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Lei

Regia di Spike Jonze vedi scheda film

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La recensione su Lei

di EightAndHalf
6 stelle

"Allora ho capito che la nostra vita è brevissima. E io che vivo ora voglio concedermi...gioia. Quindi vaffanculo" [a grandi linee Amy Adams a Joaquin Phoenix a metà film].
La geometria del sentimentalismo, nel percorso a doppio senso "emozione-riflessione". Come trasformare una distopia in un'utopia.
Spike Jonze si è innamorato di un'idea, di un'immagine, di una storia. Farne un film, poi, è stata tutt'altra faccenda. Nell'oltrepassare il limite della sufficienza stentata Her comunque continua a sfuggire, a proporre dilemmi su dilemmi, a riempirsi del pensiero dello spettatore in realtà girando in tondo e, oggettivamente, ripetendosi. E' un film troppo lungo, Her, stramazza su se stesso più volte compiacendosi di un'interessantissima regia che in meno tempo avrebbe potuto risultare anche più espressiva, e avrebbe potuto evitare di disperdersi nello stesso indefinito in cui sembrano collimare i colori pastello di questo mondo futuro (o alternativo al presente) dove la tecnologia e anche l'essere umano sembrano vivere il sentimento come "filtrato", percorso da qualcun'altro, rivisto, mai realmente "vissuto" (vedi il lavoro del protagonista, che scrive per altri lettere affettuose e amorevoli: nulla di negativo, però, in questo). Nella solitudine del rimpianto, Theodore trova l'amore nella maniera più strampalata, e si chiede tutto il tempo se sia giusto o meno. Ed è questa anche la domanda dello spettatore, che mai entra in quel rapporto, nonostante esso sia ostentato in tutta la sua drammaticità, ma ne rifletta solo la contraddizione, il paradosso, l'impossibilità. Piuttosto che "sentire" quella storia, lo spettatore finisce per "cercare di comprenderla". Si attivano, nella mente, degli interruttori che non combaciano con le evidenti intenzioni di Jonze, che cerca disperatamente di creare dei personaggi ma li rende esistenti solo in funzione, come già detto, di un'idea, alla fin fine di un artifizio narrativo, di una trovata che in mezz'ora avrebbe già detto tutto. Anche perché non è vero che quella messa in scena è una normale storia d'amore: vuole esserne invece il "coincidente opposto", vuole far strabuzzare gli occhi, vuole con delicatezza destabilizzare. E se in parte ci riesce, è perché solo parzialmente Jonze riesce a rendere la sua regia coerente e costantemente attenta ai suoi fini: le linee geometriche dell'umanità sono allegerite dai colori saturi ma non accecanti dei vari oggetti, e tutto sembra immerso in una "meccanicità fluida", vitale, quasi malickiana, che pure vorrebbe perseguire il percorso segnato da Jonze (che dalla freddezza tecnologica riesca a sprigionare sentimentalismo), ma che finisce per fare esattamente il percorso contrario, ovvero spingere alla riflessione razionale una storia dichiaratamente d'amore. Il film palpita solo per se stesso, rimane steso sullo schermo senza venirne fuori, e si acciambella sul bla bla dei due protagonisti (anzi, proprio sulle loro voci) senza timore di tediare (come effettivamente finisce per fare), mentre il cuore dello spettatore non palpita, sorride ma non si commuove, tenta di farsi coinvolgere ma viene respinto da un dilemma risaputo, trattato sinceramente ma declamato dall'inizio alla fine come se nient'altro importasse. 
In Her il vero problema è che i personaggi non esistono, sono tutti convergenti verso un unico centro (la trovata "geniale" di mettere insieme uomo e macchina), e tutto quello che viene messo intorno a quella storia è come qualcosa "di circostanza", fatto per allungare il brodo e illudere (illudersi?) che i personaggi abbiano un loro fascino e/o significato. Anche qui, però, si dovrebbe lasciar correre un po' troppo, da caratterizzazioni abbastanza banali a figure di contorno al limite del ridicolo. E' tutto in realtà il Grande Dilemma, e non c'è nient'altro.
Ma allora cos'è questo Grande Dilemma? E' qui che Her riesce a destare il suo piccolo interesse (spinto nei canoni della riflessione, e mai della vera emozione): si amano le coscienze o i corpi? O entrambe le cose? I sentimenti possono essere reali a prescindere dall'oggetto d'amore? Se si ama e si è felici appresso a un'illusione o a una realtà "artificiale", ci si dovrebbe forse accontentare, pur nell'(in)naturalità dell'atto? La risposta sembra essere sì, e qui Jonze avrebbe potuto decollare verso sorti innovative, dal punto di vista tematico: non verso una rivalutazione della tecnologia e del progresso, ma verso una nuova esplorazione del sentimento umano per comprenderne il relativismo, l'opinabilità, gli impellenti limiti. Peccato che quel sentimento sia solo raccontato (così come i due protagonisti si raccontano cosa si farebbero se potessero "toccarsi"), ed è ricoperto da una patina involontariamente respingente di insistita "riflessione". Quindi, se a fianco di sequenze suggestive (i ricordi e le memorie di Theodore come stracci inconsistenti di coscienza, della stessa natura di cui è fatta l'OS Samantha) si pongono immagini meno interessanti e ridondanti (l'appuntamento, le storie che non riguardano il loro rapporto, le parentesi con videogiochi), d'altra parte Jonze è riuscito a lasciare qualche cosa nella mente dello spettatore. Nella sua parte razionale, però, perché il film, nonostante le vibrazioni, i colori, le voci, risulta stranamente sterile. Inconsistente non come il sentimento, ma come il mal fatto.

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