Espandi menu

cerca
Il filo nascosto

Regia di Paul Thomas Anderson vedi scheda film

Recensioni

L'autore

mck

mck

Iscritto dal 15 agosto 2011 Vai al suo profilo
  • Seguaci 141
  • Post 94
  • Recensioni 297
  • Playlist 120
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su Il filo nascosto

di mck
9 stelle

Magnifico film radicalmente indifeso e vulnerabile, a suo modo (non) eritrofobico, che sa restituire allo spettatore questa sua estraneità alla contemporaneità, manifestandosi estremamente moderno e quindi senza tempo, intramontabile. Piccolo capolavoro segreto, cucito all'interno di un risvolto di...pellicola, in cui gli spettri gettano ombre.

 

The whole “Pfft!”, or: the Master & the Mistress (Waitress).

Finalmente PTA torna a dirigere un film minore (nei confronti di “Boogie Nights”, “There Will Be Blood”, “Inherent Vice”, attestandosi all'invidiabile altezza di “Punch-Drunk Love” e “the Master”) dopo la consacrazione di “Magnolia”, un film che rimane “piccolo” - se si esclude il pur ottimo esordio di “Hard Eight” - all'interno della filmografia paulthomasandersoniana.
Che poi sia pure uno splendido film, tra Welles e Powell/Pressburger, Hitchcock (Daphne du Maurier) e Sirk, Bergman e Ophüls, Losey e Fassbinder, Scorsese (“the Age of Innocence”) e Davies (“Distant Voices, Still Lives”, “A Quiet Passion”), Kubrick [i camera-car fronte/retro di “A ClockWork Orange” e la steady-cam (manovrata da Colin Anderson, con PTA da “There Will Be Blood”) con effetto “camera a mano” veleggiante fluida ma nervosa, sicura ma pronta a farsi sorprendere e sorprenderci, tra i corridoi e le stanze di “Eyes Wide Shut”] e Glazer (“Birth”), Malick e Altman, beh… 

 

 

Never Cursed (la Firma dell'Artista, la Cifra nella Trama) - Polvere, Fantasmi e Tempo.

Se prima di “Phantom Thread” conoscevo Cristóbal Balenciaga Eizaguirre (1895-1972) solo per una reminiscente assonanza del nome che, risuonando, faceva scattare una vaga imago d'un impressione imbastita, ma non saldamente cucita, da un filo conduttore nascosto portante l'immaginazione verso l'ambiente dell'alta moda e degli abiti da sartoria confezionati su misura (addosso al suo portatore/indossatore), dopo l'8° film (più il documentario “Junun”) di Paul Thomas Anderson la situazione è di ben poco cambiata: non è una biografia incentrata s'un particolare e preciso stilista d'haute couture operante e andatosi affermando dal primo dopoguerra alla metà degli anni '60, in attesa che le taglie standard del prêt-à-porter, con la loro nuvolaglia di accessori, dai profumi alle borsette (così come per Reynolds/Plainview accessori e marginali sono gli altri da sé e - più specificamente - ornamenti e guarnizioni sono le donne), prendessero il sopravvento sugli atelier: è una biografia dell'amore. PUNCH-DRUNK LOVE! 

 

 

ALMA MATER, o: i funghi (l'arma: pistola/fucile) di Cechov {Agaricus [Psal(l)iota] xanthoderm -us (-a)}.

Il cinema di PTA è sempre stato una scintilla d'attrito fra padri e figli (putativi o di sangue), il bisogno degli ultimi (orfani, adottati, parricidi) di avere un surrogato dei primi [assenti, sostitu(i)ti, adottivi, distruttori]. Qui cambia il grado di parentela e il genere sessuale, non la sostanza. Il rapporto di reciproca e vicendevole sudditanza e prevaricazione, di bisogno e necessità che muoveva John e Sidney, Eddie/Dirk e Jack, Frank e Earl, Barry & la sorority/sorellanza, Paul/Eli e Daniel, Freddie e Lancaster, Paul Thomas A. e Thomas P., è qui traslato, punch-poison love, avvelenato d'amore ("Kiss me, my girl, before I'm sick"), verso madre, sorella e moglie (schiava, padrona, complice, amante, rivale, tarlo, musa, amica). Il termine della storia, il suo senso, la sua morale, collassa poi dentro un lieto fine patetico, respingente, indigeribile, bellissimo. 

 

 

“My old sew-and-sew”.

Phantom Thread” è, anche, e collateralmente - ma in fondo mica poi così tanto - uno dei relativamente pochi film in cui sono presenti dei magnifici, realistici ridestarsi: tanto Daniel Day-Lewis (Reynolds Woodcock) quanto Vicky Krieps (Alma) - narratrice tanto limitatamente onnisciente quanto parzialmente inaffidabile, che - con quel ricamo di accento straniero in fuga - entra in campo per la prima volta (o, meglio: nel campo visivo di Reynolds) arrossendo, e l'iperemia non abbandonerà, più, lo spettatore per le successive due ore -, entrambi 2 volte e forse anche 3, ognun di loro, si svegliano o vengono svegliati dal sonno (onirico, allucinato, o senza sogni e incubi), e lo fanno in una maniera eccelsa, commoventemente verista. 

