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Factory Girl

Regia di George Hickenlooper vedi scheda film

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La recensione su Factory Girl

di Bebert
4 stelle

Edith Minturn " Edie " Sedgwick (1943 - 1971) è stata attrice e modella, di singolare bellezza, pari ad una indubbia fragilità psichica. Nata a Santa Barbara, in California, da una famiglia aristocratica, passa infanzia ed adolescenza a contatto con un padre che ne abusa sessualmente ed una madre totalmente assente ed intenta a coprire violenze ed infedeltà. E’ una famiglia ricca: Edie e la settima di otto figli, due dei quali perdono la vita in tragiche circostanze, dopo che il padre poneva rimedio ad ogni problema dei ragazzi con ricoveri coatti in ospedali psichiatrici. Edie soffre di anoressia ma trova infine un rifugio a Cambridge, dove studia arte. Decide di recarsi a New York, attirata dalla scena artistico-culturale di cui laFactory di Andy Warhol è già protagonista. L’artista della Pop Art percepisce le sue potenzialità e costruisce su di lei un personaggio ideale, d’effetto sicuro, capace di immedesimarsi in un mondo assetato di successo ma privo d'ogni consistenza. Dal 1965, Edie è la compagna ideale per Warhol e prende parte a vari film, compare su riviste di moda fino ad essere nominata “The Girl of the Year”. Ma questo momento di celebrità dura poco più d’un anno, quando viene sostituita da Nico (Christa Päffgen), cantate tedesca dei nascenti Velvet Underground. Si lega quindi alla cerchia di Bob Dylan, con cui crede d’avere un legame sentimentale. La delusione, seguita al fallimento d’ogni progetto col famoso cantautore, la porta all’abuso di droghe pesanti ed è costretta al ritorno in California dove cerca di curarsi e disintossicarsi. In un ospedale psichiatrico incontra un paziente, Michael Post, che sposa nel luglio del 1971. Il 16 novembre dello stesso anno perde la vita in seguito ad un'overdose di psicofarmaci.

La biografia di Edie Sedgwick, trasposta in un film di 90 minuti non può certo prescindere dalla sintesi; se poi, il tentativo del regista e dello sceneggiatore non si limita a concentrarsi sul personaggio, ma cerca di ricostruire un momento storico ed un ambiente molto specifico e caratteristico che distingue un’epoca della cultura americana, le difficoltà aumentano e di quell’epoca, così intensa, esce un riassunto inevitabilmente carente. In più, accanto alla protagonista compaiono personaggi di spicco, in particolare Warhol e Dylan, ma anche tanti altri, perché la Factory fu certamente polo magnetico che attirò molte figure poi passate alla storia dell’arte e dello spettacolo.

Sienna Miller interpreta con capacità la protagonista, col carico di ricalcare una personalità molto complessa e non ci riesce, complice una sceneggiatura scorretta. Edie, nella pellicola, è una ragazza troppo ingenua, quasi sempliciotta e pare che, fin dall’inizio, ci voglia portare a condividere la sua parte di vittima di un sistema brutale. Se osserviamo i filmati originali non possiamo non notare che la Sedgwick probabilmente ebbe maggior consapevolezza e che, in quel breve periodo si trovò a vivere un’esperienza non destinata inesorabilmente al disastro. In “Factory girl”, Edie, pare invece accerchiata da una insensibilità e disumanità incessante, che non abbia avuto scampo e che non abbia mai capito d’essere dentro un sogno che, in ogni momento, avrebbe potuto interrompersi.

Warhol è fin troppo caratterizzato quando, in realtà, è ancora oggi una figura che sfugge ad analisi ben più accurate: è mostrato come uomo consapevole del proprio ruolo d'artista concentrato sulla creazione del mito di sé e di altri ma coinvolto anche in piccole situazioni, ideate per chiarire alcune sue particolarità più presunte che reali. Viene fuori un personaggio ben interpretato da Guy Pearce, ma anche ostacolo alla narrazione, che spesso si sostituisce nel ruolo di protagonista. Peggio ancora Hayden Christensen, che interpreta il folksinger sfrontatamente ispirato a Bob Dylan, senza similarità somatiche né caratteriali; si presenta come star della musica, narcisista come Andy, ma anche saccente e moraleggiante fino a rendersi fastidioso, nonostante partecipi all’unica scena d'amore che il film ci propone.

Nei momenti in cui Idie si racconta, nel periodo della disintossicazione dalla droga e riferisce i flashback dell’atroce esperienza a New York siamo portati a credere che tutto sia accaduto in un ambiente distaccato e gelido come se lei non ne avesse avuto alcuna coscienza. L’abuso di stupefacenti ha certo gran peso, poiché può travolgere soggetti psicologicamente deboli e questa è storia vera: le quotidiane dosi di stupefacenti rendono la protagonista sempre più preda dei propri “fantasmi”. Idie, forse s’era convinta che d'avere del talento, che recitasse in film che avrebbero fatto parte della consueta cinematografia, cui occorre un’attrice: ma il cinema di Warhol non è che documento della realtà che la cinepresa riesce a carpire. Il primo film, “Poor Little Rich Girl”, documenta una giornata della futura diva: è, per metà sfuocato e non vediamo altro che momenti in cui lei si trucca, si veste, conversa al telefono… Non è questo il luogo per analizzare tali opere ma certo è che non occorre particolare attitudine per rappresentare un simulacro di se stessi. Non serve talento per esser belli quando già lo si è e con una buona dose di creatività altrui si capita in copertina. Al contrario, serve saper cantare, se l’artista Warhol si mette in mente di rendere famosi dei musicisti. La Sadgwick non può competere con Nico, Lou Reed e John Cale.

Cos’è dunque la “Factory”: un trampolino per chi ha vere capacità ed una forte personalità. Nel film di George Hickenlooper, pare invece una struttura creata intenzionalmente per l’usa e getta. Di ciò che nella realtà è capitato, del dramma di una donna famosa per poco tempo, il film propone esclusivamente una lettura compassionevole che non si può che rifiutare anche perché coinvolge persone di ben altro genere: Lou Reed e Bob Dylan hanno stroncato e osteggiato questa biografia così lacunosa e non credo per salvare le apparenze, piuttosto per sostenere che non andò così. L’omaggio musicale di entrambi a Edie fu sincero: “Femme Fatale” dei Velvet Underground “Just like a Woman” di Dylan, valgono infine molto di più per condurci ad una sensazione di condivisione dei sentimenti, degli affetti e delle passioni che in quel momento e in quel luogo, forse, furono genuini e certamente più intimi e profondi.

Sulla colonna sonora

Non contiene i brani adatti: veramente goffe le musiche country che tentano di ricordare lo stile di Dylan e peggio ancora l'imitazione di “Heroin” dei Velvet Underground.

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