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Il monello

Regia di Charles Chaplin vedi scheda film

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La recensione su Il monello

di passo8mmridotto
10 stelle

Jackie Coogan, cinque anni, attore di varietà. Charles Spencer Chaplin, attore trentenne, regista di se stesso nel suo primo lungometraggio (sei rulli, 1600 metri di pellicola). Casualmente vede recitare Jackie, ha un'idea per il soggetto, e decide, dopo cinque anni  di girare "The Kid", "Il monello", appunto.

Per Chaplin era un momento delicato, aveva in corso la causa di divorzio dalla sua prima moglie, per cui la gestazione del film fu piuttosto travagliata. Le riprese durarono oltre un anno, furono girati 150.000 metri di pellicola, con un costo totale della produzione di 600.000 dollari. Il debutto del film fu entusiasmante, e alla fine gli incassi furono di due milioni e mezzo di dollari.

Era, per Chaplin, l'inizio di una lunghissima carriera di indiscussi successi, tra i quali "Luci della città" (1931), "Tempi moderni" (1936),

"Il grande dittatore" (1940), "La contessa di Hong Kong" (1967).

Del Monello di Chaplin hanno scritto centinaia di "critici", valutando la pellicola in base alle più disparate e personali interpretazioni,

dall'uso del melodramma "specchiato", da intendere come cinico capovolgimento degli episodi della storia narrata, sino alle smorfie caratteristiche dell'attore che vengono trasformate in sfida contro i buoni sentimenti, mentre Chaplin sapeva bene che quelle smorfie portavano verso la risata liberatoria da parte dello spettatore.

Chaplin, a mio modesto parere, ha semplicemente voluto raccontare, ad un pubblico sempre più numeroso, i suoi personali ricordi della sua povera infanzia.

La didascalia dell'inizio del film presenta una donna che abbandona il proprio figlio neonato sui cuscini di una lussuosa automobile. Spiega che la donna ha un solo peccato, la maternità. E non può allevare il bambino perchè povera e abbandonata.

Entrano in scena due ladruncoli, vedono l'auto momentaneamente incustodita, si accorgono che all'interno c'è la creatura: abbandonano il bambino nei pressi di un bidone di immondezza, e scappano con la lussuosa berlina.

Un vagabondo (Chaplin) lo vede, lo prende in braccio, istintivamente vuole liberarsene, poi ci ripensa e lo porta nella soffitta dove abita. Lo alleva come se fosse un figlio, lo vede crescere tra mille difficoltà.

Il vagabondo, per sbarcare il lunario, fa il vetraio. Il bambino, ormai divenuto ragazzino, escogita un sistema per aiutare il padre adottivo: rompe i vetri a sassate, poi interviene il padre per la sostituzione.

Intanto la madre, presa dai rimorsi e divenuta una cantante famosa, è in cerca del figlio.

Il ragazzo si ammala, un medico ordina il ricovero in ospedale, ma il vagabondo, in modo rocambolesco, lo porta via alla pubblica assistenza e si rifugia con lui in un dormitorio. Ma al mattino il ragazzo è sparito: il proprietario del dormitorio, saputo che la mamma lo cerca, lo ha consegnato alla polizia.

Il vagabondo lo cerca disperatamente, poi, stanco e deluso, ritorna a casa e si addormenta.

Quella che segue è la parte più gioiosa del film, il vagabondo sogna che gli abitanti del quartiere hanno le ali e volano felici, e il bruto che terrorizzava il quartiere suona l'arpa. Ma la moglie del bruto, che ha comportamenti maliziosi nei confronti del vagabondo, crea scompiglio. Interviene la polizia, c'è una sparatoria, il vagabondo viene colpito e muore.

Un poliziotto, questa volta reale, sveglia il vagabondo, che teme di essere arrestato. Ma costui lo accompagna dalla madre del ragazzo, che lo invita ad entrare nella sua bella casa.

Il film finisce quì, 51 minuti per una bella favola, a lieto fine, contro gli 80 minuti originali, tagliati nel montaggio, curato personalmente da Chaplin, ritiratosi in solitudine in una casa nello Utah per non subire interferenze nel suo lavoro.

 

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