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The Giver - Il mondo di Jonas

Regia di Phillip Noyce vedi scheda film

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La recensione su The Giver - Il mondo di Jonas

di lamettrie
7 stelle

Un film filosofico piuttosto confuso. Gli esiti non sono all’altezza delle ambizioni. Comunque risulta istruttivo, per molti versi: mostra come gli uomini non possono vivere senza basarsi soprattutto sulle loro emozioni. Metterle a tacere, come il film mostra che la scienza può fare (e con delle iniezioni e dei farmaci si può contribuire a fare già da tempo), rende gli uomini mancanti, già infelici a priori. A nulla vale il controllo politico, possibile in un totalitarismo, tecnologico e poliziesco, teso a criminalizzare le emozioni, e ad emarginare in modo inesorabile chi le rispetta per quel che sono.

Le critiche a certi filosofi sono evidenti. Il primo bersaglio è Platone: quella inscenata è una bella versione della comunità dei filosofi, nella sua disumanizzante freddezza, portata a esaltare solo i valori della razionalità asettica e fine a se stessa; la quale ha bisogno di regole fino all’esasperazione, pur di soffocare ogni originalità, ogni divergenza dal modello imposto (e qui c’è anche la critica al puritanesimo di certe chiese americane, tanto rigorose, almeno in apparenza, quanto soffocanti). Poi il neopositivismo: la precisione del linguaggio, che dovrebbe far piazza pulita delle emozioni nel loro carattere di approssimazione e inesattezza; ma il film fa vedere come essere persone autentiche sia inscindibile dal rispetto del gran valore delle emozioni stesse, accettandone quindi anche l’inevitabile fluttuazione e imprevedibilità e incertezza, senza la quale non si può più essere umani. Perché, se si vuole evitare il rischio del dolore, bisogna rinunciare a ogni forma di piacevolezza, la cui eventuale perdita è connessa al dolore.  

Memorabili certe scene terribili, come l’uccisione fredda e programmata del neonato, o quella dell’elefante in vista dei 250mula dollari per l’avorio.

La giusta critica al capitalismo («uccidere altri solo per profitto») c’è: non manca dunque una corretta critica all’esistente. Anche per questo sembra, almeno parzialmente, credibile quella ricerca di alternative, apparentemente (solo apparentemente, il film lo mostra) felice, di questa narrazione distopica. In cui peraltro i vecchi (Meryl Streep e Jeff Bridges) recitano bene, e le scenografie sono splendide.

Il film è veloce ma forse troppo: 1,27 h hanno concentrato eccessivamente una mole impressionante di riflessioni, che richiedevano una resa più distesa.

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