E tutto questo, oltre a recitazione, si chiama regia [nel film sono presenti anche delle brevi scene ritessute con (quasi) impercettibili - febbricitanti, illusionistiche, fantasmatiche - accelerazioni (qui?), di forse al massimo (l'aggiunta o il salto di) un paio di fotogrammi al secondo, più che subliminali: sublimi. Arte per l'arte]. 
Compone l'ultimo vertice del triangolo, andando ad aggiungersi ai due attori succitati, formidabili e meravigliosi, una altrettanto esemplare Lesley Manville (Cyril Woodcock), alla quale, all'inizio dell'opera, sono riservati un paio di campo-controcampo diretti, demmeiani (il film è dedicato all'autore di “Beloved”) impressionanti. Per altri versi, poi, la MdP sa quando, come, quanto e perché rimanere s'un soggetto (o al contrario estrometterlo: il lento zoom in avanti durante la proposta di matrimonio - Day-Lewis e Krieps fenomenali - ad escludere l'abito da sposa) quando la scena ormai si è spostata altrove e sembra andare a spegnersi, ma lì rimane, ancora un po': letteratura / camera stylo. 

 

 

- You have the ideal shape.
- I do?
- Hm. He likes a little belly.

------ Cyril e Alma ------

- Hai le forme ideali.
- Si?
- Gli piace un po' di pancetta.

Il rapporto tra nuora” e “suocera” è un altro dei tre lati (collegamento tra due vertici) del triangolo di questo gotico (che sorge da territori sottilmente henryjamesiani) moderno, anzi contemporaneo (Londra, Inghilterra, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, anni '50), ma pur sempre ancor placido e borghese, senza grand guignol, in pieno boom elisabettiano del secondo dopo-guerra: la seconda, Cyril, passa dal dire alla prima, Alma, al loro primo incontro, odorandola, “legno di sandalo e acqua di rose (e...sherry e succo di limone”), evidenziandone e rimarcandone “benevolmente/asetticamente” il...canone di bellezza botticelliano, al non segnalarne l'arrivo in stanza al fratello mentre questi ne biasima il comportamento. Il baricentro del film è un giroscopio ortogonale al desiderio dello spettatore. 

 

 

- Sixteen and a half. Eight and a half. You have no breasts. Twenty-two.
- Yes, I know.
- Thirty-two and a half. You can drop your arm now.
- I'm sorry.
- No, no, you're perfect. My job to give you some. If I choose to. Ten. Nine. Six and a half. Twenty...five. And...forty-five. That's it.

------ Reynolds e Alma ------

- Non hai seno.
- Lo so, mi spiace.
- No, no, sei perfetta. È mio compito dartene un po'. Se scelgo di farlo.

Un altro fantasma nascosto della pellicola è il direttore della fotografia (35mm blowuppato a 70mm, Kodak Vision3), ruolo ricoperto dallo stesso PTA, inaccreditatosi, e svolto assieme a svariati collaboratori, dato che dopo un'intera carriera passata a lavorare con Robert Elswit - ruolino di marcia inarrestabile interrotto solo per “the Master” col franciscoppoliano (Youth Without Youth, Tetro, Twixt) Mihai Malaimare, Jr. - in quest'occasione non è stato possibile confermare la tradizione facendo coincidere gli impegni e si è scelto di non perpetrare un tradimento: il risultato è molto valido, pur non possedendo ed esprimendo eccezionali peculiarità. 

 

 

Scenografie: Mark Tildesley. Costumi: Mark Bridges. Trucco: Ann Fenton.
Montaggio di Dylan Tichenor (che si alterna lungo la carriera del regista con Leslie Jones), co-autore di una dissolvenza incrociata con, a far da contrappunto, cornice, cerniera e collegamento tra le altre due, una terza “spregiudicata” inq.ra di una nevicata.
Produce PTA con la meritoria Annapurna Pictures di Megan Ellison.

Musiche di Jonny Greenwood: dio, pianoforte ed archi (la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Robert Ziegler) che si fanno corporei, carnali, materici. Il tutto interposto a Fauré, Debussy, Schubert (l'Allegro del Trio per Pianoforte n. 2 op. 100, di cui Kubrick per il suo Redmond Barry "in arte" Lyndon utilizzò il movimento successivo, l'Andante con Moto), Brahms, Berlioz, Duke Ellington, Ira Gershwin e Kurt Weill. PTA mantiene la musica al pianoforte - iniziata nella dimora di Woodcock - della chitarra solista dei RadioHead anche durante il trenino di capodanno, interpolandola e intercalandola sovrapposta e sterilmente innestata, ma con che grazia, al tradizionale Valzer delle Candele (Auld Lang Syne). La sequenza poi terminerà in una rincorsa di lui trasversale alla festa che la trova ferma e sola in disparte appoggiata alla parete di fondo, e lì si (r)aggiungono gli archi. 

 


Film totalmente indifeso, completamente vulnerabile, a suo modo (non) eritrofobico, e radicalmente magnifico, che sa restituire allo spettatore questa sua estraneità alla contemporaneità, manifestandosi estremamente moderno, e quindi senza tempo, intramontabile.
Piccolo capolavoro segreto, cucito all'interno di un risvolto di...pellicola, in cui gli spettri gettano ombre.    

 

* * * * (¼) ½ - 8.75   

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati