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The Hurt Locker

Regia di Kathryn Bigelow vedi scheda film

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La recensione su The Hurt Locker

di Antisistema
8 stelle

"La paura del male futuro ha spinto molti nei rischi più gravi." (Marco Anneo Lucano – Farsalia o De Bello Civili)

 

A differenza di tutte le guerre precedenti, la Seconda Guerra del Golfo (2003-2011), non ha dovuto attendere anni dopo la fine del conflitto, per divenire materia di analisi critica da parte del cinema americano. Varie pellicole hanno sfidato il tabù della contemporaneità bellica, per focalizzarsi sugli effetti di una guerra radicatasi in profondità nella società degli Stati Uniti, sia sul fronte interno come Nella Valle dell’Elah di Tommy Lee Jones (2007), che sul campo di battaglia vero e proprio, partendo dalla teorizzazione sul “found footage” del Redacted di Brian De Palma (2006), sino ad arrivare all’asciuttezza “post-riflessiva” di un paese bisognoso di nuovi eroi nell’American Sniper di Clint Eastwood (2014).
Nel mezzo di tutto questo si colloca The Hurt Locker (2008), in cui il conflitto, diviene per Kathryne Bigelow terreno d’indagine prediletto, dove focalizzarsi sugli effetti dell’irrazionalità della guerra e sulle pulsioni recondite dell’uomo comune, tanto da scegliere come protagonisti tre attori sconosciuti (almeno all’epoca), mentre le due “celebrità” Guy Pearce e Ralph Finnies, vengono relegati a pochi minuti.
Le tesi di partenza, con tanto di citazione in apertura di film - "la furia della battaglia provoca dipendenza totale perché la guerra è una droga" (Chris Edgar) -, non lasciano molti spazi ermeneutici, in quanto la pellicola ci tiene a mostrare l’enunciato iniziale, tramite le ripetute attività quotidiane del suo protagonista, affetto da pulsioni sempre più adrenaliniche nei confronti del pericolo.
Lo stile registico di stampo documentaristico adoperato dalla Bigelow, sporco quanto abusato nel cinema odierno, vorrebbe celare la componente ideologica, de-privando la guerra di qualsiasi connotazione socio-politica, a favore del dramma individuale del sergente artificiere William James (Jeremy Renner), la cui attività di disinnesco degli ordigni, viene affrontata non con spirito eroico, ma professionale, trasformando la sua attività in una dipendenza, che ignora qualsiasi cautela per sé e per i propri compagni, in un processo di scarnificazione dell’esistente, “finchè non restano solo poche cose e poi neanche più quelle”.
La guerra è orribile. L’essere umano si dice contrario (a parole), ma se portato in uno scenario di bellico, ci si adatta divenendone assuefatto.
Un film puro dall’inizio alla fine, tanto da ripetere per tutta la sua durata le tesi di partenza, con una limpidezza tale, che vorrebbe essere scevra da ogni ambiguità, venendo allora da chiedersi perché taluni critici italiani al Festival Venezia, lo abbiano etichettato come fascista e militarista, con annesse vecchie polemiche sulla natura reazionaria del cinema della Bigelow.
Parlare di The Hurt Locker, implica un’analisi sul concetto di guerra da parte degli americani. Dal punto di vista geopolitico, la guerra è servita agli USA a proiettare principalmente all’estero la propria potenza, mascherando il loro imperialismo dietro il paravento della difesa dei valori democratici.
L’esercito ed soldato che compie il proprio dovere per la patria, viene rispettato sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Tutto l’apparato istituzionale americano risulta favorevole alla guerra; quindi i tributi dell’Accademy a The Hurt Locker non devono stupire più di tanto, con le sue nove nomination agli oscar e le sei statuette ottenute, tra cui miglior film e regia (prima volta per una donna).
Una regista la cui carriera era letteralmente morta dopo il trittico disastroso ai botteghini di Strange Days (1995), Il Mistero dell’Acqua (2000) e K-19 (2002), come nella più consueta retorica delle rinascite dopo un lungo periodo buio, viene riconosciuta ed inglobata all’interno delle istituzioni cinematografiche americane, puntualmente contraccambiate da Kathryn Bigelow, che all’atto di ritirare il premio oscar a miglior film, dichiarò che la pellicola “è dedicata a tutti i militari che rischiano la vita lontano da casa”.
Affermazione spudoratamente hollywoodiana. Da cantrice degli outsider anti-sistema a paladina di esso, la trasformazione si direbbe completa.

