denunciare ancor più ferocemente tutto quel sottobosco criminoso che si celava nella decantata Swinging London di Eloise. Difatti, le donne che non riuscivano a sfondare come artiste ovvero il 99%, rifinivano poi disgraziatamente a prostituirsi e fare da escort alla peggior clientela maschile desiderosa di spassarsela con una “donna dei facili costumi” in una luminosa serata illuminata dai neon di Soho per poi ritornare dalla “brava mogliettina” la mattina seguente, alimentando di fatto un racket della prostituzione che difficilmente lascia andare le donne che vengono costrette ad entrarci. 

La disgustosa realtà e l’amoralità a cui viene sottoposta Sandie che vive sulla propria pelle anche Ellie in quanto morbosamente collegata oniricamente e ad un certo punto anche fisicamente al suo doppio sessantino che si scopre essere realmente esistito e che viveva proprio nella stanza in affitto di Eloise, esplicita chiaramente tutta la crudeltà di un società sì in fermento culturale ed artistico, ma anche profondamente maschilista e patriarcale che nella sua tossicità per millenni ha oggettificato e sfruttato la donna per i propri sporchi interessi, mostrando concretamente agli occhi dell’ingenua Eloise l’altra faccia della medaglia di quegli anni così gloriosi quanto conservatori e reazionari sotto la loro pelle e che tutt’oggi il loro alone permane nella società occidentale nonostante le lotte e i grandi progressi culturali e sociali partiti proprio in quegli anni.

Il sottotesto femminista della pellicola è dunque insolito quanto geniale nella breve ma intensa filmografia di Edgar Wright, che insieme alla sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns non si riduce ad una reiterata e risaputa critica di stampo femminista sull’onda del #metoo, ma decide di inserire un’ulteriore ambiguità morale al contesto della femminilità repressa rappresentata magnificamente dal parallelismo del duo interpretato dalle bravissime Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy.

 

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Thomasin McKenzie

Ultima notte a Soho (2021): Thomasin McKenzie

Matt Smith

Ultima notte a Soho (2021): Matt Smith

 

Per tutta la pellicola viene fatto credere allo spettatore che l’omicidio di Sandie da parte del suo manager “pappone” Jack vissuto in uno stato di trance da Eloise (messo in scena magistralmente da Wright citando espressamente la stessa scena di "Psycho" in cui viene assassinata la protagonista nella celebre scena della doccia anche se inquadrata da un’altra “prospettiva” viste anche le diverse “circostanze” dove il parallelismo onirico e drammaturgico tra Sandie ed Ellie raggiunge l’apoteosi) sia ricondotto al personaggio “trickster” dell’anziano Lindsay curioso delle vicissitudini di Ellie ritenuto l’omicida Jack invecchiato, quando in realtà si rivela essere il poliziotto che negli anni sessanta aveva tentato invano di portare Sandie fuori dal racket della prostituzione. Dopo la morte accidentale di Lindsay investito da un’auto a seguito di uno scontro verbale con Ellie che aveva cercato in tutti i modi di indagare sul caso di Sandie e di incastrare ingenuamente l’anziano poliziotto registrando una sua potenziale confessione da portare alle autorità precedentemente contattate, una volta ritornata nel suo vecchio appartamento scopre amaramente dalla padrona del suo alloggio Alexandra Collins che si rivela essere Sandie, che è stata lei in realtà ad uccidere non solo Jack in quella fatidica sera rivissuta oniricamente da Ellie, ma tutti i suoi clienti che abusavano di lei ogni sera nel suo appartamento che infatti si manifestavano come sciame di fantasmi nel perseguitare la tormentata mente della protagonista.

La scioccante e sconcertante verità messa ancora una volta in scena magistralmente da Edgar Wright a cui seguirà l’ultima esperienza soprannaturale nello scontro quasi “kitsch” nella sua assurdità tra le due donne una alla fine e l’altra all’inizio della propria vita, dimostra come "Last Night in Soho" non rientri nella categoria di opera femminista categorica in cui vuole rappresentare una realtà come o biancia o nera in una vuota retorica donna vs uomo. 

