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J. Edgar

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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La recensione su J. Edgar

di OGM
6 stelle

Né eroe, né antieroe. Né pedina del sistema, né self-made man. Eppure, in un certo senso, entrambe le cose. Il John Edgar Hoover di Clint Eastwood è protagonista di una storia indefinibile,  apparentemente rigorosa, eppure inopinatamente sopra le righe. Una biografia disumanizzata, costruita intorno a quello che, più che un personaggio storico, sembra l’icona dell’efficienza anticomunista, della tolleranza zero contro le minacce alla sicurezza interna degli Stati Uniti. Un robot dal cervello metallico ma dall’anima di carne, che parla con l’intonazione di un sintetizzatore vocale, però soffre di ossessioni da caccia alle streghe. Una mente monotematica che, posta a capo del Bureau of Investigation nel 1924, nel 1935 lo trasformerà nell’FBI, di cui rimarrà presidente fino alla morte, avvenuta nel 1972. Un logos dell’indagine che organizzerà la cattura di John Dillinger, risolverà il caso Lindbergh, spierà la vita privata di John Kennedy e tramerà contro Martin Luther King. Una figura che riassume la storia dell’America moderna, riducendola, però, ad una serie di casi criminali, giudiziari, spionistici. Una realtà condensata in un romanzo didascalico, in cui l’io narrante recita la telecronaca della propria vita, senza peraltro mostrare alcun particolare coinvolgimento emotivo. Un distacco professionale che la regia fa proprio, traducendolo in una tecnica ambiziosa e accuratamente controllata, però totalmente priva di passione. Sembra che la leggenda, per una volta, non abbia voglia di essere tale (forse perché ne ha un po’ vergogna) e per questo si ritiri dentro il tessuto scheletrito di un documentario fatto di essenziale ed impersonale obiettività: una trattazione scarna ed asciutta, eppure percorsa da una surreale e rabbiosa tensione, diretta contro quegli onnipresenti fantasmi che si chiamano i radicals, i nemici della nazione.  Ciò che abbiamo davanti, magari, non vuole davvero essere una creatura in carne ed ossa, ma soltanto un concetto: un ideale di ordine sociale, applicato alla visione di un America bianca (di razza e di coscienza), e di fatto inscindibile dal gusto di conoscere i segreti altrui, in base al principio secondo cui sapere è potere. Il J. Edgar che vediamo in questo film è un individuo i cui desideri vanno tutti in quella stessa direzione (a parte qualche fugace interesse sessuale per il suo braccio destro Clyde Tolson); è, in pratica, un essere fuori dal mondo, che vorrebbe che sua madre vivesse per sempre, e che segue perennemente la sua missione impossibile, a prescindere dal tempo che passa.  Sarà consigliere di numerosi presidenti USA, ma, nei suoi discorsi, non si coglie il benché minimo riferimento alla situazione politica. Il suo carisma sembra tutto concentrato nella forza dell’inamovibilità, che rende i suoi schemi operativi  insensibili al trascorrere degli anni. Una rigidità che si ripercuote in una vera e propria sfida recitativa:  merita un sentito applauso Leonardo DiCaprio per essere riuscito a risultare espressivo anche sotto l’informe crosta di trucco che plastifica il viso del J. Edgar sessantenne.  Indubbiamente, questo J. Edgar, così nitido e trattenuto,  così incisivo e, in fondo, anonimo, intendeva essere il distillato di qualcosa: un qualcosa che non è né storiografia, né letteratura, e che, in ogni caso, ci dice molto ma non ci spiega niente.

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