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L'uomo che verrà

Regia di Giorgio Diritti vedi scheda film

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La recensione su L'uomo che verrà

di Peppe Comune
8 stelle

Martina (Greta Zuccheri Montanari) è una bambina di otto anni che vive in un paesino di campagna non lontano da Bologna. Non parla più Martina da quando il fratellino di pochi giorni gli morì fra le braccia, adesso è in trepida attesa perchè la madre (Maia Sansa) è in attesa di un nuovo bambino. Intanto gli orrori della guerra si fanno sempre più pressanti è Martina ha gli occhi spalancati su tutto ciò che accade. Il fratellino nasce nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1944, nello stesso momento in cui la furia nazista scatena una rappresaglia senza precedenti tristemente andata alla storia come la strage di Marzabotto.

 

 

L'uomo che verrà (2009): Greta Zuccheri Montanari

 

Già con "Il vento fa il suo giro", Giorgio Diritti si era mostrato assai sensibile nei riguardi delle storie delle piccole comunità ostinatamente legate alle loro più profonde radici culturali, alla rappresentazione di facce solcate dalla durezza della vita, che sanno di sapori antichi e che mostrano un'impertubabilità nell'andare fieri per la propria strada affatto scalfita dai richiami delle sirene del modernismo. E' evidente ormai che nel suo cinema l'elemento storico e quello antropologico sono legati da uno stretto rapporto di interdipendenza dato che i fatti degli uomini raccontati dal primo determinano i mutamenti culturali generati nel secondo. Questo aspetto è quanto mai vero nel bellissimo "L'uomo che verrà" dove i canonici rituali della civiltà contadina vengono bruscamente interrotti dai fatti della guerra, dove, prima che dalle scariche di mitra, un'intera comunità di contadini è uccisa dalla rottura senza rimedi di quella serenità bucolica frutto inestimabile delle loro fatiche. Il film si gioca tutto sul contrasto tra l'uomo nuovo vaticinato dai nazisti e quello saldamente radicato ai valori della tradizione contadina tramandati da secoli e Diritti è molto bravo a equilibrare il taglio documentaristico con quello più propriamente vicino all'esigenze cinematografiche. La macchina da presa è tanto dentro la vita dei contadini, i loro usi, il loro dialetto, il loro naturale rapporto comunitario, quanto si mantiene a debita distanza dagli orrori della guerra, dimostrando un pudore strano a volerli mostrare appena mitigato dal compito affidato alla piccola Martina i cui occhi  sono il faro che illumina a giorno il buio che avanza coi suoi passi inesorabili a gettare nella mischia uomini inconsapevoli delle violenze della grande storia. E' una presenza discreta quella di Martina che guarda tutto e prima degli altri sembra avvedersi dei pericoli che coinvolgeranno la sua gente. Sotto le pendici del Monte Sole non morirono solo persone in carne ed ossa ma anche un intero mondo inserito arbitrariamente in una storia che non lo riguardava. Con la guerra iniziò il suo lento declino la civiltà contadina, prima compromessa nelle sua fondamenta culturali dal contributo di vite e dagli odi intestini che ne scaturirono, poi fatalmente assassinata da un sistema di cose che lasciava poco spazio a chi non si omologava alla cultura dominante. La rappresentazione di queto aspetto rende il film (e il cinema) di Diritti molto vicino, non solo e non tanto all'opera di Ermanno Olmi (e il riferimento a "L'albero degli zoccoli" è quanto mai doveroso), ma alla lezione di Rocco Scotellaro (ma anche di Rossi Doria, Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Seta) a proposito della salvaguardia della civiltà contadina che, ben lungi dall'essere una cosa da relegare in stucchevoli immaginette oleografiche o da dare in pasto a forme di sterile intellettualismo in salsa bucolica, fa riferimento a un vasto sistema di valori, di usi e tradizioni tramandate per secoli, che sono stati vittime di un vero e proprio genocidio culturale con la violenta erosione degli spazi rurali a favore di quelli industriali. Parlare della civiltà contadina significa mostrare una cultura di confronto e mettersi di fronte alla questione del quanto ci abbiamo perso e quanto guadagnato (Pasolini parlava di sviluppo senza progresso) dalla cesura violenta che ne ha prodotto la fine, invece di una più equilibrata trasformazione che tenesse conto, sia dei fisiologici mutamenti sociali generati dal divenire storico, che dell'armonia che sempre dovrebbe mantenersi tra l'uomo e la terra. Quello di Diritti è un cinema che guarda alla futuribilità del genere umano come a un fine a cui si può giungere solo se l'uomo (che verrà) si emancipa dalla malattia di voler omologare tutto e tutti a un unico modello culturale dominante. Con soli due film all'attivo, già mostra i segni evidenti di una cifra stilistica inconfondibile. Il sintomo che se continuerà su questa strada avremo un grande autore.

 

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