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Miele

Regia di Valeria Golino vedi scheda film

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M Valdemar

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La recensione su Miele

di M Valdemar
8 stelle

Irene e il mare. Irene e la musica. Irene e i viaggi. Irene e il sesso. Irene e i ricordi innevati di una madre scomparsa da tempo. Azioni e reazioni come bracciate ossessive compulsive che definiscono un’esistenza sola e solitaria, interrotta e colma di flussi devianti, un’anima in fuga verso gli abissi oscuri dei mali e del Male.
Miele e (è) un’altra sé, tenera e decisa accompagnatrice del dolce dipartire. «Nessuno vuole davvero ammazzarsi, vogliono tutti vivere, ma non ce la fanno più: quella non è vita». Scarne semplici parole, scolpite con fermezza sulla crollante roccia delle certezze (del non vedere, non sentire, non sapere): in pratica una confessione, anzitutto a se stessa.
Una routine fatta di quella nient’affatto normale “attività” («un lavoro di merda» come afferma la sorella di un uomo che ha preso la “decisione”), della rete di bugie intrecciata per difendere (chi le è vicino dal suo segreto) e per difendersi (dall’insostenibile schiacciante peso del compito scelto), ma anche per distaccarsene.
A perdifiato correre in bici, nuotare sempre più forte, spostarsi da un posto all’altro: il distacco va nutrito, inseguito, accudito, e quel cuore che sembra sospendersi per poi riprendere a battere è il termometro di una crescente sofferenza, del bisogno di trovare un posto, un aiuto, un senso.
L'incontro, nato come ennesima “assistenza”, con il vecchio sagace ingegnere (Carlo Cecchi, sublime) fa implodere quella asfittica, bloccata realtà, il muro di sicurezze deflagra sotto i colpi inferti dalla personalità dell’uomo, dal suo non essere clinicamente malato ma semplicemente annoiato. Gli interrogativi aumentano, il disorientamento pure, persino i pochi punti fermi della vita di Irene/Miele mostrano la loro facciata buia (l’amante, il medico che gli commissiona il lavoro). Qual è il limite? Chi stabilisce le regole? Qualcuno ha più “diritto” a morire rispetto a un altro?
Domande che non hanno risposte assolute, perse nel disperdente dedalo di leggi che non ci sono, e che se ci sono, si celano dietro le colline del potere (politico e religioso).
Ma, si badi bene, Miele non parla, banalmente, di eutanasia, di ideologie contrapposte, di veti incrociati, di istituzioni assenti e media compiacenti. Per fortuna.
Miele è un meraviglioso viaggio introspettivo nell’animo di una donna, una giovane donna che ha compiuto delle scelte e ne paga, quotidianamente, le conseguenze. Nessun esagerato didascalismo, nessuna voglia di prodursi in sfrenate ambiziose e inconcludenti spiegazioni: basta uno scambio di battute, un ricordo che riaffiora tra le aridità del presente, e si è, sin da subito, dentro il cuore e la coscienza di Irene. I suoi tormenti, le sue paure, le sue fragilità, la sua forza.
Presenza raccontata con garbo e delicatezza, con tocco fieramente femminile (e qui si sente la mano, altrimenti attenta a non atteggiarsi, di una regista donna), in un’opera che è, prevalentemente, di “scrittura”. Eppure non noioso né annoiato né tantomeno affogato dai tipici difetti di molte opere italiane “impegnate”, quelle con tematiche importanti e l’etichetta, pericolosa, di film “drammatico”. Pericolo brillantemente scansato in virtù di un’asciuttezza esemplare, di un rigore che non insegue e nemmeno ammette abbellimenti di sorta così come derive lacrimevoli e biecamente pietistiche.
Le qualità di quanto pensato e riversato sulla carta vengono trasposte in una messa in scena solida e sincera, intensa, che prende i suoi tempi permettendo comunque al film di non risultare pesante o faticosa ma anzi riuscendo a coinvolgere lo spettatore. Cosa che avviene in maniera piena per merito di quel personaggio così incredibile che è Irene.
Inseguita con dolcezza, esplorata con passione, attaccata agli occhi che riescono ad esprimere tutto, accompagnata nelle esplosioni di rabbia e nei momenti di angoscia, ascoltata nei silenzi: la macchina da presa si addentra nei meandri sconvolti della/e identità, penetrando in profondità senza aggredire gli spazi e senza abbagliare, accecando, le zone d’ombra e nebulose esistenziali.
Se Miele costituisce una (ri)conferma delle eccellenti doti e del magnetismo “naturale” della bravissima Jasmine Trinca (tra le pochissime attrici connazionali a poter realmente competere con le migliori straniere), a sorprendere è la maturità mostrata in cabina di regia dall'esordiente Valeria Golino (attrice discontinua quando non discutibile): che abbia trovato la sua strada?
Chissà. Intanto questo è un film da non perdere.

 

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