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Io sono l'amore

Regia di Luca Guadagnino vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Io sono l'amore

di Lehava
3 stelle

Milano è fredda e pallida di neve. La luce opaca a malapena irradia le strade ed i palazzi austeri, ma non entra nelle case e non scalda. Una città immobile e severa che si esprime in immagini fisse, in sequenza equilibrata e composta. Il film è tutto qui: e questo già la dice lunga. Tutta la narrazione successiva è solo noia - per almeno tre quarti d'ora non si capisce bene dove si voglia andare a parare - ed irritante riaffermazione di dicotomie stantie (freddo/caldo - luce/ombra - convenzioni sociali/passione - Milano/Riviera Liguere - Nebbia/Sole - Biondo/Moro etc etc ....) che ci guidano ad un finale imbarazzante nella forma e più che mai inverosimile nella sostanza. "Anche i ricchi piangono".

Marisa Berenson, Pippo Delbono, Tilda Swinton, Maria Paiato

Io sono l'amore (2009): Marisa Berenson, Pippo Delbono, Tilda Swinton, Maria Paiato

La famiglia Recchi appartiene alla alta borghesia milanese ma anche ad una certa intelligencija social culturale: pittura, fotografia, viaggi all'estero, alta cucina, commistioni mitteleuropee, una magione dall'interior design minimalista che guarda al modernariato di tendenza stile anni Settanta. Il patriarca ha fondato le proprie fortune sull'industria tessile. Il figlio Tancredi lo ha seguito pedissequamente e così l'algida ma energica nuora Emma: l'unica russa di estrazione piccolo borghese (padre antiquario) che abbia un fortissimo accento anglosassone che, chiunque abbia bazzicato un istituto di slavistica...ops....abbia a che fare con signore e signorine dell'Est, riconosce estraneo alla inflessione slava. Che qui non esiste, a parte il doppiaggio di alcuni dialoghi fra madre e figlio in lingua. Impossibile per me comprendere come questo sia stato reso nella versione inglese del film (che Tilda Swinton abbia simulato correttamente l'accento? Nel doppiaggio italiano ciò non esiste). Ci sono poi i tre figli: Gianluca (un bozzetto muto) Elisabetta che parla in toscan-romanesco (una milanese che abita a Londra ed è innamorata di Angharad? Incredibile!) ed è una recita-sempre-la-stessa-parte-ed-è-brutta-antipatica Alba Rohrwacher e Edoardo il primogenito, prediletto di mammà. Come detto, tre quarti ora interminabili di nulla tra inquadrature sbilenche di scale, porte scorrevoli che si chiudono, scarpe basse in bella vista, pranzi interminabili e camerieri affaccendati. Il tutto girato con un notevole sfarzo tecnico ma che (a differenza del tanto scomodato Visconti) proprio non si trasforma mai in senso estetico del bello (Tilda Swinton che pure concede una buona prova recitativa è spesso poco elegante nelle movenze. Lo stesso dicasi per gli altri attori, pessimi, a parte forse la Berenson che pare recitare sé stessa). Nessuna delineazione psicologica, nessun accadimento. In questo stallo si insinua il grimaldello che qui di chiama Antonio: cuoco amico di Edoardo che intreccerà una relazione con la di lui madre. Terrificanti per assenza di emozioni e passione le scene fra i due, intervallate da inquadrature metaforiche da manuale di apicoltura. La morte dell'erotismo: no. Non Eros e Thanatos. Entrambi sono assenti: non pervenuti. Gli esiti? Saranno, e chi lo metteva in dubbio? drammatici. Anche se assurdi nei metodi. Con un finale urlato senza ragioni, (la cameriera che si straccia le vesti è da coro greco), cacofonico, romantico posticcio e falso come una cena di San Valentino fra due che si sopportano per forza, con una protagonista scalza-ma non carmelitana e fuggitiva con chiusura sui titoli di coda che immaginiamo sfociare in corposa richiesta alimenti.

Impossibile non bocciare una regia boriosa ed inutile, che cerca il colpo ad effetto in qualche particolare ma che si perde su tutto il resto. Irritante la sceneggiatura che fa apparire e sparire pr personaggi (ma il vecchio Recchi dov'è? E Antonio nel finale? Boh) e lascia aperte domande-affermazioni esistenziali profondissime quali: "ma un gamberetto fa sempre quell'effetto lì?" oppure "sul serio coltiva lui gli ortaggi? Segue il protocollo del biologico?" o ancora "Saremo sempre più ricchi-dice sconsolata Elisabetta-e che ti fa schifo? Dammi qualche milione a me se ti avanza!". Scordatevi Antonioni. Incolpevole la musica (il problema non è la musica. Ma come si usa la musica). Inguardabili tutti gli attori, il che sottende grossi problemi di direzione. Eccezion fatta per Tilda Swinton che regge (bene) la baracca anche per ragioni personali (è produttrice!), ovvio! e Marisa Berenson che, per età, fisico, accento, sembra l'unica in parte. Titolo ingannevole ed ambiziosissimo: chi è l'amore? Io tu egli noi voi essi. Fotografia: ecco! fa tutto il film. I fotogrammi iniziali di Milano. Fermiamoci lì.

Cosa ci videro i recensori anglosassoni per essere assai più generosi rispetto a quelli italiani nella presentazione veneziana 2010? Ci videro Tilda Swinton: ottima attrice, ma soprattutto icona di un certo cinema e di un certo modo di intendere il cinema e non a caso qui anche produttrice (oltre che amica di Guadagnino). Parve sufficiente. Anzi, debordante. Per me, no.

 

 

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