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I saw the devil

Regia di Kim Ji-woon vedi scheda film

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La recensione su I saw the devil

di maurizio73
6 stelle

Per vendicare la fidanzata, uccisa e fatta a pezzi da uno spietato e sanguinario serial killer, agente dei servizi di sicurezza coreani pedina e bracca l'omicida grazie ad una microspia gps che lo costringe ad ingoiare. Deciso ad infliggergli una punizione lenta e dolorosa, inizia a tormentarlo e massacrarlo ad ogni incontro, ma non ha fatto i conti con la bieca furbizia della sua vittima e con il pericolo che sembra minacciare la sicurezza dei suoi cari...
Il cinema coreano dimostra, ad ogni confronto con i clichè del genere (qualunque esso sia), di aver fatto i compiti a casa rielaborando, secondo l'estetica iperrealista del cinema d'azione made in Hong Kong (et similia) ed il gusto per un inveterato 'grand guignol', i canoni del thriller drammatico 'revenge based' che sembra diventare una costante un pò retriva degli autori di Seul (vedasi la felice accoglienza di pubblico e critica riservati alla omologa trilogia di Park Chan-wook). A questa regola produttiva e culturale non sfugge nemmeno questo lavoro a tinte forti del talentuoso Kim Jee-woon che, come nel precedente 'The Good, the Bad, the Weird' sembra emulare un certo 'tarantinismo di ritorno' nel mettere in scena un gusto decisamente 'pulp', sospeso tra ironia e ferocia, tra sentimentalismo e pornografia, tra iperrealismo e compiacimenti splatter, nel restituirci un mondo di personaggi che, benchè afflitti da un certo fumettismo e mossi da un oscuro relativismo etico, sono perfettamente coerenti e funzionali all'escalation di orrore e di violenze di cui si rendono consapevoli protagonisti. A tratti raffinato nella composizione delle inquadrature e nella efficace dialettica del montaggio, questa ennesima variante sul tema della vendetta in terra coreana alterna con spigliata noncuranza (o forse è proprio il contrario) tutta la gamma di registri che vanno dal dramma sentimentale al thriller poliziesco, alla horror comedy, rendendo la misura spropositata del metraggio (143 minuti) addirittura necessario per contenerne appena le funamboliche peripezie narrative lungo il risaputo tragitto che dal delitto conduce sempre all'inevitabile castigo che,in questo caso, sembra non  risparmiare proprio, ma proprio nessuno. Spettacolo per stomaci forti (ma bisognerebbe educare un pò tutti al gusto ludico e citazionista del cinema coreano) fa della inverosimiglianza e del ritmo incalzante i suoi precipui codici estetici, impartendo una lezione di stile e di competenza artistica alla cupa seriosità della produzioni americane di riferimento. Attori di grande professionalità ed attrici più che fotogeniche (vedere la scena di sesso 'doggy style' senza peli sulla lingua e non solo) al servizio di una regia che sa benissimo dove andare a parare.

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