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Frank

Regia di Lenny Abrahamson vedi scheda film

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La recensione su Frank

di Kurtisonic
7 stelle

Maggie Gyllenhaal, Michael Fassbender, Domhnall Gleeson

Frank (2014): Maggie Gyllenhaal, Michael Fassbender, Domhnall Gleeson

Lenny Abrahamson è un regista, non è più annoverabile fra i più giovani della categoria nonostante abbia diretto solo quattro film che si sono rivelati sempre degni di interesse. E’ un irlandese, dunque il dato imprescindibile nel suo dna è la musica e fatalmente il suo percorso registico doveva prima o poi farci i conti. Lo stralunato Frank (2014) però usa  la musica anche per parlare più in generale di espressione artistica, del concetto di autonomia, di libera creatività, di identità con la propria materia senza venire a patti con nessuna forma di compromesso. Non siamo dunque in terreni vicini al manifesto musicale di Alan Parker su ”i più negri d’Europa” come si definiscono gli irlandesi in The commitments (1990) ma più idealmente vicino a quello che l’interrogativo film dei fratelli Coen sostanzialmente non è riuscito a dire, nel controverso A proposito di Davis (2013). Frank però si distanzia notevolmente dalla forma di film del genere, dove la componente narrativa romantica imprime una lettura convenzionalmente orientata verso i personaggi e non verso l’oggetto della loro azione. Un impiegato, Jon, è anche  un giovane tastierista senza gruppo che si aggrega casualmente ad un gruppo rock alternativo, The Soronprfbs, in procinto di lasciare l’Inghilterra per andare a registrare con pochissimi mezzi, un album in Irlanda. Oltre che annoverare bizzarri elementi che compongono la band  incluso il manager Don, il loro leader Frank, vive indossando una maschera enorme che gli nasconde completamente il volto e che non toglie mai. L’uso del testone diviene l’oggetto simbolo del contenuto del film, compreso quell’aspetto meta cinematografico che include l’autonomia della creazione artistica e la libera espressione della propria personalità. L’aspetto  esteriore di Frank oltre che surreale è di una banalità assoluta, riproduce un volto anonimo e senza nessuna traccia di vitalità interiore o tantomeno con qualche elemento estetico che richiami qualche forma appena spettacolare.  Mentre Jon rappresenta la scontata  spinta verso una realizzazione artistica che non esce da schematismi  consolidati, è la maschera di Frank che fa venir fuori dagli altri un’impossibile normalità, ma anche una forza espressiva nevrotica che si riversa nella musica. L’annullamento di sé, delle sovrastrutture mentali, dei preconcetti, per arrivare ad un’armonia pacificatrice si ottiene con quel mascheramento dentro il quale tutti vorrebbero esserci, dal manager ai musicisti della band, ognuno alle prese con situazioni problematiche, tesi a proteggere la presunta fragilità apparente di Frank. Forse la stessa spogliazione ideale cui dovrebbe sottostare lo spettatore di fronte all’espressione artistica, e prima che giudicare,  lasciarsi compenetrare da essa,  e riuscire ad ascoltare cosa sta comunicando. Senza però dimenticarci che Frank è anche un film, che si snoda verso il suo aspetto più concettuale usando le matrici linguistiche del cinema indie, fra toni abbastanza surreali e indefiniti  con sequenze che sembrano unicamente indirizzare il racconto verso la drammaticità. Tutto quanto viene però rimodellato dalla figura destabilizzante di Frank e la parte centrale  del film che si rivela come la più antinarrativa e la più musicale è quella in cui la maschera di cartapesta passa al pubblico, in grado di aderire o di rifiutare il messaggio intrinseco che lo accompagna verso un finale tanto struggente quanto ordinario e intriso di vero. Critiche neanche troppo velate vengono mosse dal regista  verso definizioni superficiali del disagio mentale, e ironicamente sottolinea come l’uso idolatrato dei social network possa solo mortificare il senso critico delle persone che non alimentare o distruggere presunti fenomeni della cultura di massa. Alla sua quarta prova, Abrahamson prova a cambiare registro, lasciandosi  un po’ dietro quella descrizione  marcatamente  sociale dei lavori precedenti ma anche unendoli coerentemente con l’emblematica figura di giovani che devono essere lasciati liberi di crescere e di scegliere la loro strada, qualunque essa sia. Jon  rappresenta  lo spirito di una parte delle nuove generazioni, realista, opportunista, determinato. La vera maschera forse è proprio la sua e non ha bisogno di indossarla.

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