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The Tree of Life

Regia di Terrence Malick vedi scheda film

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La recensione su The Tree of Life

di spopola
8 stelle

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi io ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o alla infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia il mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte…(…) E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. (Giacomo Leopardi,  Dialogo della Natura e di un Islandese).
 
Già… si può davvero partire persino da Leopardi e le sue “Operette morali”  (Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia?) per parlare di questo controverso film di Malick vincitore della Palma d’oro a Cannes, che (comunque la si pensi riguardo al risultato complessivo) rimane indiscutibilmente uno dei titoli fondamentali e imprescindibili fra quelli passati sui nostri schermi nel 2011, proprio in virtù della radicalità delle scelte (anche stilistiche) fatte dal regista, poichè la forma attorno a cui è organizzata la sua costruzione, cangiante e problematica come poche altre, la rende davvero un’opera  al tempo steso semplice e complessa. Un’apoteosi di autorialità spinta alle estreme conseguenze insomma che contribuisce a farne indubitabilmente una pellicola fortemente strutturata, quasi magmatica (come tutto il suo cinema del resto), in cui ogni cosa è ponderata con maniacale precisione, predisposta e collocata all’interno di un disegno organico ben preciso e stimolante, ma che poi alla visione, diventa invece quasi magicamente il paradigma di una libertà espressiva assoluta, così da risultare totalmente esente da schemi e condizionamenti tendenti al manierismo che avrebbero potuto turbarne l’equilibrio (e per lo meno su questa sua sorprendente capacità affabulatrice, dovremmo tutti concordare e convergere, dandogliene atto e riconoscimento).
Una pellicola con cui però - come ho più volte dovuto ammettere e confessare, io per lo meno ho invece avuto (e continuo ad avere) un rapporto molto conflittuale, perchè se da una parte mi affascina e mi coinvolge, dall’altra invece mi (dis)turba nel profondo (e non riesco nemmeno dopo ripetute visioni, a comprendere con precisione quali sono le vere motivazioni di questa dicotomia tanto lacerante, che evidentemente attiene alle “ragioni” del privato, è strettamente connessa al mio personale vissuto che non mi consente non dico di accettare, ma nemmeno di valutare come effettivamente possibili, le conclusioni in qualche modo riconciliative a cui approda alla fine il regista, e con lui, il personaggio affidato alla sofferta interpretazione di Sean Penn, forse troppo amputato nel montaggio finale per risultare realisticamente veritiero – e parlo ovviamente sempre e solo dal mio punto di vista). Probabilmente non ne verrò davvero mai veramente a capo, visto che il disagio esistenziale è ancora così acuto e penetrante, da far nascere in me una rabbiosa opposizione ogni volta che mi ci rapporto che determina un malessere che nella parte conclusiva assume quasi la forma del “rigetto”, una posizione insomma che non è davvero molto indicata per permettermi di esprimermi – o semplicemente esercitarmi – con la necessaria  oggettività di giudizio priva di preconcetti che l’opera avrebbe tutto il diritto di pretendere.
In tempi di bilanci complessivi di una stagione comunque decisamente produttiva e molto seminale, mi sembrava però di fare un immeritato torto al regista e alla sua arte il lasciarla completamente fuori senza farne menzione alcuna, anche perché mi ero ripromesso a suo tempo di ritornarci sopra, per chiarire e dirimere i dubbi – che ancora invece frullano dentro la mia testa – sommariamente espressi attraverso certe conclusioni un po’ affrettate a cui ero addivenuto a caldo. Eccomi dunque qui a parlarne per “come so e posso” (e quindi con tutti i limiti che ho nel non riuscire a comprenderla ed accettarla fino in fondo). Ed è proprio questa la ragione che mi ha portato a decidere di farlo utilizzando una maniera insolita e non tanto peregrina, che definirei “polifonica”, a più voci insomma per tentare di trovare un’obbiettività che da solo non saprei trovare, e rendere così in qualche modo “giustizia” a un’opera importante come questa, che al di là della forma “smagliante” a cui accennavo sopra, è complessa anche nei contenuti, o per meglio dire, nelle molteplici implicazioni visive e  filosofiche su cui poggia e si alimenta il complesso lavoro magnificamente orchestrato dal regista, che richiama alla mente per più di una ragione, un’altra pellicola altrettanto emblematica come quella realizzata da Andrej Tarkovskij  nell’ormai lontano 1974. E’ ovviamente a  Lo specchio che alludo, che aveva comunque la pretesa più modesta (rispetto alla visione globale di Malick) di mettere in scena solo il destino di un singolo individuo pur tra i totalitarismi e le tante guerre del Novecento.
Attingendo a fonti molto più autorevoli e competenti, proverò quindi anche io a rifletterci sopra (un poco l’ho già fatto esponendomi proprio in positivo nell’introduzione). Eviterò semmai di soffermarmi troppo su quell’approdo finale che è probabilmente in perfetta linea con tutto ciò che è stato messo in scena prima  ma che io non riesco assolutamente a digerire (il termine più giusto sarebbe “tollerare”) anche se sono consapevole di non poter pretendere che Malick la pensi come me, e che sarei obbligato a riconoscergli senza irritarmi troppo il diritto di esporre in piena libertà il suo pensiero, intorno al quale per altro si dovrebbe solo discuterne costruttivamente, ma non eccepire o essere troppo “giudicanti” (in negativo), come invece tendo a fare io.
 
