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Servant

4 stagioni - 40 episodi vedi scheda serie

Recensione

Stagione 2

  • 2021-2021
  • 10 episodi

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mck

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La recensione su Servant

di mck
5 stelle

Unheimlich!

 

Al termine della stagione d’esordio di “Servant la seconda domanda a sorgere automatica nella mente dello spettatore (la prima è “Ma perché?”) non poteva ch’essere quella di chiedere all’aere se l’annata successiva (delle 6 - sei! - previste!) avrebbe risolto qualcuna delle tante - tutte - questioni rimaste in sospeso: magari sbracando nel religioso, ma per lo meno mettendo le carte in tavola. Nel migliore dei casi, era una domanda consapevolmente retorica: la risposta non sarebbe potuta ch’esser “No”, e “No” è stata: aumentano i difetti e non si vedono pregi all’orizzonte.

Prima stagione.
C’era un neonato morto per omicidio colposo. (La madre cancella inconsciamente il ricordo della tragedia provocata.)
Poi è arrivata una reborn doll. (La madre la considera, più o meno, come il vero figlio. Marito e fratello di lei l’assecondano.)
Poi la bambola iperrealistica (situata al picco della Uncanny Valley inanimata) viene sostituita da un altro neonato. (Marito e fratello non battono ciglio ed assecondano pure sé stessi: non si fanno troppe domande sul “miracolo criminale” in atto.)
Poi il neonato a sua volta viene sostituito dal bambolotto terapeutico.

Cosa accade, invece, in questa seconda stagione? Succede che il bambolotto terapeutico viene nuovamente sostituito col neonato, punto.

 


In più, se possibile, quest’annata esaspera banalmente, piattamente, ripetitivamente e sterilmente ancor più i caratteri: gli inutili - il fratello di lei, con Rupert Grint che sforna l’interpretazione migliore del cast - sono ancora più inutili, i fastidiosi - il marito, Toby Kebbell - sono ancora più fastidiosi e i pazzi – lei (madre, moglie, sorella), Lauren Amborse (per me rimarrà sempre la Claire Fisher di “Six Feet Under”), in un ruolo ben difficile (è al contempo la più folle e la più razionale) – sono sempre più pazzi. Rimane l’ambigua dolcezza un po’ pedante di Nell Tiger Free (“Game of Thrones”, “To Old to Die Young”), anonima deus ex machina, che su quelle corde continua a risuonare. Zio George (Boris McIver) fa sempre la sua sporca/lurida figura. Cameo per Barbara Sukowa.

Il creatore e showrunner Tony Basgallop e il principale “supervisore” (sua è l’impronta stilistica) M. Night Shyamalan (troppe critiche negative verso "the Visit" / "Split" / "Glass", ottimi film, e troppe positive per “Servant”, che comunque rimane un prodotto degno, non certo ai livelli rasoterra di “WayWard Pines”) lasciano poi molti snodi importanti (ad esempio il finale di stagione, mentre i primi due episodi sono diretti dalla Julia Ducournau di “Raw/Grave”) a Ishana Night Shyamalan, la praticamente esordiente giovane figlia del regista di uno dei film (-inviso ai) più (scemi-) importanti degli ultimi vent’anni, “Lady in the Water”, il che non aiuta particolarmente a migliorare la situazione, ma nemmeno a peggiorarla, eh: persegue semplicemente i binari già posati, diretti verso…

“La consapevolezza è un passo importante del percorso di guarigione.”
Doppio-Eh.

* * ¾ - 5.5         

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