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L'amore dura tre anni

Regia di Frédéric Beigbeder vedi scheda film

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La recensione su L'amore dura tre anni

di mc 5
10 stelle

Tra me e questo film è stato amore a prima vista. Fin dai titoli di testa, è scoccato il dardo della passione. Sì, mi sono innamorato di un film di cui condivido praticamente tutto: toni, linguaggio, stile, regìa, recitazione, dialoghi, sceneggiatura. Tutto. Troppo facile definirlo nei termini dell'ennesima commedia sentimentale francese. Questo film è molto altro e molto di più. Lo definirei il romanzo di un complesso percorso di maturazione sentimentale di un trentenne francese il quale, dopo aver affrontato sfide e cimenti che ne hanno messo a dura prova la stabilità mentale, arriverà a capire il senso della vita che sta alla base di un rapporto amoroso. Il tutto attraverso il linguaggio di una commedia sofisticata che esplora diversi registri espressivi, lasciando costantemente emergere una tendenza all'ironia invasiva e ad un sarcasmo talmente aspro da sfiorare il nichilismo. In definitiva, una commedia agrodolce sui rapporti tra uomini e donne, scritta con rara intelligenza e dove disincanto ed ironia sono distribuite in dosi massicce. Questo non fa che confermare la mia antica passione per la sensibilità conclamata dei cineasti francesi. Sappiamo bene quale tocco leggero possiedano gli autori d'oltralpe quando scrivono commedie sentimentali o anche semplicemente opere umoristiche. Certo, non sempre le ciambelle riescono con un buco perfetto, come nel caso del debole e recente "Chef", ma quasi sempre il risultato va ben oltre la sufficienza. E potrei citare decine di titoli, da "Una top model nel mio letto" a "La cena dei cretini", fino al successo planetario di "Quasi amici", per tacere poi dell'estro di un autore/attore straordinario come Dany Boon, oppure quello splendido omaggio al cinema italiano di commedia degli anni 60/70 che è stato il recente "Gli infedeli". Nel caso in questione ci si poteva attendere il solito accumulo di gag aventi per oggetto baruffe sentimentali e scontate schermaglie amorose. E invece si resta piacevolmente conquistati da una irresistibile disàmina sulla capacità d'amare di uomini e donne in una società in cui ogni cosa pare lavorare per ridurre il ciclo vitale della durata di un rapporto a due. Insomma, saranno i ritmi di vita sempre più accelerati, saranno le "tentazioni" sempre più presenti nei nostri percorsi quotidiani, sarà quel che sarà, ma secondo il regista (ed autore) Frederic Beigbeder, oggi il rapporto tra due persone che s'innamorano prevede un ciclo che non può superare i tre anni. Da segnalare, per inciso, che Beigbeder è prima di tutto uno scrittore (e critico letterario) che ha deciso di affrontare l'esordio nel lungometraggio proprio mettendo in scena il suo romanzo che ha lo stesso titolo del film. Ed è dunque evidente che l'autore, sia nel libro che nel film, si spende in prima persona, collocando le proprie teorie sull'amore su uno sfondo che egli conosce assai bene, quello dei premi letterari, dei critici, degli editori. Se dovessi dire quali influenze e quali richiami ho individuato in quest'opera, il discorso sarebbe lungo, ma ci voglio provare. Due nomi per cominciare: Jacques Demy e Claude Lelouch. Poi ogni tanto affiorano suggestioni da "nouvelle vague", tanto che il protagonista a tratti mi ha ricordato un giovane Jean Pierre Leaud. In altri momenti mi è parso di toccare con mano i ricordi di "L'uomo che amava le donne" di Truffaut con le sue accorate disàmine sul pianeta femminile. E poi, ma qui si va sul gusto personale, ho trovato punti di contatto (sintetizzabili in un intrigante corto circuito tra ironia e senso di tragedia) tra lo sventurato protagonista e i personaggi che popolano il mondo di un cineasta che io amo da morire, Denys Arcand. Come non collegare in qualche modo questo Marc sedicente vittima dell'incomprensione femminile con il meraviglioso protagonista de "L'età barbarica" di Arcand, entrambi piccoli uomini in guerra col mondo? Ma le idee in questo film piovono da ogni parte. Tipo quella (geniale) di richiamare più volte la memoria di un anziano pianista-compositore popolarissimo in Francia, Michel Legrand, che oltretutto nelle sequenze finali si materializza in uno specialissimo cammeo. Ma poi non mancano neppure le citazioni cinefile, tipo quella (insistìta) de "Il caso Thomas Crown" di cui si intravedono alcune immagini. Lo spettatore, d'altra parte, viene subito orientato nella direzione giusta fin dal primo fotogramma, che ci mostra un Charles Bukowski più sornione e indolente che mai, il quale ci espone le sue teorie sulla caducità dell'amore. E non è che l'introduzione. Per tutti i 95 minuti che faranno seguito a quei primi tre, lo spettatore verrà investito da un fuoco di fila di battute senza un attimo di tregua, alcune delle quali francamente irresistibili; e così vi capiterà come al sottoscritto, di ritrovarvi a ridere di gusto, salvo poi realizzare che state ridendo, sì, ma amaro. Concludiamo con un cast all'altezza. I due protagonisti (Gaspard Proust e Louise Bourgoin) sfoggiano talento e simpatia da vendere: lui è fantastico nelle sfumature, nella varietà dei toni, nelle sottigliezze...lei è una creatura divina, bella come il sole ma nel contempo dotata di un luminosissimo sorriso che ispira umana simpatia. Ma la vera novità è la partecipazione di Joey Starr, originario della Martinica, che se la cava decentemente come attore (è reduce peraltro dal successo di critica di un film importante come "Polisse") ma che in realtà è un affermato e combattivo rapper (il suo ruolo nel film è quello che riserva più sorprese). Concludendo. Un'altra commedia sull'amore? Sì. Ma non la solita commedia sull'amore. Molto altro, molto di più.


Voto: 10

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