Ancora una volta Malick immerge il nostro sguardo, i nostri sensi, in un’opera che trascende il cinema e l’arte, impastata com’è di vita e di morte, di percezione e significato (Luca Barnabè – Duellanti n° 71 – Luglio 2011)
 
Il critico avveduto e competente, ci conferma dunque che la forma che sorregge in immagini la pellicola è per davvero (e indiscutibilmente) memorabile, perfetta nell’offrire un ritratto toccante e per molti versi geniale di una generazione a partire proprio dall’infanzia, il che ne fa un’opera che pone veramente molti interrogativi sul destino dell’uomo e del cosmo, con un percorso tutto viscerale e molto interiorizzato in cui le forze della natura, le ragioni della fede, lo spirito razionale dell’uomo, l’aria, la terra, il fuoco, l’acqua, l’evoluzione della specie, la pietas e la parola, scandiscono l’incedere ieratico di oltre due ore di immagini strabilianti dove anche il primordiale Big Bang viene reso in maniera quasi silenziosa, distante, con pudore quasi a voler sottolineare attraverso quella pacatezza, che non vi fu alcun fragore in quegli istanti, perché nessun uomo era lì ad ascoltare.
In quella formidabile sequenza, il boato dell’esplosione – volutamente escluso dalla nostra percezione uditiva - è sostituito invece dalla musica che fa da sottofondo e trasfigura ogni cosa (la Lacrimosa del compositore polacco Zbigniew Preisner ) quasi a voler indicare che l’essenza dell’uomo a venire già esistesse nella possibilità di grazia e di bellezza (ancora Bernabè) di quel momento che suggellò la nascita dell’universo, il tutto suggerito proprio dalla particolare – quasi documentale - modalità di rappresentazione di tale straordinario evento evolutivo dentro a un percorso  non lineare che a una rigida scansione di causa-effetto predilige invece un impianto narrativo fondato sulla suggestione, sull’analogia, sul rimando poetico utilizzando una struttura rappresentativa che potrebbe essere definita come quella del “conflitto”, come quello che si percepisce fra luce e tenebra, per esempio, ma anche fra l’universale e l’individuale, la via della Grazia e la via della Natura, l’invisibile e il già visto, il discorso razionale e l’esperienza sensoriale (Mario Toscano).
Nell’esplorazione della connessione uomo/mondo, Malick esprime dunque la fiducia in un rapporto recuperabile, in una trascendenza dietro il tempo, la tecnica e la Storia realizzando un’opera in cui la funzione della pietà sostituisce l’osso/arma di “2001: odissea nello spazio”. Non è dunque vero  - sembra voler affermare il regista – che evoluzione e progresso iniziano là dove la scimmia scopre  uno strumento di offesa perché il mondo qui  si salva e si rigenera attraverso un atto di misericordia (Roy Menarini).
 
