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Veloce come il vento

Regia di Matteo Rovere vedi scheda film

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La recensione su Veloce come il vento

di MarioC
7 stelle

Veloce come il vento insegna che, con la perseverenza e la applicazione (benchè non siamo nei paraggi di De Niro e della sua incredibile, palmare adesione al personaggio di Jake La Motta), il ruolo della vita prima o poi arriva. Stefano Accorsi è attore di lunga e provata esperienza, in parte penalizzato dall’aspetto fisico piuttosto gradevole e dall’essere facile specchietto per le allodole di gossip e dietrologie, cui è sempre mancato il passo decisivo verso un volo non da Icaro. Ci era andato vicino con Radiofreccia (non a caso di medesima ambientazione emiliana – che dunque Accorsi sia attore eminentemente provinciale? - ), forse con Romanzo Criminale, prima di muccinizzarsi un po’ troppo e perdere smalto, solo in parte  ritrovato in progetti televisivi dispersivi per quanto interessanti (1992). Matteo Rovere gli ha offerto un’opportunità e Accorsi l’ha colta: ha voluto il personaggio di Loris, gli ha regalato il giusto istrionismo e la severa tristezza, peraltro sobbarcandosi il compito di esprimere, con le forme dialettali ben conosciute e molto cinematografiche (la Bologna di Avati e dei suoi personaggi, a volte macchiette; i contadini bertolucciani di Novecento e, in generale, le ventate dell’operosa, opulenta e godereccia Parma in tutta l’opera del regista), una forma di malessere reattivo, anche di intrinseca comicità, come è stato giustamente notato, che fa del suo fratellone freak, tossico e disadattato, un personaggio bello e, per una volta, scritto senza sciatteria ed appena un po’ di superficialità, una figura che si fa ricordare. E non è poco, nel museo delle cere del cinema italiano, fitto di maschere replicanti una evidente afasia di scrittura.

 

 

Detto questo, Veloce come il vento è anche il lodevole tentativo di applicare in Italia gli stilemi del cinema di genere, operazione in cui i nostri film-makers non hanno mai particolarmente brillato. E dunque: ambientazione immediatamente riconoscibile e pervasiva, scene che si inseriscono nel circuito chiuso di quell’ambiente (nello specifico il mondo delle corse), elementi di contorno a fungere da necessaria saldatura e virtuoso collante (l’amicizia, la famiglia, la testardaggine nelle difficoltà, l’amor – filiale, fraterno – che omnia vincit, l’agnizione finale appena telefonata per quanto resa più che digeribile da un interessante e un po’ sorprendente stacco temporale). Ed il nodo realmente, felicemente gordiano del film sta proprio nel continuo galleggiamento tra le tematiche dell’agonismo sportivo e la dimensione rurale ed intima di un nucleo di persone scottate da una perdita e che paiono inesorabilmente disperse come tessere di un puzzle: la sceneggiatura, a piccoli passi e con piccoli scarti, ha il compito di garantire la saldatura di cui si diceva: il ripristinarsi di una, magari artefatta, pax (familiare ed anche interiore) che faccia perno, comunque, sulla assenza del lieto fine, come siamo comunemente portati ad immaginarlo.

 

 

Di Accorsi si è detto: una prova ottima, in bilico tra tenerezza e guasconeria, un calzare il vestito di un personaggio e rivestirlo di evidente empatia. La vera sorpresa è però la coprotagonista Matilda De Angelis, nel ruolo della ragazzina che esprime, incanalata lungo una strada che altri hanno voluto per lei, una ribellione costantemente raffreddata dalle regole e dalla necessità del controllo e che, per questo, avrà bisogno di quel consanguineo incartapecorito dalle sostanze per acquisire il valore interiore dello scantonamento, della felice deviazione di vita e lavoro (paradigmatica è la esplosione dopo la serata di bagordi, quel mandare, letteralmente, a fare in culo tutti, perché nel corpo e nell’anima di un’adolescente la regola può fare più male di un lutto). Tutto già sentito, vero, tutto circoscrivibile entro territori filmici già battuti. Ma tutto molto alieno dal cinema italiano dei giorni nostri, chiuso nella propria torre eburnea di sentenzie sputacchiate e mai levigate dalla spatola della (com)partecipazione emotiva.

 

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