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Mektoub, My Love: Canto Uno

Regia di Abdellatif Kechiche vedi scheda film

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La recensione su Mektoub, My Love: Canto Uno

di mck
9 stelle

Tra l'immensità delle orbite di corpi massicci e massivi in continuo interscambio di forze, l'occhio, lo sguardo, il volto della macchina da presa trova un punto d'equilibrio e di oscillazione ad altezza glutei, natiche, culo, e lì, la cinepresa, in quel punto di Lagrange fatto di carne e pelle, gravita e rimane, roteando su sé stessa, in estasi.

 

Strapazzandosi come otarie al sole nella salsedine*, i giovani, stanno [muovendo(si)].
Loro è tutto il tempo del mondo, nell'occitano Arsenale di Corpi di Sète.
Kechiche compie sui loro organismi lo stesso lavoro di esplorazione che gli scienziati biasimati in “Vénus Noire” praticavano su quello di Saartjie Baartman: solo che in questo caso v'è reciprocità condivisa.
Da un bacio rubato, la notte, al gas incapacitante (dovzenkiano protossido di azoto) che presidia le trincee, una mattina sul tardi.
“Lui se ne frega (di me), mentre io mi sono innamorata (di lui)!”
E un parto, con sorpresa, che dialoga a distanza con un altro Fare Cinema (“Materia Oscura”).

 

Diretto, prodotto e sceneggiato da Abdellatif Kechiche (1960) con l'abituale collaboratrice Ghalia Lacroix partendo da “la Blessure, la Vraie” (“la Ferita, il Vero”), il romanzo autobiografico di François Bégaudeau (1971; “Entre les Murs”)) del 2011, “Mektoub, My Love: Canto Uno” [così recita il titolo originale: arabo ("Destino"), inglese, italiano (co-prod.), e non una parola francese (problemi di co-prod., mentre “Mektoub, My Love: Canto Due” è in arrivo, e altresì di questo passo probabilmente assisteremo prima al Canto Tre rispetto al già annunciato film su “Soeur Marguerite” Por(r)et(t)e] sarebbe potuto durare un'ora, o dieci, e - ancora più scarico, etereo, vuoto, inessenziale [e quindi (non) ricolmo di malickianità (che non sia quella, minore, di “To the Wonder”, “Knight of Cups” e “Song to Song”), fatta salva la scena del parto nel Getsemani rosy-fingered (sunset)dawnato, tra le contrazioni, il vento che si placa e la luce che s'adombra di meraviglia e stupore] di “la Vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2” - avrebbe raccontato comunque la stessa storia: niente, niente, niente, niente, niente, null'altro che la vita. 

 

Fotografia di Marco Graziaplena (quasi esordiente - spot pubblicitari e videoclip –, a questi livelli, e quasi perfetto) e montaggio di Nathanaëlle Gerbeaux e Maria Giménez Cavallo.
Accanto al suono in presa diretta che riprende il (de/af)fluire del tempo che (s)corre e si sfoga bruciando nel meriggiare della giovinezza (s)fuggente, la colonna sonora fa convivere M|A|R|R|S (“Pump Up the Volume”) e Sylvester [“You Make Me Feel (Mighty Real)”] con J.S.Bach (il Violino della Fuga in Allegro della Sonata n. 1), e nel mezzo Scott McKenzie [e John Phillips: “San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)”] e musica etnica (Raïna Raï, e le Orchestre National de Barbès e Arabo-Andalou de Fès): l'anacronismo più puro, quasi nessuna musica propriamente degli anni '90]. Splendida l'ultima traccia supertrampiana sullo spegnersi dei titoli di coda (dovrebbe essere “Mektoub My Theme” di V.Bidal, R.Durel, P.Kovacovic, E.Marée, D.Perrin).  

 

Il problema dei molti corpi (uno script di Éric Rohmer messo in scena da Russ Meyer).  
Shaïn Boumedine è il doppio alter ego di Kechiche/ Bégaudeau.
Ophélie Bau (l'attesa erotica è castrata sul nascere, l'epifania sessuale viene consumata nell'immediato del racconto che principia in medias res) abita, riempie - letteralmente - e divora il film (accanto a lei, e tutte esordienti, "protagonista" già menzionata compresa, Lou Luttiau e Alexia Chardard), poi entra in scena la zietta, Hafsia Herzi, e iniziano (“la Graine et le Mulet”) le Danze. 

 

*Ma lascia stare i dischi! Pensiamo invece a lei:
io metterei il suo culo tra i trofei.
Un culo bianco e tondo, che non finiva mai,
meglio dei paradisi di Versailles.    

 

 

Pierre-Auguste Renoir (1841-1919) - "En Été (la Bohémienne)" - 1868 - olio su tela - sogg. Lise Tréhot (1848-1922)  

 

 

Tra l'immensità delle orbite di corpi massicci e massivi in continuo interscambio di forze, l'occhio, lo sguardo, il volto della macchina da presa trova un punto d'equilibrio e di oscillazione ad altezza glutei, natiche, culo, e lì, la cinepresa, in quel punto di Lagrange fatto di carne, grasso, muscoli, sangue e pelle, gravita e rimane, roteando su sé stessa, in estasi.

 

* * * * ¼ - 8 ½   

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