I don't believe in an interventionist God
But I know, darling, that you do
But if I did I would kneel down and ask Him
Not to intervene when it came to you
Not to touch a hair on your head
To leave you as you are
And if He felt He had to direct you
Then direct you into my arms

Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms

And I don't believe in the existence of angels
But looking at you I wonder if that's true
But if I did I would summon them together
And ask them to watch over you
To each burn a candle for you
To make bright and clear your path
And to walk, like Christ, in grace and love
And guide you into my arms

Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms

And I believe in Love
And I know that you do too
And I believe in some kind of path
That we can walk down, me and you
So keep your candlew burning
And make her journey bright and pure
That she will keep returning
Always and evermore

Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms, O Lord
Into my arms 

(Nick Cave, "Into My Arms")
 
La sala è dunque immersa in un buio profondo all’inizio, e sullo schermo nero vengono tracciate le parole bibliche con cui il creatore dell’universo si rivolge a un uomo di nome Giobbe
E’ proprio così che comincia la visione ed è subito poesia (delle immagini, dei suoni): piccoli richiami smozzicati di parole che ci arrivano quasi indistinti e che ancora – anche quando diventeranno più chiari - non possono avere il senso percettivamente compiuto che comprenderemo solo dopo… Poi lentamente ma improvviso, il profilo lentigginoso di una bambina si staglia dietro una finestra mentre una voce femminile sussurra con dolcezza suadente che due sono le vie per affrontare la vita: la via della natura e quella della grazia. Si deve solo scegliere quale seguire perché sono percorsi spesso contrapposti, e forse non ci sono nemmeno scorciatoie…
Subito dopo sarà poi quella stessa bambina diventata donna a introdurci nel dramma, colta nel momento del dolore dopo aver ricevuto un telegramma che le comunica la morte di un figlio lontano…
E la cinepresa diventa così davvero l’osservatore mobile delle cose: per restituire lo stupore (forse la sensazione più imprendibile, e al tempo steso più ricercata, della storia del cinema), il regista opera infatti precise scelte di ripresa oltre che di selezione degli obiettivi da utilizzare, dal grandangolo ai numerosissimi movimenti di macchina. Scopre così il mondo attraverso i suoi personaggi (…) restando spesso alle loro spalle, o vicino agli occhi, o addirittura dietro qualche diaframma, per poi avvicinarsi e registrare pulsioni e sentimenti nel loro immediato divenire(Roy Menarini).
Insomma davvero…in  questa sua elaboratissima fatica, passando dall’infinitamente piccolo all’incredibilmente grande, dall’origine della vita al suo più insondabile oltre, dal passato più remoto del pianeta Terra sino al futuro lontanissimo che, irrimediabilmente, coincide con il nulla, Terrence Malick trasporta il nostro sguardo in luoghi impossibili, dentro l’infilmabile, oltre lo stesso pensabile. E ci riesce non solo nei tanto discussi minuti di totale astrazione dalle contingenze della narrazione, ma anche quando si agita con la sua cinepresa per tenere insieme i membri della famiglia O’Brien lungo traiettorie letteralmente esplose (…) per farne  una riflessione su cose che assediano l’esistenza dell’uomo sin dalla sua alba e una meditazione sulle radici stesse del pensiero (Franco Marineo).
E’ infatti proprio a partire dai primi anni ’50 del secolo scorso (come datazione) e dall’esistenza quotidiana di una famiglia americana che vive a Waco, una città del Texas, che è poi quella dove ha vissuto la sua infanzia anche il  regista, che il film di Malick prova a rappresentare il destino dell’uomo come accadimento libero e personale nel tempo presente della storia, all’interno della dimensione sconfinata e apparentemente anonima dell’universo, dalla genesi delle galassie e delle stelle appuntosino alla nascita della natura vivente sul pianeta Terra, cercando e trovando un divino ed eterno creatore capace di darne ragione e rispondere con una presenza d’amore al grido dell’umanità abbandonata a se stessa (…)  narrando peròin parallelo anche  un’odissea esistenziale con i caratteri dei protagonisti ben definiti attraverso la logica della casualità, nella dinamica deterministica degli eventi che dal principio confluiscono inesorabilmente verso la fine. (…) Sciolto dal determinismo delle leggi fisiche della natura e trascendente le passioni dell’anima c’è però anche il mondo della grazia in cui si muove lo spirito del divino, quello al quale appartiene la madre, che in una scena vediamo librarsi in aria intorno all’albero, in una citazione letterale proprio da Tarkovskij. (Giovanni Chiaramonte).
 
