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Midsommar - Il villaggio dei dannati

Regia di Ari Aster vedi scheda film

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La recensione su Midsommar - Il villaggio dei dannati

di mck
7 stelle

Continuare ad ignorare l'orso. Ha poco più di vent'anni, Dani, e la sua mezz'estate è ancor ben lontana. Ha rimpiazzato la sua famiglia d'origine (non è una questione di emancipazione, ma di cose che avvenendo accadono, e capitando succedono) abortendo per tempo la nascita di una famiglia di ripiego. Certo è che non prende più pillole per sognare.

 

 

Siam sempre lì…

«Ricordarsi che un film è un’opera d’arte che vive solo nella quarta dimensione, il Tempo.
Un’opera d’arte alta 3 centimetri e lunga 3 chilometri.   
Ci sono due strade già segnate e comode: quella aperta dai Fratelli Lumière e quella di Georges Méliès.
La strada realistica, il treno che arriva alla stazione de La Ciotat e sorprende sempre (nelle sue varie estrapolazioni oggettuali: aeroplano, nave, macchina, etc...) e quella fantastica, la Luna di cartone, il Polo Nord, il trovarobato surreale e d’avanguardia, l’ironia sull’uomo, sui miti, sulle cose.  
Non è indispensabile seguire una di queste strade. È preferibile seguirle tutte e due, inventandone una terza che sia la componente direttiva, che porti cioè a un altro risultato di meraviglia, lo stesso: quello dei sogni e dell’arte.»

Ennio Flaiano - “Appunti su Melampo” (dall’Appendice a “Melampus”), in “il Gioco e il Massacro” - 1970 (Adelphi, 2014)

 


MidSommar”, con le sue 2 ore e mezza (estese a quasi tre nella versione director's cut) che scorrono volentieri, costituisce un piccolo nella sostanza e discreto nella forma passo avanti per Ari Aster, regista e sceneggiatore che, rispetto all'esordio di “Hereditary”, qui, alla sua opera seconda, non si limita a marciare fermo sul posto marcando un territorio già suo, pur ri-percorrendo tracciati già ben delineati dal genere

- dal recente passato della SummerIsle di “the Wicker Man” di Robin Hardy (e Anthony Shaffer, David Pinner, Edward Woodward e Christopher Lee) al presente coevo del tramite tra i due mondi che porta in pegno un dono (“Get Out” di Jordan Peele) e del finale percussivamente desistente e arresosi al contagio e al disvelamento della propria essenza (“the Vvitch: a NewEngland FolkTale” di Robert Eggers e lo stesso - ma specularmente opposto e inversamente contrario - “Hereditary”: i due film, dialogando a distanza, creano un'antinomia "perfetta") e al riscatto femminile con tanto di automatismi reazionari e di presa di coscienza del proprio individuale, specifico e peculiare posto nel mondo e della personalmente caratteristica, precipua ed intrinseca condizione (“It Follows” di D.R.Mitchell e “the Nightingale” di Jennifer Kent) -,

 


ma, effettuando un similare lavoro sul corpo e soprattutto, più pudicamente e al contempo più “scandalosamente”, sul volto delle sue protagoniste [là Toni Collette, qui la giovane Florence Pugh, classe 1996 (“the Falling”, “Lady Macbeth”, “Marcella”, “the Little Drummer Girl” e il prossimo “Little Women” di Greta Gerwig), fra le migliori attrici anglofone della sua generazione (1989-'99: Elizabeth Olsen, Hannah Murray, Mia Wasikowska, Emma Watson, Kristen Stewart, Dakota ed Elle Fanning, Saoirse Ronan, Maisie Williams, Chloë Grace Moretz, Kiernan Shipka...) di tardi millennials echo boomers della generazione Y], pur raggiungendo facilmente e prematuramente quel ragguardevole livello di umorismo involontario che... non fa ridere bensì provare imbarazzo per interposta persona

- il film a 1/3 (“So... We're stopping in Waco before going to Pelle's village?”) smette di essere interessante, sostituendo la creazione della suspense con la manifestazione degli ingranaggi e dei dispositivi del modello e dello stampo del grande gioco in atto e in corso (che la campidogliesca rupe Tarpea o spartano dirupo Taigeto che dir si voglia debba assolvere a quella funzione lo si comprende dal primo frame in cui compare grazie a un'inquadratura dal basso; che la presenza di un grosso maglio imbracciato/impugnato in scena preannunci l'uso che ne verrà fatto calandolo s'un qual si voglia obbiettivo è una legge scritta e “la Pistola di Checov” è la sua denominazione giuridica; che un espirato rutto in sordina à la Stefano Chiodaroli possa essere la manifestazione secondaria di un complesso rituale auto-detreminatosi è una “meravigliosa” collateralità), mentre...

