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Biutiful

Regia di Alejandro González Iñárritu vedi scheda film

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La recensione su Biutiful

di spopola
8 stelle

Quello che mi ha sorpreso di più non è tanto la scarsa considerazione che è stata riservata a questo film,  ma il desiderio un po’ sfottente di prenderne le distanze per l’eccesso di disgrazie che accumula e propone, come se facesse un po’ paura o portasse male e si volesse esorcizzare utilizzando  l’ironia un po’ beffarda e supponente del sorriso il disagio profondo  che si porta dietro (come avviene di solito quando si fanno gli scongiuri o si tocca ferro... o addirittura qualche cosa di più intimo e privato) e al quale – a mio avviso – è difficile sfuggire se ci si abbandona al flusso del racconto, che tutto può suscitare fuorché l’indifferenza. Certo che lasciandosi travolgere dai fatti e dalla storia, si esce fuori dalla visione un po’ sfiancati e sconfortati, a nostra volta  profondamente turbati, perchè  non è facile “accettare” di confrontarsi come si è costretti a fare in questa circostanza, con la disperazione ed il dolore, soprattutto quando si arriva in sala magari con la voglia prioritaria di rilassarsi e di rasserenarsi, e può scattare anche il rifiuto perché poi tutto qui è cupo e privo di speranza, anche se intimamente intriso di poesia.
Se mi imbatto in un critico come Alessandro De Luca che su Ciak scrive: “lo sguardo del regista  è così compiaciuto (sic!) nel mostrare le miserie umane da essere respingente. Difficile empatizzare con il protagonista che troppo programmaticamente reietto affonda inesorabilmente tra corruzione, povertà, degrado e malattia collezionando una tale quantità di disgrazie da togliere il fiato. E Iñárritu flirta con la morte in maniera così voluttuosa da risultare irritante” mi sembra  poi di essere su una dimensione così opposta non solo di pensiero ma anche di percezione, difficile da immaginare e da comprendere che mi fa sorgere forti dubbi e interrogativi  sul fatto che non ci sia dentro proprio quel commento un po’ di ciò che in genere si definisce   “un partito preso”, quel “dagli all’untore” dettato insomma  più che dalla paura, dall’insensibilità. Ma è davvero possibile – mi chiedo - trovare anche soltanto qualche labile traccia di compiacimento in questa amara discesa agli inferi che semmai conferma e amplifica una particolare idea di cinema da sempre sostenuta e portata avanti dal regista (ci torneremo meglio in seguito su questo punto) magari con eccessiva compartecipazione ma mai a mio avviso con quella morbosità un po’ patologica che sembrerebbero volere stigmatizzare  quelle parole? No, più le rileggo e più mi convinco che… beh! Non posso immaginare una supposta “malafede”, questo no, però visto che si tratta di un critico (non è il solo, tengo a precisare, e si trova in questo in buona e nutrita compagnia) e non di un comune spettatore, qualche dubbio mi sorge ed è lecito… e con questo ho già implicitamente detto che a me il film è invece “piaciuto molto” che è persino un eufemismo in questo caso perché mi ha lacerato le viscere quel calvario ed ho sofferto come un cane bastonato fino alla commozione più profonda nel mio restare caparbiamente in sala fino alla consunzione finale della storia. Magari sono in minoranza… ma che importa? E’ con il mio personale sentire che devo fare i conti, e per me – lo ripeto – si è trattato di una straordinaria esperienza indubbiamente traumatica, ma necessaria.
Affrancandosi – almeno in questa occasione – dal sodalizio artistico con Guillermo Arriaga e dai suoi racconti a incastro, Alejandro Gonzáles Iñárritu qui al suo quarto film, con il contributo essenziale del direttore della fotografia  Rodrigo Prieto, ha scritto (sceneggiatura realizzata insieme a Nicolás Giacobone e Armando Bo) e diretto un film una volta tanto lineare, omogeneo e in controtendenza che si concentra sulle vicende di un uomo consumato dal cancro e dalla vita sullo sfondo di una Barcellona livida e malsana come una cloaca.
Al centro di un cinema  che eravamo stati abituati a trovare molto affollato di personaggi, storie e differenti punti di vista,  questa volta c’è dunque un solo uomo (Uxbal, magnificamente interpretato da un intenso, superlativo, veritiero, stratosferico Javier Bardem) e un’unica location (la Barcellona a cui accennavo sopra, appunto, e più precisamente il quartiere di  Santa Coloma all’interno del quale vive  e si muove il protagonista con tutte le contraddizioni che si porta dietro).