In un film che non offre mai requie o momenti di pausa allo sguardo e alla tensione emotiva supportata anche da una partitura musicale di straordinaria efficacia che realizza un principio di disoriginamento del suono capace di far accedere l’immagine alla profondità (Fabio Vittorini) Malick con la sua macchina da presa attiva dunque una mobilità assoluta di ripresa che scandaglia lo spazio, si muove in orizzontale e in verticale esplorando tutto il campo del visibile e proponendo spesso degli scorci inediti anche su situazioni, oggetti e corpi ordinari (…) che fa coincidere l’occhio del cinema con una percezione che va oltre la biologia, oltre la tecnologia, per farsi sguardo insieme atomizzato ed espanso, annullato nel dettaglio, eppure capace di cogliere al tempo stesso un disegno d’insieme di straordinaria  rilevanza attraverso il quale il regista non si stanca mai,  proprio insistendo sulle potenzialità specifiche del linguaggio cinematografico, di porre domande con ogni inquadratura, dentro ciascun dialogo, oltre qualsiasi svolta presa dalle voci fuori campo e dettata da un montaggio obliquo. (Franco Marineo).
Caleidoscopico, è il primo termine che viene in mente: soggettive e oggettive si mescolano e si confondono, nel giro di pochi secondi cambiano continuamente sguardo e punto di vista (Alberto Pezzotta).
E la musica è ancora una volta un elemento portante non solo di forte impatto, ma anche per lo specifico del narrato, dall’Agnus Dei dal requiem Grande messe des morts di Hector Berlioz che accompagna il viaggio nell’altro mondo - la dimensione visionaria e utopica del sogno – di Jack adulto,  alla già citata Lacrimosa dal Requiem for my friend, composto in origine da Preisner in memoria di Krzysztof Kieslowski con cui viene anche espresso e sottolineato il dolore della madre per la morte del secondo figlio (con una doppia valenza musicale di riferimento, dunque); dal primo movimento “Primavera senza fine” della prima parte “Dai giorni della giovinezza – Fiori, frutti e spine della sinfonia n° 1 “Il Titano” di Gustav Mahler(che si stempera poi nella gioiosa Moldava dal poema sinfonico del ciclo “La mia patria” di Smetana) utilizzato per raccontare l’infanzia dei tre figli del signor O’Brient, fino al primo movimento della Sinfonia n° 4 di Johannes Brahms  che evidenzia invece le profonde frustrazioni del padre, musicista mancato.
La complessa vicenda dei tre fratelli O’Brien e dei loro genitori può essere allora forse considerata l’opera più profonda e toccante dedicata al tempo dell’infanzia come momento decisivo dove si origina la libertà personale e si configura il destino futuro di ogni esistenza umana: non uno dei fatti che contraddistinguono l’età incerta della fanciullezza è stato ignorato dal regista, messo in scena  con immagini memorabili in movimento continuo, costantemente centrati sui primissimi piani dei volti e dei gesti. (…) Flannery O’Connor scriveva che il problema della vita umana è superabile nel bene proprio con il recupero del tempo dell’infanzia e Terrence Malick fa di questa  dichiarazione uno straordinario capolavoro cinematografico (Giovanni Chiaramonte) perché anche nella costruzione delle immagini qui si parla di metamorfosi e di altri orizzonti percettivi e la riflessione che ne scaturisce, assume un valore metaforico che tende al sublime, evidenziando l’esigenza di non perdere mai il legame con la dimensione spirituale. (Ivan Moliterni)
 
