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Padri e figlie

Regia di Gabriele Muccino vedi scheda film

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La recensione su Padri e figlie

di will kane
6 stelle

Al quarto film girato negli Stati Uniti, con l'intervallo ( inutile) di "Baciami ancora", sequel de "L'ultimo bacio", ormai Gabriele Muccino è un regista inserito a Hollywood, tanto che sta girando un altro lungometraggio là. Qua narra la storia, muovendosi tra l'ieri e l'oggi, di Katie Davis, figlia di uno scrittore celebre, che dopo l'incidente in cui morì la moglie, soffriva di un disturbo neurovegetativo che ne aveva compromesso salute, risorse economiche e possibilità lavorative: la ragazza vuole diventare assistente sociale, quello che ha vissuto l'ha scossa profondamente a livello emotivo, e dopo una disastrata vita sentimentale, con troppo buttarsi via, incontra forse una persona importante. Incrociando spesso i piani narrativi, Muccino sceglie il melò a tutto campo, mettendo sul piatto anche il rapporto della protagonista Amanda Seyfried con una ragazzina nera che aspetta un'adozione e si è chiusa in un mutismo deciso. Certo, è il classico film a sentimenti scoperti, in cui in un mondo spietato, lasciarsi andare a un affetto è una strada ripida, e bisogna liberarsi dalle fin troppe diffidenze che anestetizzano il cuore: ci sono gli zii falso-perbenisti, interpretati da Diane Kruger e Bruce Greenwood, l'agente-amica del padre Jane Fonda, la ragazzina chiusa ma la cui fiducia può essere riconquistata di Quvenzanhè Wallis. Però, se a Muccino si può contestare qualche schematismo, e pure sul lasso temporale si può avere da ridire ( se i fatti di Katie bambina avvengono nel 1989, è un'universitaria a 32-33 anni passati, senza che nessuno accenni al fatto che sia fuori quota?)  va detto anche che il rapporto non semplice, ma denso di tenerezze e sentimento, tra padre e figlia, è raccontato con trasporto sincero. Russell Crowe, per cui gli abiti di scena sono una giacca di pelle, una camicia a quadri ed una maglietta nera, si mette al servizio della regia con fragilità che avevamo conosciuto anche in "A beautiful mind", però meglio ancora figura Amanda Seyfried, che evidenzia la scorticata, lesionata personalità della ragazza che una volta era una bambina, cui la realtà si è avventata sopra, e ha tolto troppo.

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