 


...a 2/3 (“So... We're just gonna ignore the bear, then?”) inizia a stancare, avendo del tutto esaurito ogni tipo e genere di speranza relativamente alla possibilità che possa avvenire uno scarto di lato e uno scatto in avanti rispetto al contenuto espresso piuttosto che adagiarsi sulle minime e moderate invenzioni di messa in scena (qualche carrellata laterale, qualche campo-controcampo, qualche jump cut, qualche ellissi, qualche coreografia ripresa sia con camera/macchina a mano che con piani lunghi onnicomprensivi), anche se un certo grado di coinvolgimento inerziale riesce ad esprimerlo e a mantenerlo per tutta la durata (e da questo PdV Ari Aster ce la fa quasi del tutto ad attivare la sospensione dell'incredulità, facendola intervenire non certo nei confronti dei puri incastri di trama - ad esempio: per quale motivo iconiche rappresentazioni d'infibulazioni e squartamenti autoinflitti dovrebbero impressionare qualcuno cresciuto nella cultura cristiana del crocefisso? Meglio invece “Continuare ad ignorare l'orso”! -, bensì innescandola all'interno delle dinamiche comportamentali - che la trama muovono, sì, non costituendone però la componente precipua - e in particolar modo rispetto all'attrazione che il luogo esercita verso i protagonisti, non perché obnubilati dalle droghe quanto piuttosto dalle proprie “egoistiche” esigenze: e infatti i primi ad... “andarsene”, aka scomparire, sono proprio quei personaggi che lì si ritrovano a stare più per caso turistico ché per ragioni di studi etno-logici/grafici) -

riesce a rendersi - nonostante il costitutivo peccato originale di afferire, situarsi a ridosso e propalare più dalla zona Aronofsky che da quella Polanski: e questo è tutto - una gradevole esperienza: una lunga passeggiata/scampagnata di 9 giorni ogni 90 anni può definirsi accettabile ed “amabile” pur - e purtroppo in questo resta tanto simile ad “Hereditary” quanto dicotomico a “the Witch” - manifestandosi insignificante (elaborare il lutto, e parallelamente/conseguentemente rendersi indipendente ed autodeterminarsi... appoggiandosi ad un altro nucleo famigliare, espanso e/ma chiuso) a proposito di senso e significato: comunque un bel segno, va' che bella runa!

 


Fotografia: Pawel Pogorzelski (“Hereditary” e il prossimo film di Ana Lily Armipour, “Mona Lisa and the Blood Moon”). Montaggio: Lucian Johnston (“Hereditary” e il prossimo progetto di Lila Neugebauer). Scenografie: Henrik Svensson. Costumi: Andrea Flesch. Musiche: Bobby Krlic alias the Haxan Cloak (dall'inizio, sul doppio pannello / pala d'altare in legno schiudentesi a sipario che esplicativamente già tutto racchiude e dispiega, e infatti il titolo è... “Prophesy”, alla catartica benedizione finale di, per l'appunto, “the Blessing”). Più la chiosa di Frankie Valli con “the Sun Ain't Gonna Shine (Anymore)”. Fra i comprimari spicca un poco sugli altri Will Poulter ("Black Mirror - BanderSnatch"). L'architettura della comunità di Hårgas è stata concepita da Martin Karlqvist e Patrik Andersson. La piena bella stagione ungherese interpreta la fine della primavera / inizio dell'estate svedese.

 


Ha poco più di vent'anni, Dani, e la sua mezz'estate è ancor ben lontana. Ha rimpiazzato la sua famiglia d'origine (non è una questione di emancipazione, ma di cose che avvenendo accadono, e capitando succedono) abortendo per tempo la nascita di una famiglia di ripiego. Certo è che non prende più pillole per sognare.

* * * ¼ (½) - (7)

 

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Addenda: la Svezia che ci piace.


Children of the Sün - "Emmy" (Song):


Children of the Sün - "Flowers" (Album): 

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