La morale del lungometraggio infatti non vuole essere affatto “moralista” nell’impartire un certo pensiero allo spettatore, ma anzi, di farlo riflettere nell’ambiguità morale del lungometraggio, dove se da un lato Sandie aka Alexandra Collins sia fattualmente una sorta di “Jack lo squartatore al contrario” (e qui ritorna l’ironia di Wright ma in chiave black humor) che merita di essere condannata per i suoi efferati crimini, dall’altro lato però, bisogna anche comprendere che certe sue azioni scellerate siano state dettate da un istintivo impulso di reagire ad un ambiente tossico, corrotto, violento e maschilista senza dignità che trasforma inevitabilmente le donne in oggetti sessuali se non animali, come spesso accade nel mondo della criminalità ampiamente trattato e sviscerato sia al Cinema che da innumerevoli esperti sociologi e criminologi. 

Dal confronto tra due femminilità represse di età anagrafiche molti distanti ma in realtà accomunate dall’essere donne insoddisfatte della propria esistenza, ne esce un profondo quanto tragico passaggio di testimone che segna inevitabilmente la maturazione di Eloise nel suo romanzo di formazione dal tono fiabesco, che diventa donna nel momento in cui capisce che rifugiarsi nel passato per sfuggire dal presente sia controproducente quanto letale dopo aver assistito alla triste esperienza di una Sandie che era soltanto un fiore che voleva sbocciare in un prato fiorito, ma che purtroppo si è ritrovata in una mare di cemento senza via di uscita nonostante l’offerta di aiuto del poliziotto Lindsay, ma in quel momento la rabbia per gli abusi sessuali subiti col racket di Jack l’ha portata ad abbracciare l’odio e la vendetta in un percorso nichilistico ed autodistruttivo portandola poi allo straziante quanto poetico suicidio finale in una casa stregata in fiamme, simbolo di un passato che stentava a passare. Eloise comprendendo l’animo spezzato della donna ed empatizzando dunque con il suo dolore riuscendo a scampare alla morte, conferma definitivamente come sia necessario nella società di oggigiorno, come in quella del passato, di circondarsi di persone buone ed empatiche in grado di aiutarci a superare anche i momenti più difficili della nostra vita, ma spesso come accade per Sandie e tante altre ragazze, il principe azzurro a salvarle non arriva, e la presenza rara quanto genuina di John riconferma come i rapporti umani empatici e sinceri che ci danno la forza di vivere siano davvero rari quanto preziosi e fondamentali per la nostra crescita individuale per poter finalmente affrontare a testa alta il proprio presente guardando anche positivamente e con coraggio il futuro che ci attende.

 

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Diana Rigg

Ultima notte a Soho (2021): Diana Rigg

 

Il finale “semplicista”, “buonista” e “rassicurante” criticato dai detrattori soprattutto amanti dell’horror come anche le innumerevoli svolte di trama nel film soprattutto nel terzo atto, in realtà sono perfettamente coerenti con la drammaturgia del film e con la poetica di Wright, che porta sempre su schermo personaggi outsider spesso per la loro classe di appartenenza in un percorso di crescita extra-ordinario e di assoluta follia che è necessario per raggiungere quella crescita finale fuori dalla propria comfort zone per raggiungere un lieto fine meritato, anche quando viene distrutta completamente la società terrestre come nel folle “The world’s end”.

Eloise “Ellie” Turner infatti, dopo l’esperienza traumatica ed orrorifica in cui ha completamente risolto i suoi conflitti interiori e in parte quelli con le sue compagne di corso comunque invidiose del nuovo abito “sixties” partorito grazie al suo oscuro viaggio nel tempo che viene esibito in bella mostra in una trionfale sfilata di moda in cui sono presenti la sua cara nonna e il nuovo fidanzato e compagno di corso John, in uno specchio (simbolo dell’anima per tutto il film) rivede le sue due significative metà di sé.

Da una parte sua madre, simbolo della grazia, della speranza e della purezza, l’innocenza e il candore che l’hanno portata sui sentieri della moda e dunque ad inseguire i suoi sogni come fashion designer a Londra. 

Dall’altra parte, l’ultima che appare nello specchio, Sandie, nella sua versione giovane, simbolo invece dell’essere adulti, dell’accettazione della realtà e del presente nei suoi difetti, dell’essere donna e necessario spirito combattivo per difendere la propria femminilità, individualità ed ambizione anche a costo della propria vita che in futuro verranno sempre messe in discussione, quindi Sandie diviene chiara espressione di monito per una Ellie sì cresciuta, ma che la sua strada non sarà priva di ostacoli e che ancora è tutta in salita ora che è diventata finalmente adulta.

