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The Nightingale

Regia di Jennifer Kent vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su The Nightingale

di mck
7 stelle

Giusto e necessario, ma [(in)co]scientemente furbo, ricattatorio e consolatorio.

 

Nel territorio proprio - senza scomodare l'indigeno Peter Weir e l'in trasfert'antipode Nicolas Roeg - del naturalizzato Rolf de Heer (“the Tracker”, passando dall'Australia degl'inizi del XX secolo alla Tasmania degl'inizi del XIX, cent'anni prima, duecento da oggi), l'opera seconda di Jennifer Kent (“Monster”, “Babadook”) si porta sulle spalle un sacco e una sporta contenente un raggrumato groviglio di brulicant'istanze di vendetta

 


[“la Fontana della Vergine” di Ingmar Bergman, “i Cattivi Dormono in Pace” di Akira Kurosawa, “C'era una Volta il West” di Sergio Leone, “Lady SnowBlood” di Toshiya Fujita, “True Grit” di Charles Portis (Henry Hathaway e Joel & Ethan Coen), “Ms .45” di Abel Ferrara, “Unforgiven” di Clint Eastwood, “Trois Couleurs: Blanc” di Krzysztof Kie?lowski, la Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook, “Irreversible” di Gaspar Noé, “DogVille” di Lars von Trier, “Kill Bill” di Quentin Tarantino, “There Will Be Blood” di Paul Thomas Anderson, “Pietà” di Kim Ki-duk, “BrimStone” di Martin Koolhoven],

 


e lo inscena, tanto dal PdV del contenuto e della sostanza quanto della forma e dello stile, con, da una parte, ampia retorica refniana, molti cliché iñárrituosi e troppa ingenuità aronofskyana (sostantivi e aggettivi sono interscambiabili), e, dall'altra, un sovradosaggio esageratamente programmatico di malcelata furbizia ed esplicitamente scoperta e sbandierata a mo' d'alibi (a)moralità ricattatoria (e non certo per via del fatto che, in un paio di occasioni, vi sono situazioni che scatenano un riso sincero) perché, in relazione al climax di morte della prima parte nato da un Eden purgatoriale, innervata da una suspense inesistente siccome pianificata, apparecchiata e predisposta bellamente in attesa del “Oh!” di conferma dello spettatore, e ciò vale anche per la tecnica e la grammatica/sintassi

 


[si prenda ad esempio la scena del tentativo di attraversamento del fiume ingrossato dalle piogge del giorno prima, un guado pericoloso anche a cavallo, in cui ad un certo punto la MdP, posizionata a pelo d'acqua per mezzo di un braccio meccanico montato su un piccolo dolly e/o gru, riprende la protagonista che in quei dati momento e luogo dovrebbe stare per affogare ed essere trascinata dalla corrente (come d'altronde e del resto infatti s'è visto in uno stacco immediatamente precedente) e invece è “relativamente ferma”, evidentemente portata quasi in salvo dalla caotica casualità del fiume stesso in un'ansa verso riva (altro particolare, in quella ripresa la direzione principale delle acque sembra scorrere al contrario rispetto alle inq.re precedenti, come se la ripresa fosse stata effettuata sulla riva opposta, quella di partenza, generando un falso campo-controcampo che interrompe la continuità della linea d'azione: ah!, i mulinelli!), venendo poi salvata dall'impeto della corrente dal co-protagonista che, però, particolare fondamentale, per pareggiare i conti e dare a Cesare quel ch'è di Cesare, ha i vestiti che fumano per il vapore prodotto dall'evaporazione dell'acqua di cui sono inzuppati riscaldata dal calore corporeo molto superiore alla temperatura ambientale esterna],

 


m'al contempo la storia ch'è la Storia, pur “risaputa”, riceve l'aprioristico nulla osta verso la necessità dalla sua stessa essenza ontologica, e le incertezze suddette del “che cosa” e del “modo in cui” assieme alle preziosità

 


[non solo quelle dovutamente politiche, dato che il comparto attoriale è punteggiato da eccellenze: Aisling Franciosi, 25enne al suo primo ruolo cinematografico da protagonista (già Lyanna Stark, per la serie: il calvario è la mia natura), Baykali Ganambarr, al suo esordio assoluto, e Damon Herriman (“Justified”, “Quarry”, Charles Manson in “MindHunter” e al lavoro in “the UnderGround RailRoad”, il capolavoro di Colson Whitehead dato in mano e in pasto - spérèmm in ben - a Barry Jenkins) sono un terzetto quasi perfetto, a cui si aggiunge Harry Greenwood, che si salva morendo benissimo, e Sam Claflin, il punto debole del film (non è la banalità del male, non è l'indifferenza della natura, non è il potere che accentua la predisposizione alla malvagità, non è), del tutto inadatto alla parte e a qualsiasi cosa che non sia tenersi lontano dai set]

 


che lo caratterizzano, rendono comunque “the Nightingale” un passo avanti nei confronti di “Babadook” (così come “MidSommar” lo è in rapporto ad “Hereditary”, e come penso, immagino e spero - ma qui siamo già ad un livello di partenza ben superiore - potrà auspicabilmente esserlo “the LightHouse” rispetto a “the Vvitch: a New England FolkTale”).

 


Squadra vincente (per una serie di motivi, non solo soggettivi) non si cambia, per cui il comparto tecnico-artistico è composto da persone che già sono state al alvoro con la regista, sceneggiatrice e co-produttrice per il suo film precedente, “BabaDook”: fotografia del polacco Radek Ladczu il cui formato 4:3 (una lista del tutto parziale di film utilizzanti l'1.33/37:1 la si trova → qui) non esclude il paesaggio e sfrutta discretamente i volti (si pensi alla ritrattistica umanista del Quattrocento sfociante nel Cinquecento del leonardesco Rinascimento maturo), montaggio di Simon Njoo e musiche di Jed Kurzel.

 


Se l'Uomo Nero (BabaRoga) e il Libro Cattivo (Bad Book) non erano un film sulla depressione, ma un'opera rassegnata e depressa, dopo tutto e tutto sommato, quest'Usignolo [il Totem della guida aborigena della tribù/clan Letteremairrener (Letter-Ramare-Ru-Nah) però è il Cacatua Nero dalla Coda e Orecchie Gialle: Calyptorhynchus funereus xanthanotus] è un lavoro consolatorio [Mouchette (la sua mortificante banalizzazione) sopravvive, e pure Balthazar]. Thalatta! Thalatta! E sembra “Spartacus” o l'One-Eyed Jacks di Brando.

 


- You England.
- I'm not England. I'm Ireland.
- You bloody England!
- I'm Ireland! Damn all the English to hell! Every one of their sons! May the pox disfigure them! May the plague consume them! Long live Ireland!
- You Ireland?
- Yes, I'm Ireland, you fool.

* * * (¼) ½ (¾)          

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