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Scialla!

Regia di Francesco Bruni vedi scheda film

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La recensione su Scialla!

di scapigliato
8 stelle

Se bastasse un tempo a fare un grande film, Scialla! Sarebbe un capolavoro. Il film di Francesco Bruni inizia presentandoci dei personaggi che già amiamo, dal trasandato professore di Fabrizio Bentivoglio – ben lontano dal suo celebre, e a me amatissimo, Speroni de La Scuola – al ragazzino coatto di Filippo Scicchitano, passando anche per la pornodiva in pensione interpretata da Barbara Bobulova e tanti altri comprimari. I caratteri distintivi dei due protagonisti sono narrativizzati senza mezzi termini, e se la metafora qua e là emerge per parallelizzare gli inconsapevoli padre e figlio, non c’è retorica né nella messa in scena, né nella recitazione e neppure v’è traccia di ricatti emotivi in sceneggiatura. Nonostante questo, sia Bentivoglio – il Jeff Bridges italiano, o Jeff Bridges è il Fabrizio Bentivoglio d’America, o comunque sia Bentivoglio è il miglior Lebowski d’Italia – sia il giovane Filippo sono estremamente coinvolgenti e finanche commoventi. La freschezza del gesto non-professionistico del ragazzo, il suo bel viso, il suo fisico perfetto – rigorosamente in underwear – e infine quindi la sua fisicità, la sua presenza scenica, fanno il paio con la stanca fisiologia e con il corpo sfatto e annoiato di Bentivoglio, capace così di regalarci l’ennesima interpretazione da brividi. Queste loro caratteristiche, dosate nello sviluppo narrativo, sanno commuovere. Un patetismo leggerissimo che tocca corde molto sensibili senza giocare di ricatto. Un tempo, quindi, il primo, in cui regia, interpretazione e contenuti sono perfetti, senza sbavature. Sono misurati e sobri, fanno sorridere e commuovere.
Purtroppo, con la svolta narrativa della bravata di Luca, che ruba soldi e droga ad un illuminato piccolo boss romano – tra l’altro ci si chiede come sia arrivato a quel gesto visto che durante il film stava dimostrando l’esatto contrario – il ritmo e la leggerezza di prima si perdono, si “sciallano” proprio, apparendo qua e là in qualche passaggio ben riuscito dove la bravura e la sintonia dei due protagonisti ripara alla disarmonia dell’insieme. Il punto più basso credo si tocchi nella scena in cui il mafiosetto Vinicio “er Poeta” Marchioni, grazia padre e figlio perché ha riconosciuto in Bentivoglio il suo amato professore del liceo. Ok, il regista ha voluto buttarla in commedia, facendo poi pagare al boss il debito con la giustizia e con la coscienza del pubblico soltanto fuori diegesi, durante i titoli di coda, e ok la lezione data, cioè che Pasolini ti salva la vita, ma francamente sa di posticcio, di guitto fuori tempo massimo. Peccato. Poi il film comunque si chiude abbastanza bene, anche se con qualche lungaggine di troppo, con quelle visioni di Bentivoglio, o meglio insognazioni dove vede il giovane Luca fare svariati lavori. Un Bentivoglio tornato stanco sulla sua vespa in giro per Roma, a ricordare inter-iconicamente il Moretti di Caro Diario, nonostante la rivitalizzazione sessuale con la Bobulova. Il film, insomma, si chiude stanco. Lebowskianamente stanco, per essere precisi, quindi una stanchezza non totalmente negativa, da pollice verso, ma sicuramente un po’ apatica, simil-nichilista, che lascia un’impronta di non-organicità sul resto della pellicola.
Punti importanti, a mio giudizio, che restano tali nonostante la resa finale di Scialla!, sono legati strettamente a Filippo Scicchitano. Il giovane attore romano-romanesco, a inizio film sintetizza con una potenza da professionista – complice la sceneggiatura, ovviamente – la deriva a-ideologica dei 15-18enni di oggi. Un paio di passaggi ci informano di questa sua caratteristica, come per esempio durante la distribuzione di volantini di sinistra fuori da scuola, che il giovane Luca non accetta, e alla provocazione di chi li distribuiva “aò, che? Sei di destra?”, risponde – saggio – più o meno così: “no, sono sopra”. Lo stesso succede con i ritratti scolastici, di svogliatezza, lotta generazionale e di classe con i professori, ma anche con la parentesi pugilistica – perché non più approfondita? – dove Luca si ribella al bullo di turno solo per orgoglio personale. Il tutto è, come dicevo, sintetizzato a inizio film quando il giovane attore parla al suo “professore” dei criminali, dei delinquenti, insomma della gente furba che sa fare i soldi illegalmente, che vivono nel lusso e per il lusso, che hanno potere grazie alla loro sporca condotta, e per questo temuti e rispettati – e infine sostenuti e votati. Il concetto è ripreso anche extradiegeticamente, in quei titoli di coda in cui è stata in­sertata la scena in cui il boss “er Poeta” è al gabbio e sta collaborando con il suo ex professore alle proprie “memorie” che potrebbero diventare un best-seller prima, un film per il cinema e una serie televisiva poi, perché ai “pischelli”, a quei ragazzini tra i 15 e i 18 anni di cui prima Luca sintetizzava i disvalori, queste cose piacciono, e il successo economico è assicurato. A questo punto, con queste premesse, il professore di Bentivoglio alla battuta “i pischelli sono