“Dov’eri Tu? Hai lasciato morire un ragazzo”
“Ti prego Dio, uccidilo (…) Fa che muoia (…) Mandalo via da qui”
“Quello che voglio fare non posso farlo… faccio cose che odio”
“Cosa mi hai mostrato? Non sapevo come chiamarti allora, ma adesso capisco che eri tu che mi chiamavi sempre”
“Volevo essere amato perché ero importante, un grande uomo, ma non sono niente”
(frasi direttamente riprese dai dialoghi originali)
 
Accusato dai detrattori di essere un film fuori dal tempo che si nutre delle ossessioni personali del suo creatore, dei suoi ricordi qui davvero spesso strettamente autobiografici che sembrano non avere alcuna relazione col presente, risulta comunque un’opera potente e innovativa sul versante dello stile, che diventa quasi la sfida di uno straordinario regista creatore di immagini e di suggestioni, che lancia così il guanto ai maestri che lo hanno preceduto per rinnovare – e rivendicare - ancora una volta l’idea del cinema come linguaggio potenzialmente infinito, ma che diventi al tempo stesso anche lo studio etnografico dei riti familiari di una Nazione. C’è infatti  tanta Storia nel film (e tutta americana naturalmente): la guerra, i reduci, la chiesa texana, il Midwest, la crisi economica, la modernizzazione, l’architettura, l’ingegneria. Tutt’altro che immutabile, il mondo di Malick, pur ad altezza di bambino, è dunque un prisma di vita americana prima rurale e poi metropolitana, che vuole anche essere il requiem di una nazione (…) mascherato da palingenesi. La natura dunque, forse anche banalmente rappresentata come ‘perduta’, altro non è che l’orizzonte folcloristico di un’identità nazionale che solo romanzieri come Mark Twain, William Faulkner o Philip Roth hanno raccontato con altrettanta potenza. (Roy Menarini).
Secondo Marco Toscano poi The Tree of Life prima che un grande film, è un film grande (…) un’opera complessa e semplice allo stesso tempo che proprio per la sua problematicità può dare origine a innumerevoli interpretazioni e valutazioni anche contrapposte, un’opera che si schiude a infinite modalità di ricezione e chiavi di lettura, tante quanti gli spettatori che vi assistono, capace cioè di creare accesi dibattiti e infinite discussioni.
 
