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Oldboy

Regia di Spike Lee vedi scheda film

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La recensione su Oldboy

di EightAndHalf
2 stelle

"Spike? Spike? C'è nessuno?". Torna più spesso in mente, durante la visione di Oldboy di Spike Lee, la bollicina con cui la nostra televisione e le nostre pubblicità ci avevano ossessionato pochi anni fa. E non diciamo la marca dell'acqua pubblicizzata, altrimenti cadremmo nelle pubblicità occulte che tanto occulte in Oldboy non sono (anche se è solo una mi ha colpito: la Pudweiser sullo sfondo sarà una buona birra?). Simile ritorno in mente della mitica bollicina, però, potrebbe essere spiegato anche dal film stesso, ultima opera di un regista che si è accecato come Edipo (c'è da dirlo), anche perché elemento aggiuntivo e pedante rispetto al film di Park Chan-wook (a suo modo un capolavoro) è proprio la critica a questa televisione che fa credere vera qualsiasi cosa vediamo. Sembra esagerato appellarsi a simile piccolo (mastodontico!) concetto, infimo rispetto a quello che è (o voleva essere?) raccontato dal film di Lee, ma effettivamente è l'unica cosa da prendere, l'unica cosa che nella sua ingenuità e nella sua ridicolaggine ridondante (in quanti ci hanno parlato di televisione?) può avere un senso in un film, di contro, insensato. E pensare che odio il grassetto.
E' incredibile come Spike Lee, autore di film come La 25^ ora, Inside Man S.O.S. Summer Of Sam si sia ridotto a simile operazione. Sciatto, patinato, con migliaia di superficialità e di incongruenze al limite dell'incredibile, Oldboy sconvolge quasi quanto il film di Park ma per motivi del tutto opposti: a fare paura non è la mentalità e la cura patologica della vendetta messa in scena, ma la mentalità strapatologica di chi ha voluto mettere in scena un film in cui cambia la storia in un dettaglio fondamentale (per parlare anche di televisione e di famiglie che si uccidono, come succede spesso oggi in America) e tutta la costruzione a scatole cinesi del primo film (che pure non appesantiva l'ingranaggio del thriller con inutili e spregievoli illustrazioni su misura per lo spettatore occidentale) va a farsi friggere perché questo secondo Vecchio Ragazzo si lasci andare al ridicolo involontario e alla stupidità più pura. Non ci sono modi per definirlo, anche perché basterebbe andare ad analizzare il singolo passaggio, quello per cui una famiglia (non si va oltre onde evitare spoiler) prende la decisione di trasferirsi per evitare uno scandalo e ripropone, dopo essere stata scoperta, lo stesso tipo di azione scandalosa nel luogo meno sicuro di questo mondo. Questo forse per parlare anche di certi ceti aristocratici assolutamente privi di valori? Del sangue che scoppia nella tranquillità familiare? E perché trovavamo molti più contenuti e molta più impressione nel polipo mangiato dal protagonista del film coreano (nei titoli di testa Park non è nemmeno citato, almeno nella versione italiana) che nei piccoli pezzi di pelle che tarantineggiando Brolin strappa dal collo di un Samuel L. Jackson sbraitante come in Django Unchained, con le uniche due differenze del regista e del contesto (da cui anche l'abbigliamento ridicolo del Jackson di questo ultimo film)? Perché ripetere stancamente e inutilmente la splendida scena di combattimento del primo film, quando qui il protagonista è un supereroe che non crolla mai (Dae-Su nell'originale cadeva più volte) e si fa accoltellare alle spalle da un uomo che sbuca fuori per caso dopo tutto il combattimento e se ne scappa poi impaurito? Perché la donna dovrebbe curarsi del protagonista, se non viene utilizzato quello stratagemma narrativo dell'originale per cui il libero arbitrio era praticamente eliminato? E perché, infine (apice dell'assurdo) per punirsi al contrario di un certo anti-eroe sofocleo il protagonista, piuttosto che tagliarsi qualcosa (lingua, occhi, andava bene tutto), si costringe a guardare (in maniera spaventosamente voyeuristica)? Sembra che neanche il protagonista abbia capito cosa sia successo, né noi sappiamo cosa sia successo a Spike Lee. 

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