Noi ci troviamo così ad errabondare con lui fra le strade sporche e malandate, fra la povertà infiltrante di una inusuale, “sconosciuta” metropoli che mostra la sua faccia oscura così simile a un girone infernale degradato, ostile e senza redenzione, dove nelle frequenti panoramiche anche la svettante silhouette della  Sagrada Familia di Gaudi si confonde e si annulla fra le sagome anonime delle troppe  gru che trasformano in cemento e grattacieli i ricordi del passato.
Svincolato dalla prepotenza straordinaria e carismatica di Arriaga, qualcosa ha certamente perso per strada, ma ci ha sicuramente guadagnato nella concertazione lineare di un percorso, visto che lavorando in assoluta autonomia di forme e di pensiero,  Iñárritu ha potuto darci così la conferma piena del suo talento autonomo di “autore” spesso “oscurato” in precedenza  dalla ingombrante  presenza del geniale sceneggiatore.
Non è stata certo una novità per me questa scoperta,  perchè il manifesto esplicito e non filtrato dagli altrui “valori” non solo delle sue capacita, ma soprattutto della sua particolare idea di cinema, a mio avviso il regista lo aveva già esposto e dichiarato ben prima che ne desse la conferma con  questa poderosa prova. Io per esempio, credo di averla rintracciata già nel segmento da lui firmato all’interno del film “cumulativo” girato ormai quasi dieci anni fa per ricordare l’11 Settembre 2001,  che lui aveva appunto costruito proprio sulle immagini di repertorio televisive dell’attentato: già lì la sua efficacia nel catturare (e provocare) l’emotività dello spettatore era così assoluta e “impertinentemente” spudorata da mettere in evidenza non solo una profonda conoscenza e competenza teorico/pratica del (e sul) cinema, ma anche da indicare a chiare lettere il percorso che intendeva seguire per sollecitare il coinvolgimento empatico dello spettatore nel progredire della sua esperienza in questo campo.
E Iñárritu, pur focalizzandosi sulla storia di un unico personaggio, è comunque capace di convogliare su di se e sul suo modo un po’ estremo di fare cinema, l’interesse e l’attenzione primaria dell’osservatore esterno, ritagliandosi una posizione di assoluto primo piano,  perché scendendo più nel privato, non dimentica, e soprattutto non sacrifica, nessuna  delle altre molteplici tematiche trattate in precedenza e riesce a farlo attraverso un assoluto ed eccellente dominio della forma e dello stile. Le filtra in maniera diversa ovviamente, quelle tematiche, ma rimane intatta e inalterata la sapiente, personalissima attenzione che riserva al mondo degli ultimi, che ripropone  per altro dentro un’opera  che si apre e si chiude magistralmente con una doppia suggestione di puro cinema denso e poetico, due sequenze magmatiche che da sole riuscirebbero a “fare la differenza”.
Non ci sono più gli incastri spazio/temporali  che hanno reso “celebri” le precedenti opere, è vero ma anche in Biutiful è ancora e sempre il  tempo  l’elemento fondamentale della  narrazione del film, il suo essere centrale rispetto alla storia e agli avvenimenti: due mesi - poco più di sessanta giorni - condensano e definiscono  lo spazio residuo, il tempo massimo (anche di vita) concesso a quest’uomo tormentato, rappresentano in pratica la sua deadline. Ed è proprio dal momento in cui lui apprende di dover morire, che la storia si mette in moto, e con essa l’incedere inesorabile del tempo che si elide troppo in fretta, un tempo che si fa persino circolare nella narrazione, visto che il film comincia con le stesse immagini con cui finisce (la suggestione di puro cinema a cui accennavo sopra), con un cambio di inquadratura però che modifica anche la prospettiva e la conoscenza dello spettatore che osserva, con quel “balzo in avanti” nella narrazione fatto già in partenza dal protagonista che sembra “scrutarsi” dall’esterno e che “anticipa” qualcosa (non chiedetemi che cosa però, non vorrei spiegare troppo della storia) nel suo dialogare  col suo giovane padre defunto troppo presto e finalmente ritrovato, anche se in un’altra dimensione.