“Se non ami, la tua vita passerà in un lampo” ed è forse proprio questo uno dei messaggi importanti che il regista intende veicolare con un film in cui le ellissi tra un ricordo e l’altro lasciano uno spazio soggettivo che solo lo spettatore può riempire, quello che fa definire a buon diritto la pellicola una delle opere più complesse e stimolanti sfornate per lo schermo da molti anni a questa parte, e dove i piani anche di lettura sono innumerevoli e diversi a partire da quelli prettamente autobiografici dell’autore a cui si è accennato già prima. Ma ci sono dentro anche i temi che riguardano l’elaborazione di un lutto nelle diverse forme, il senso di colpa, il rapporto utilitaristico della fede, la dicotomia fra spiritualità e pragmatismo: Malick crea infatti una dialettica fra le dimensioni del personale e dell’universale attraverso un approccio narrativo (…) che si rivela (semplificando un po’ il discorso)  un ponte che unisce forme e sensibilità occidentali e orientali (Matteo Bisato) che mette in evidenza molte cose fondamentali: la sofferenza dell’essere interiore che nel Jack, il figlio superstite diventato adulto, finisce per minare la costruzione del proprio essere interiore; il conflitto fra la spiritualità materna di matrice irlandese e il pragmatismo paterno tipico della provincia americana; il non riuscire a metabolizzare anche dopo i tanti anni che sono trascorsi, il grande dolore provato per la morte del fratello che lo hanno portano a uno stato di sofferenza –quasi di tormentato malessere - nelle situazione di relazione. Il punto di svolta anche riconciliativo arriverà però alla fine con quel sogno con cui Jack riesce finalmente ad oltrepassare quella porta di legno posta in mezzo a un deserto davanti alla quale si fermava sempre. E’ il momento della “comprensione” (…) un passaggio fondamentale nella filosofia buddista, quel superare il confine dell’io per arrivare a intuire che l’essenza dell’essere sta nel divenire, al quale si giunge non attraverso la rinuncia al mondo esterno ma guardando ad esso con purezza  (ancora Matteo Bisato).
Non ci troviamo dunque di fronte a “mediazioni liriche che sfuggono a qualsiasi regola della logica” ma a un’opera molto stratificata che richiede davvero più di una visione per essere serenamente giudicata, perché la prima volta (ed è forse ciò che è accaduto a me e si ripete ancora adesso) si rischia di rimanere disorientati e non si fa di conseguenza quasi in tempo a capire quale stato d’animo assumere di fronte a situazioni che comunque fanno stare male: sono così tante le emozioni (persino negative a volte) che ti travolgono in così poco tempo, che non si riesce forse ad elaborarne alcuna, poiché siamo ormai troppo abituati ad essere portati per mano dai film, che quando ce ne troviamo davanti uno che invece ci lascia liberi di correre e di scegliere la direzione e il senso, ci scopriamo spiazzati, o peggio disorientati anche dalle forme  scelte per la rappresentazione delle cose:  esplicita e “impudica” è quella dell’al di là : una spiaggia che il protagonista percorre insieme a se stesso bambino e a tutti gli altri membri della famiglia in un tripudio di abbracci e di carezze. L’epilogo è poi (per me, per come sto attualmente ) troppo conciliante e lo ripeto: il padre, che ha seguito la via della Natura, riconosce di essere stato aggressivo con i propri figli nell’intento di renderli forti e capaci d’imporsi sugli altri; la madre, continuando a seguire le vie della Grazia, riesce ad accettare la morte del figlio, mentre il protagonista ritrova Dio dopo aver ripercorso la sua esistenza: l’infanzia, l’amore per la madre, l’odio edipico per il padre, il rapporto oscillante fra spirito di prevaricazione ed affetto con il fratello più piccolo leale e generoso, la scoperta conturbante della sessualità e quella angosciosa della morte, gli interrogativi esistenziali, la consapevolezza di trovarsi da adulto architetto affermato fra foreste di vetro e di acciaio, in un mondo avido e scellerato. Ad imporsi tuttavia è l’idea di un Dio oppressivo. La durezza che il padre esercita nei confronti dei figli, e che la madre non riesce ad arginare, diventa eco inevitabile di quella che Dio non risparmia alle sue creature. (Eliana Elia). E qui si ritorna così  al “Libro di Gobbe” citato nell’inizio (Dov’eri tu quand’io ponevo  le fondamenta della terra? (…) Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figlio di Dio? - Giobbe, 38: 4-7) e più volte richiamato successivamente, insieme alla figura del Dio biblico “che sparge sale sulle ferite che dovrebbe guarire e che porta via quello che prima ha dato.”
 
Tutto perfetto e assoluto dunque, ma dovrò evidenziare anche qualcosa del mio disagio interiore  non metabolizzato (credo che sia necessario in fondo, perché  altrimenti non renderei giustizia a me stesso). Come promesso però, anche per questo ingrato compito, mi farò aiutare di nuovo da qualcuno nelle cui parole riconosco per lo meno qualcosa dei miei dubbi e delle mie riserve conclusive: in fin dei conti Malick si comporta con i suoi personaggi come il Dio crudele e imperscrutabile del racconto di Giobbe al quale il film si richiama: piega la loro vita ai propri disegni. Le svolte narrative sono fulmini che cadono dal cielo della regia sul capo dei personaggi, e anche la severità del padre, nonostante gli ammirevoli sforzi di Brad Pitt, sembra più un dettato dello script che un vero tratto psicologico, al pari della passione per la musica classica, un po’ troppo funzionale all’innesco di pezzi in colonna sonora. Analogamente la madre si riduce a un emblema di grazia e dolcezza, una figurina talmente disincantata da potersi librare in volo senza il minimo sforzo, mentre il percorso interiore del figlio adulto (il vero punto dolente, il conquibus non risolto) ha una partenza e un arrivo ma nessuna tappa intermedia, come se bastasse la mano del regista per trasportarlo dal big bang ai buchi neri (Enrico Terrone) in un film dove il mondo si salva e si rigenera proprio con un semplice atto di misericordia esattamente come accade nella mirabile scena dei dinosauri.
 