soldi”, non ci sta, lascia e abbandona la sala udienze del carcere e se ne va. Senza dire altro, è come se dicesse che “no! I pischelli non sono soldi, sono altro” senza però precisare cos’altro siano, e qui il vuoto intellettuale la dice lunga sullo smarrimento del film a fine pellicola. Sicuramente la stilettata ai ragazzini di mocciana memoria, ai nuovi teen-idol patinati e falsi, plastificati dall’industria delle immagini e del consenso pubblico, a quel giovane blocco sociale  berlusconiano, fatto di arroganze e disvalori, per i quali l’illegalità se ti dà potere è legittima, è una stilettata che arriva e si fa sentire senza mezzi termini. La legittimazione dell’abuso, dell’arroganza e dell’illegalità, della presunzione e del clanismo/clientelismo, oggi molto cara, anche inconsapevolmente, a molti giovani, è l’input da cui parte il film e il conflitto generazionale tra i due protagonisti.
Bisognerebbe smetterla di continuare a vedere nei personaggi over50 – Bentivoglio è del ‘57 – la sconfitta del ’68, la sconfitta di una generazione, oggi disorientata. Il personaggio di Bentivoglio, non ha perso affatto, non è per nulla disilluso: è solo se stesso, anarchico e libero. Piuttosto andrebbe osservato con più cinismo e meno senso di pacificazione la deriva disvalorica di ventanni di videocrazia, dove l’immagine falsa e artefatta di un ipotetico successo nella vita dovuto alla ricchezza e alle conoscenze giuste, ha deformato il senso civico del paese come quello dell’etica personale. L’individualità s’è frammentata in profili, in alter-ego virtuali dove conta solo quello che appare. Questa virtualità, scontrandosi con la dura realtà della strada, crea dei mostri. Crea quei ragazzini che “fanno brutto”, perché solo così si è rispettati. Come se la cultura, il rispetto, la tolleranza, la legalità, infine la pietas rievocata dallo stesso Bentivoglio, non possano dare dignità ad un essere umano, compreso un ragazzino dal volto perfetto come Filippo Scicchitano.
Un altro punto, tanto audace quanto forzato nella sua rilettura, è il sottotesto omoerotico che attraversa in bassocontinuo il film. Sembra abbastanza esagerata l’esibizione del corpo nudo, perfetto, statuario e sensuale del sedicenne Filippo, se fosse tale solo per questioni narrative. Questa presenza fisica – e la fisicità è l’arma vincente di Scicchitano, almeno limitatamente a questo suo esordio attoriale – abbinata al mito omoerotico di Achille e Patroclo, alla disquisizione sulla nobiltà dell’omosessualità nella Grecia Antica, e all’immagine del figlio che porta in spalla il vecchio padre – anche questa un’eredità degli antichi greci – non possono non interrogarci sull’ambiguità del rapporto puer/senex. Un’inconsapevole iniziazzione omoerotica coinvolge il giovane Luca con suo padre, che all’inizio resta solo un simpatico adulto con cui fare/essere amico, e solo in un secondo momento diventa padre, anche senza quella inibizione di padre che si può avere con una percezione di figlio dovuta agli anni trascorsi insieme e soprattutto da quella dovuta al vincolo psicologico.
Questa lettura non influenza il risultato finale, ma il contenuto in filigrana dell’intera pellicola. Se il film parla di un rapporto adulto/giovane, la dicotomia padre/figlio è solo una soluzione narrativa che può coinvolgere corde sentimentali e dare pepe alla storia, ma non cambia l’impostazione mitica, quella di un giovane e di un adulto che si completano a vicenda, ricordando precedenti come Fiume Rosso o Pat Garrett & Billy the Kid – guarda a caso, due western.
Il rapporto, o il conflitto generazionale, viene usato da Francesco Bruni, regista e sceneggiatore, come catalizzatore per narrativizzare la storia di due corpi. Uno giovane, tonico, sensuale, disinibito; l’altro vecchio, sfatto, stanco, limitato e inibito. E la corporeità sembra essere proprio il fulcro intorno cui ruota l’intero film. Troppi sono i riferimenti al corpo, alla sessualità, come la pornodiva Bobulova, l’underwear del giovane protagonista, Achille e Patroclo, la riottosità all’atto sessuale di Bentivoglio, e la masturbazione “castrata” del ragazzo con il notebook e il DVD del porno del padre – un’altra occasione persa per il cinema italiano, incapace di spingersi verso la radicalità della visione, il suo eccesso, la sua provocazione, la sua fisiologica verità corporale. Troppi quindi, i riferimenti al corpo e alla sua importanza scenica come intellettuale, per non pensare a Scialla! anche come una rappresentazione di una proiezione freudiana, di un individuo che si sdoppia in puer e in senex e di entrambi ne gode i privilegi e ne piange le mancanze.
Bentivoglio resta comunque il più grande attore maturo che il cinema italiano possiede, e sarebbe bello poterlo vedere in duetto con Elio Germano, il più grande attore italiano della nuova generazione. Nel frattempo, la sua collaborazione con Filippo Scicchitano è già antologica, in virtù del fatto che alla bravura del senex s’è aggiunta la disarmante freschezza del corpo attoriale del puer, per il quale si spera un futuro lontano dal trend mocciano. Caro Filippo, hai le “competenze” per evitare una deriva teeny che ti affonderebbe.

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