Ci sono già disegnate in queste due magnifiche sequenze tutte le tracce del percorso,  il rapporto padre/figlio, le leggende, la necessità della condivisione… il disperato bisogno di voler continuare a vivere… e se il messaggio è (solo) inizialmente un po’ oscuro, risuona in ogni caso da subito poeticamente affascinante, ti prende e ti trascina: “Es real?” sussurra una voce di bambina, mentre vediamo in primo piano le mani di un uomo intrecciate a quelle più piccole della ragazzina che ha posto il quesito. Dalla conversazione apprendiamo che sono un padre ed una figlia, e che la sua insistente domanda riguarda un anello che l’uomo porta al dito e che intende donarle (ma comprenderemo poi che proprio quella istanza -“è reale”? “è autentico”? - è anche il quesito inquietante e profondo che l’autore pone allo spettatore, e che nemmeno quell’anello è secondario.
Il movimento repentino della macchina da presa si fa poi più “visionario” e si sposta  nell’ariosa, luminescenza di un bosco innevato, dove assistiamo a un altro dialogo fra due uomini quasi coetanei, ancora un figlio e un padre che non ha avuto il tempo di invecchiare, che racconta a sua volta e a suo modo al più giovane (anagraficamente parlando) la morte e l’aldilà (la parabola del gufo che viene poi ripresa e si chiarisce con straordinaria efficacia alla fine, è l’altro tema centrale e fondamentale che emerge).
Mi metteva paura il suono del mare quando lo ascoltavo da bambino per tutte le cose che vivono lì sotto  e che non conosco (metafora straordinaria e inafferrabile dell’inconscio riferita a ciò che ci aspetta dopo il trapasso e che non comprendiamo, perché è poi anche  di questo che qui si parla).
E’ singolare allora che proprio in questa stagione cinematografica siano stati più d’uno i titoli che hanno trattato in contemporanea temi così affini che ci costringono a confrontarci e riflettere proprio sul rapporto vita-morte e a porci di conseguenza inquietanti domande sulla “trasformazione” del trapasso, su come finiranno quei 21 grammi (il cosiddetto peso “dell’anima”) che separano proprio la vita dalla morte (e qui ritorniamo però anche a un altro titolo del regista analogamente poco compreso). In questo suo scrutare l’oltre, si può affermare allora che Uxbal è molto prossimo  nei suoi contatti con l’aldilà, al George Lonegan di Hereafter, e anche lo spettatore, come gia con Eastwood (e lo dovrà fare  poi ancora  con Malick) è portato a chiedersi durante lo scorrere delle sequenze, che cosa ci sarà di tanto affascinante e spaventoso in fondo a quel mare, e a rapportarsi, volente o nolente, non solo  con la sua interiorità perduta, ma anche con le paure ancestrali che da sempre accompagnano ogni percorso di vita proprio su questo enigma irrisolvibile.
E il regista esonda nel racconto di un “disastro” anche sociale, come un fiume in piena difficilmente arginabile, amplifica alla massima potenza il dolore già espanso che traspariva dalle precedenti opere per scaricarlo totalmente sulle spalle di un solo uomo, un miserabile senza speranza che agisce da isolato accanto ad altri miserabili.
Il tocco caratteristico del direttore della fotografia Prieto crea  poi un angosciante effetto naturalistico ma esasperato attraverso il taglio delle riprese e l’illuminazione, che accresce il senso disturbante che agisce proprio per “accumulazione”, fino a portarci volutamente a fronteggiare le estreme, dilanianti conseguenze di una disperazione  (e una dannazione) che non è solo interiore, ma anche sociologica.
L’illuminazione si basa soprattutto sull’utilizzo di fonti di luce esistenti nelle location naturali e il 95% delle scene è girato con la camera a mano, così da creare un ritmo anche visivo che ben rappresenta lo stato emotivo del protagonista e le sue tensioni, a suo modo sfruttato e sfruttatore delle altrui miserie (l’emarginazione assoluta degli immigrati clandestini), un uomo  che vive  e si destreggia fra illegalità al limite estremo della decenza (ma deve pur sopravvivere anche lui) perché la sua vita è un reticolo intricato dove il lavoro in nero (smercio di oggetti contraffatti) si alterna al ruolo di padre premuroso  di due figli da crescere ed accudire, mentre le storie ed i rapporti si intrecciano (e a volte anche deflagrano) con quelli di un fratello infido che cavalca l’onda del sottobosco criminale, e di una moglie inaffidabile - a sua volta vittima, ma anche “carnefice” della sua condizione -  affetta da alcoolismo, sofferente di un disturbo bipolare e soggetta a crisi autodistruttive, il tutto  nella cornice esasperante di case fatiscenti piene di scarafaggi e di presenze inquiete.