Mi guardi? Sono dentro una rete di sguardi, la vista si concentra su di me, tutto quello che guardo mi esamina benché sia solo
tutto solo
in questo silenzio… Distendo il braccio. Questo gesto così abituale
così normale
così quotidiano
si carica di un senso perché non s’indirizza a nessuno…
Muovo le dita. Il mio essere cresce per diventare se stesso
diventando il fondamento dei fondamenti
io, io, io solo!
Comunque se io sono io, io, solo io, perché (facciamo la prova) non esisterei?
Ma che importa, domando, che io sia io, io, in mezzo, al centro, se non posso mai essere me stesso?
Io solo
io solo…
Adesso che sei solo, completamente solo, potresti almeno sospendere un momento questa interminabile recitazione
questa produzione di gesti
questa fabbricazione di parole…
Ma tu, anche quando sei solo, fingi di essere solo, e passi il tuo tempo a fingere di essere te stesso, anche davanti a te stesso.
Io solo
ricordiamolo ancora una volta… mentre laggiù grida, pianti, gemiti…
mai nessun uomo ancora aveva avuto così penosi pensieri da risolvere
o necessità di gemere sotto un così pesante fardello di dolore e di vergogna…
Che posizione prendere? Che contegno adottare?
Ebbene, io posso davanti a questo vile, terribile e vergognoso oceano corrucciare la
fronte e levare il braccio verso il cielo, posso serrare il pugno o passare la mano su questa saggia e meditabonda fronte
io
sì, sì, sì… Io posso scegliere questo o quel ruolo…
davanti a voi e per voi soltanto! Non per me! Non ho bisogno di nessun ruolo! Non sento il dolore degli altri! Sto semplicemente recitando la mia umanità! No, non esisto. (……)
Oh, vuota, ingrata, orchestra del mio “ahimè”, tu sorgi
dal mio vuoto per scomparire nel vuoto.
Oh, declamatori
(pronunciamo questa parola con rabbia e con sarcasmo)
voi che avete la bocca rigurgitante di moralità e di responsabilità!
(Scimmiottiamo ferocemente e con ironia, con un gran gesto della mano)
sono inutili i vostri libri, i sistemi,
gli articoli, i discorsi, le filosofie,
le ragioni, le definizioni, le osservazioni,
le ispirazioni, gli entusiasmi, le rivelazioni,
davanti a questa massa di due miliardi di uomini brulicanti in una perenne, oscura,
selvaggia, eterna foia.
Inutilmente la vostra mosca ronza intorno al naso dell’abisso nero e verde (e che il nostro riso discreto, umano-umano, intimo, tranquillo,
tanto indefinibile quanto impenetrabile, risuoni in questo istante).
Mentre state continuamente assumendo un comportamento qualsiasi qui noi ci pizzichiamo a modo nostro sotto i cespugli del nostro destino.
(E per finire ecco il monologo in questione):
Nego ogni ordine, qualsiasi idea,
non credo a nessuna astrazione, a nessuna dottrina,
non credo alla Ragione! E neppure in Dio!
Basta! Nessun Dio! Datemi l’uomo!
che egli sia come me, ambiguo, incompiuto,
informulato, oscuro, confuso,
affinché io danzi con lui! Voglio divertirmi!
Lottare con lui!
Fingere con lui, fargli delle moine,
violentarlo, innamorarmi, in lui
forgiarmi, riplasmarmi completamente,
diventare lui e contemporaneamente
celebrare in me le mie nozze nella chiesa degli uomini.
…………………………
 (Witold Gombrowicz – “IL MATRIMONIO”)
 
