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La storia dell'ultimo crisantemo

Regia di Kenji Mizoguchi vedi scheda film

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La recensione su La storia dell'ultimo crisantemo

di OGM
8 stelle

Tokyo, 1888. Kikunosuke, figlio di un famoso attore, è impegnato con uno spettacolo presso il Teatro Shintogi. Le sue capacità interpretative lasciano alquanto a desiderare, ma non è questo il motivo che lo spingerà ad abbandonare la sua famiglia. La vera ragione si chiama Otoku: è questo il nome della balia del suo fratellino, di cui Kikunosuke si innamora. Quando la ragazza viene cacciata dalla casa paterna, il giovane decide di seguirla. Finirà per aggregarsi ad una compagnia teatrale itinerante, attraversando non poche difficoltà.

Questo film parla non solo del tormentato cammino dell’arte, e delle sue problematiche intersezioni con la vita sentimentale: la storia, infatti, riguarda soprattutto l’amore e la verità, e l’amore per la verità. Kikunosuke rimane affascinato dall’unica persona che, nonostante la sua condizione subalterna, abbia avuto il coraggio di fargli presente le sue carenze recitative. Una sincerità che vince sulla diffusa ipocrisia, introducendo, in quell’ambiente frivolo e borghese, una volontà di condivisione che prescinde dai dislivelli sociali. L’anomala unione tra Kikunosuke e Otoku, che li condannerà all’esilio e ad un’esistenza piena di incertezza, è l’avventura romantica che urta, ad ogni passo, contro gli ostacoli di una realtà cinica e spietata. L’impresa mette a dura prova il sentimento ed il talento, rinvigorendo entrambi nella palestra della frustrazione. I due protagonisti sono personaggi che si costruiscono strada facendo, dal punto di vista psicologico ed artistico: non sono eroi in partenza, bensì essere umani che faticano non poco per trovare il loro posto nel mondo.  Kenji Mizoguchi presenta la loro vicenda come una successione di eventi collocati in luoghi diversi, ma quasi sempre chiusi ed affollati, nei quali la loro individualità si stacca dal fondo di una coralità apparentemente anonima: una folla di gente comune della quale essi stessi fanno parte. Sono le persone qualunque che diventano qualcuno nel momento in cui l’obiettivo decide di metterle a fuoco, isolandole dal contesto. In questo modo Kikunosuke e Otoku divengono l’emblema di tanti drammi ordinari, che in loro appaiono esemplari: sono i conflitti che nascono lunghe le linee di confine delle passioni, dove l’animo appare insanabilmente diviso tra gli affetti e le aspirazioni, tra i vincoli del dovere ed i sogni di evasione. Le scene,  incasellate in ambientazioni dalle geometrie scarne e ristrette, imitano la rigidità di un sistema basato sull’interesse, sul successo, sul potere, che costruisce gabbie intorno ai deboli, ai poveri, agli emarginati, come intorno agli idealisti. La stessa intimità è fatta di momenti di solitaria prigionia, dove le piccole stanze appartate fanno da cassa di risonanza al dolore. La sofferenza è un sussurro  inscatolato tra quattro pareti, mentre fuori, negli spazi aperti, rimbomba il fragore dello spettacolo, in cui si urla, si canta, si gioisce. Intanto, dentro, al riparo dagli occhi dello spettatore, si piange, ci si fa del male e si muore. Il peggio della vita si consuma nel privato, dove ci si spoglia dei propri ruoli ufficiali, e si resta nudi di fronte ai dilemmi che lacerano il cuore. Nella regia di Mizoguchi, gli esterni sono panoramiche coreografiche e festose,  come le sontuose messe in scena del teatro No: ci sono i trucchi, le maschere, le parrucche, le voci impostate, a creare una fantasmagoria di emozioni che sovrasta le angosce reali e le relega dietro le quinte dell’apparenza. Ed è proprio lì, nelle retrovie, che si svolge la vera battaglia, non già per il consenso del pubblico, ma per la semplice sopravvivenza: la platea vede solo la finzione degli attori, mentre ai margini del palcoscenico c’è chi, di nascosto, guarda e giudica, decidendo del destino di un uomo, e c’è chi, nell’attesa del responso, palpita di apprensione per la persona amata. Kikunosuke, interpretando una parte, si gioca il futuro, e accettando un contratto, mette in ballo la propria felicità. Il suo impervio percorso si sviluppa lungo il doppio binario dell’essere (un uomo) e del fare (l’attore). La crescita è dolorosa, cosparsa di scelte difficili, di rinunce ed errori, ed ha un finale a due facce, in cui l’applauso, però, riguarda soltanto la seconda metà.

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