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The Beautiful Days of Aranjuez

Regia di Wim Wenders vedi scheda film

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La recensione su The Beautiful Days of Aranjuez

di EightAndHalf
5 stelle

"No, niente azione, solo dialoghi, erano questi i patti!".

 

locandina

Les beaux jours d'Aranjuez (2016): locandina

 

Il nuovo film di Wenders è un viaggio nella percezione. Quanto mai nell'ultimo cinema del regista tedesco ci si spoglia di contenuti, e il film diventa una confessione nuda e pura su come vediamo e sentiamo le cose, intorno a noi e dentro di noi. La pellicola consta di una sola ambientazione, scandagliata a 360° (il che evita l'eccessiva teatralità), e percorsa in avanti e indietro, come in loop inibente. Uno scrittore - sulla scorta di quello di Franco in Every Thing Will Be Fine - evidentemente in crisi cerca ispirazione dentro o fuori di lui immaginando (o forse di fatto vedendo, non è importante) due personaggi, un uomo e una donna, seduti ad un tavolo, all'aperto, presentati come parte di una descrizione narrativa. I due si affrontano, non imbandendo una più prevedibile lotta fra sessi, ma interrogandosi a vicenda sull'amore e sulle cose. Lui, soprattutto, è incoraggiato da lei a porle domande su domande, di modo che lei possa rivivere e rivedere le cose che ha vissuto e provato. Attraverso il racconto forse Wenders vorrebbe trasportarci, percettivamente, nella visione dell'invisibile, deducibile solo dagli sguardi e dalle parole dei personaggi. Per questo ondeggia in movimenti pedanti e sempre uguali intorno ai due, carpendone ogni possibile scintilla umorale, comunque ridotta volutamente ai minimi termini. Mentre lei racconta di antichi amori e di prime esperienze sessuali, vedendo nel sesso e nel corpo maschili (ma anche nell'amore) mere illusioni di felicità, lui sembra trovare ben più distensione nella visione delle piccole cose: un fiore che sboccia, le strade di Aranjuez, la brezza estiva. Niente che viene descritto viene mostrato, il film viaggia in un limbo atmosferico in cui vento, cielo e nuvole sembrano rispettare a bacchetta gli ordini di uno strano demiurgo, lontanissimo, quello che forse lo scrittore vorrebbe catturare con la sua passeggiata nel bosco, o con la musica, ma che non riesce ad afferrare.

 

Reda Kateb, Sophie Semin

Les beaux jours d'Aranjuez (2016): Reda Kateb, Sophie Semin

 

Intanto il film cerca di evocare emozioni a posteriori, introducendo insistentemente una colonna sonora abrasiva e stonata (oltre a Perfect Day di Lou Reed, messa in modo molto catchy nella prima sequenza, si può dire che la presenza di Nick Cave è quasi inutile), e sfidando per più volte la pazienza spettatoriale, ripagandola solo su certi livelli, in certe misure. Nonostante Wenders tenti a tutti i costi di rifuggire qualsiasi schematismo caratteriale, non si può negare che il protagonista maschile sia evidentemente più ottimista, e che svolga l'attività del curioso indagatore, che scruta l'altra e interviene solo per affrontare l'immanente, ciò che è visibilissimo agli occhi (ma che Wenders, intelligentemente, non ci fa vedere); lei gode invece di un disperato pessimismo che si appaga solo in parte dei barlumi di luce (il suo racconto dell'amore nella salina è uno dei pochi che rimane nella memoria a visione conclusa). Lei è certamente più riflessiva, per nulla autoindulgente, ed impressionantemente sola. In questo magma di parole e di suoni, le figure diventano fantasmatiche. La regia apparentemente ovvia di Wenders in realtà sta bene attenta a porre le poche azioni dei personaggi fuoricampo, e non tarda a sfornare una tagliente autoironia, al confine con la metariflessione.

 

Sophie Semin

Les beaux jours d'Aranjuez (2016): Sophie Semin

 

Una lettura relativamente semplicistica dell'ultima produzione wendersiana è quella di un Cinema che tenta di mettersi in comunicazione con le altre arti. Les Beaux Jours d'Aranjuez non è ascrivibile a questa etichettatura - o forse lo è fin troppo, poiché qui sono in gioco e la letteratura e la musica e il cinema stesso, qui ripiegato in un'autoreferenzialità talvolta necessaria. Un film che si accascia continuamente su se stesso, girando in tondo, ammettendo che "da qui si è passati invano" quando il film volge al termine, e che poteva aspirare ad essere invece uno dei film più definitivi del regista, un inno all'immaginazione, che sembra regnare sovrana, e che dovrebbe attivare aspetti della curiosità spettatoriale che talvolta Wenders trova, talvolta neanche sfiora. Ma in questa lotta sovrumana tra l'immaginazione (che ci fa vedere ciò che si sente, o viceversa, in un gioco sinestetico più teorico che fattivo, nel film) e l'immanenza (c'è un continuo ritorno delle cose e delle forme: la silhouette, il juke-box, le foglie, la musica stessa), a rimanere sconfitto è il film stesso, barcollante in un tedio che dispiace vedere risultato di un regista ancora evidentemente abile e capace - soprattutto, ricco di idee.

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