Nell’episodio conclusivo, come nel più scontato repertorio dell’american dream, l’architetto sogna di lasciare il tempo della città presente e seguire il bambino che era stato un tempo, varcando così la soglia del paradiso perduto nel deserto del mondo, per ritrovare e riabbracciare infine lungo la spiaggia di un mare infinito, il padre, la madre, i fratelli e i compagni mai dimenticati della lontana infanzia - lo aveva già accennato Eliana Elia anche se partendo da un’altra prospettiva - (…) Ma la rappresentazione del divino nel sogno dell’aldilà, è contraddistinta nel film da una superficialità narrativa e da un’ovvietà iconografica davvero sconcertanti, sviluppandosi anche su un piano visivo secondo un modello assolutamente scontato soprattutto rispetto alla genialità inventiva che sostiene l’intero racconto dell’infanzia (…) probabilmente attribuibile proprio all’eredità religiosa della famiglia dell’autore appartenente alla Chiesa nestoriana, assai diffusa fino al secolo scorso in Medio Oriente, dalla Siria all’Iran. Secondo la teologia di questa antica confessione, in Gesù Cristo la natura divina e quella umana rimangono separate e non comunicanti fra loro. Allo stesso modo la produzione di Malick, in tutte le sue produzioni più alte – questa inclusa – sembra non riuscire a superare tale divisione ontologica (…) incapace com’è  di trasmettere con le immagini le tracce (credibili ed accettabili) di una presenza interiore che vive e comunica attraverso la materia, ma non coincide con essa. E’ altresì possibile che in questo momento la cultura della civiltà occidentale non sia in grado di affrontare e rappresentare il destino divino insito nella natura dell’uomo e del cosmo. Quanto Malick ci racconta e mostra nella parte dedicata all’infanzia, è comunque sufficiente a far trasparire in filigrana il più attendibile ritratto di Gesù Cristo disegnato  dall’arte in tutte le sue forme (perché di questo si tratta e parliamo) negli ultimianni. (Giovanni Chiaramonte)
Malick, uomo evidentemente religioso, ha inteso elevare un inno alla vita malgrado tutto, malgrado la morte e il sesso che poi rovinano ogni cosa. E ha trovato lo stile per farlo. Ma deve aver pensato che questo non bastasse. Così ha usato tante parole e immagini che rimangono, nel film, come corpi estranei. (…) Potremmo trovare cento giustificazioni filosofiche per raccordare i blocchi di immagini astratte e materiche con quelle umane, i critici esistono per questo. Ma senza scomodare Bélas Balazs, un film del genere (così umanista e teista) doveva limitarsi a mettere in scena l’uomo. (…) Con la sua ambizione sconfinata, Malick dimostra di essere un poeta, ma non un creatore di forme. Un manierista che arranca di fronte al sublime, e quando osserva il caos della materia e della natura non ha un briciolo del genio visionario di un Herzog o di un Sokurov. Ha sempre bisogno di stampelle, estetiche e filosofiche. Lo conferma anche la colonna sonora che non sfiora mai le folgorazioni, le intuizioni spiazzanti di un Kubrick o di un Herzog che, quando utilizzano Strauss o Wagner, è come se ce li facessero sentire per la prima volta. Nel gran mix approntato da Alexandre Desplat finisce di tutto, dall’ormai consumato Gòrecki a un Ligeti molto simile a quello di 2001: odissea nello spazio. E la Moldava pre-disneyana di Smetana non è una riscoperta in grado di trascinare una pellicola, come il valzer di Šostakovi? di Eyes Wide Shut. (Alberto Pezzotta)
 
Il dibattito quindi per me rimane aperto ed è tutt’altro che concluso come per tutti i film davvero importanti, quelli “epocali” della storia del cinema passata, presente e futura (e anche per le stellette… fate voi: io comunque in tutta onestà glie ne assegno quattro e sono in assoluta buonafede, nonostante il disaccordo di fondo che ho cercato di rendere palese ma che non inficia certamente la bellezza e la fascinazione di un’opera in totale controtendenza rispetto a ciò che viene prodotto adesso soprattutto in America).

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