L’arco narrativo del protagonista passa così dall’iniziale atteggiamento di controllo sul destino, al “lasciarsi andare” del finale a cui approda dopo un lungo percorso a ostacoli, durante il quale solo un’amica medium, Bea (e poco più di questo), riesce ad aiutarlo, mentre ogni altra cosa che fa, sembra inesorabilmente rivoltarglisi contro persino al di là delle intenzioni.
L’autore gestisce così magnificamente in tanto degrado anche morale, sospensioni e apparizioni, lungo i marciapiedi della città catalana alla ricerca di un (im)possibile domani per una prole quasi senza futuro e prospettive,  fra spacciatori magrebini che Uxbal cerca di difendere “ungendo” i poliziotti affinché chiudano un occhio sui loro commerci clandestini (straordinaria e sconvolgente, violenta e veritiera anche per la crudezza con cui è stata girata, la scena della retata in una famosa piazza dietro le Rambas),  sfruttatori cinesi senza scrupoli, lavoratori “invisibili” e spiriti al contrario spesso visibili, perché questo è un film dove i confini fra i vivi e i morti sono labili e persino “praticabili” (e anche Uxbal ben prima della dipartita, sembra essere sospeso dentro un limbo che lo costringe a ripercorre a ritroso la sua vita e a cercare di riorganizzare un domani per la sua famiglia o di ciò che ancora di essa resta in piedi).
Ci sono molti temi che scorrono sottotraccia spesso tragici, ma anche struggenti, come la storia della tomba del padre, un emigrato nel lontano Messico e lì prematuramente morto in epoca franchista per una polmonite, che Uxbal non ha mai conosciuto – e in quest’onda di rimpianto e appartenenza negata, si nasconde senz’altro la traccia più intensa del film –  una tomba che adesso sta per essere trasferita per far posto alla costruzione di nuovi palazzi (le gru che cancellano la memoria del passato a cui accennavo sopra).
Ultrarealistico, ma al tempo stesso persino un pò magico e sovrabbondante, Biutiful (l’errore ortografico deriva dalla primogenita del protagonista, che scrive quella parola così come si pronuncia, esattamente come le ha detto quel padre che ignora la perfezione della bellezza e pratica da sempre l’imperfezione del mondo [Marzia Gandolfi]) è un film che fa percepire davvero (le insinua nelle anime e nelle coscienze) tutte le asperità, gli struggimenti,  i disturbanti rimorsi di un’esistenza allo sbando e ai margini, ma racconta anche l’attaccamento alla vita, la fiducia (spesso tradita), la devozione, l’amore e la dedizione, persino la fratellanza inattesa che spesso alimenta gli ultimi, con la sua lunga, concitata sequela di eventi (schiaffi del destino e della vita compresi), ripresi con uno stile volutamente sporco, ruvido quasi “notturno” al centro del quale Uxbal, stratosferica presenza che Bardem rende pugnace, dolente e veritiero come nessun altro sarebbe riuscito a fare meglio di lui, assume le dimensioni gigantesche (il contributo dell’attore è davvero fondamentale in questo) che potrebbero essere riservate e attribuite a un personaggio creato dalla penna di un Marquez o di una Allende, a partire dalle “magiche doti” che racchiude in sè che gli permettono di vedere e di sentire i defunti nell’ultimo, residuo affannoso afflato che li trattiene ancora per un attimo “da questa parte”.
Per concludere, ripartendo proprio dall’inizio reiterato nello straordinario piano sequenza finale che (ri)colloca l’oltre al di là dello schermo rendendocelo “invisibile” - davvero un indimenticabile momento di “grande cinema” - possiamo dire che Iñárritu, con determinazione (e anche un pizzico di fiero orgoglio) brandisce la mannaia di un cinema che non sussurra, ma urla invece a perdifiato, non mette filtri o sordine né allo sguardo né al racconto, ma proclama ogni cosa a gran voce (Federico Gironi), ed è implacabile e realistico anche nel segnalare il progredire inesorabile della malattia. Questo può creare una indubbia sofferenza, anche un disagio in chi guarda, ma perché il rifiuto aprioristico di una condizione? Non è anche questo un “fuggire” con spavento persino dalle nostre responsabilità morali? Non certo per quel che riguarda la malattia ovviamente, ma per tutto il resto!

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