Da notare, oltre i mille significati e le mille riflessioni del finale, anche l’arguta quanto geniale rimando drammaturgico e metacinematografico dell’insegna gigante del cinema anni sessanta del film “Thunderball” del James Bond di Sean Connery apparso nel primo sogno di Eloise, che suggerisce inconsciamente allo spettatore sia tutta la critica al patriarcato e al maschilismo dell’epoca che tratta come oggetti sessuali senz’anima le donne che verrà scoperto da Ellie poco dopo le sue prime incursioni sognanti “eteree”, sia il plot twist finale su Alexandra Collins interpretata da Diana Rigg, ex bond girl (e dunque donna oggettificata) che in "Last Night in Soho" invece si farà giustizia da sé ammazzando tutti gli uomini che volevano abusare di lei. L’attrice poi viene omaggiata all’inizio del film a causa della sua scomparsa poco dopo la fine del film e dunque alla sua ultima interpretazione nell’ultima fatica del regista britannico che le da un signor ruolo perfetto per i nuovi tempi che corrono rispetto ai “gloriosi” quanti infami anni sessanta. 

 

Anya Taylor-Joy, Matt Smith

Ultima notte a Soho (2021): Anya Taylor-Joy, Matt Smith

Last Night in Soho: Quentin Tarantino and Jordan Peele Got the James Bond  Poster in the Movie | Den of Geek

Diana Rigg, Edgar Wright

Ultima notte a Soho (2021): Diana Rigg, Edgar Wright

 

Insomma, Edgar Wright con "Last Night in Soho" firma una delle sue opere più dense ed autoriali (e dunque migliori) della sua filmografia intraprendendo un percorso più  “d’essai”, che in realtà fa trasparire un’altra volta di voler intrattenere nel migliore dei modi possibili il suo pubblico di riferimento reinventandosi come artista, che purtroppo davanti ad una tale complessità narrativa gli spettatori hanno deciso di disertare la sala non vedendo la pellicola e confermando dunque l’ormai inesorabile fine dei film a medio budget che un tempo sapevano soddisfare l’intelletto e l’intrattenimento del grande pubblico con tanto di premiazioni e lauti incassi a seguire. 

Ma con l’avanzare della serialità televisiva delle piattaforme streaming, con la pandemia ancora in corso e con l’imperialismo “monopolista” disneyano a farla da padrone nelle sale, il pubblico ha deciso scientificamente di rifugiarsi nella comoda visione casalinga condannando al flop non solo registi contemporanei come Edgar Wright, James Gunn e James Wan che pure sono registi commerciali ed attrattivi nella loro autorialità, ma anche vecchie guardie come Clint Eastwood con “Cry Macho”, Ridley Scott con “The Last Duel” e Steven Spielberg (di certo non il primo scappato di casa) con “West Side Story”.

La fine dell’autorialità cinematografica sembra ormai sempre più vicina anche a fronte degli altissimi incassi e plausi di critica e pubblico per la fan fiction “Spider-man No Way Home” quasi priva di una vera consistenza filmica, ma solo di tonnellate fanservice gratuito pieno di effetti speciali digitali, infatti il furbo e saggio Adam McKay per il suo “Don’t Look Up” ha scelto ovviamente di farselo produrre da Netflix togliendo così il lungometraggio dalle sale e portandolo sul piccolo schermo,  che ormai sembra sia l’ultima e l’unica spiaggia per gli autori nel poter osare e sperimentare con le proprie opere.

 

Edgar Wright

Baby Driver - Il genio della fuga (2017): Edgar Wright

 

Edgar Wright in tutto questo delirio produttivo cinematografico, come la protagonista Eloise rinasce ed abbraccia il presente (rifiutando così la piaga della nostalgia anni ‘80) rivoluzionando il suo stile registico ed evolvendo la sua poetica pur mantenendo i suoi tratti distintivi guardando fieramente al futuro con un nuovo progetto cinematografico fantascientifico distopico, segnalando al suo pubblico una volontà di cambiamento per il futuro e di smarcarsi dalle sue classiche caratteristiche passate che l’hanno reso celebre proprio come è successo quest’anno con altri due autori ovvero James Wan con il suo “Malignant” (“fratellastro” horror dell’ultima opera di Wright) e Wes Anderson con “The French Dispatch” (il suo personale Otto e mezzo).

Sperando che non vada a rifinire pure lui su qualche piattaforma streaming, ma conoscendo la sua iper cinefilia “analogica” come il suo amico Tarantino (che il passato non lo condanna a differenza del suo collega, ma ci si rifugia) credo che il prossimo lungometraggio di Edgar Wright approderà nelle sale e che ci regalerà nuovamente una pellicola degna del nome della Settima Arte.

 

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