 

Jeremy Renner

The Hurt Locker (2008): Jeremy Renner


Si tende a scindere nelle analisi l’artista dall’opera, ma temi come la guerra fino a che punto possono essere privati del pensiero dell’artista? E se Carl Von Clausewitz disse che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, come si può scindere il conflitto bellico, del contesto socio-politico di appartenenza da cui è sorto?
Al di là della possibile involuzione di pensiero della regista, quello su cui ci si vuole focalizzare in merito al contenuto di tale dichiarazione, riguarda l’accenno solo ai militari, mentre nulla viene detto in merito alle vittime civili dei conflitti bellici.
La preferenza per l’individuo a scapito della massa, s’era già vista in Strange Days (1995), in cui al popolo non viene data alcuna possibilità di esprimersi in quanto “voce”, in quanto visto solo come animale rozzo e violento, una caotica “folla” di “manzoniana” memoria .
In The Hurt Locker gli iracheni vengono rappresentati come mere ombre indistinte, proiezioni della paranoia dei soldati americani, che vi vedono solo ostilità e pericoli incombenti.
Ammantati da sorrisi e affabili cortesie, si avvicinano ai soldati con fare doppiogiochista, per poterli distrarre e farli saltare in aria tramite le bombe.
Un punto di vista più articolato è rivolto ad un solo lato della medaglia.
Limitato, come la visuale angusta data dalla tuta protettiva anti-esplosioni indossata da James nelle sue missioni operative, che consente solo di guardare in avanti, senza possibilità di soffermarsi su ciò che risiede ai lati. Gli occhi glaciali di Jeremy Renner, sono permeati da un’un’affettività emotiva, che proietta perennemente lo sguardo del suo personaggio, verso un “altrove” indefinito, oltre ogni orizzonte, ogni spazio, ogni limite.
Completamente diverse - ma più risapute sia nei ritratti che nei dialoghi -, le psicologie degli altri suoi due compagni; il sergente Sanborn (Anthony Mackie), su cui la guerra porta a galla le fragilità insite nell’essere umano, intimorito dalla possibilità concreta di morire in un attimo, mentre nel soldato specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty), nella guerra affronta le sue paure e debolezze.
Nel suo essere un film pieno di ambiguità e difetti, The Hurt Locker raffigura in James un potenziale eroe da cinema hollywoodiano, le cui azioni nelle missioni di disinnesco, atte a rimuovere delle situazioni di pericolo, lo de-privano di ogni spettacolare eroismo, in quanto finalizzate solo a soddisfare le proprie dipendenze incontrollabili, esponendo i propri commilitoni a rischi più gravi.
Riprendendo il discorso di Strange Days, sulla percezione emotiva delle immagini, Bigelow porta la tensione all’estremo, moltiplicando dai punti di vista costruiti dal montaggio realistico di Innis e Murawski, adoperando un sonoro appena sopra la soglia del silenzio. Si crea un’infinita sensazione di precarietà esistenziale sulla componente sensoriale dello spettatore, anch’esso drogato ed assuefatto come il protagonista dalla quotidianità ripetitiva, in cui la morte viene toccata continuamente, maneggiando le bombe ed i fili degli inneschi, divenendo alla lunga una fredda attività professionale, priva di ogni razionalità umana.
Fortunatamente per lo spettatore, la profondità tematica data dall’intellegibilità multipla delle immagini, risulta superiore a quella delle sciagurate parole della stessa Bigelow. Inoltre, in accordo con la poetica della regista in merito all’individualismo anarcoide e delle pulsioni interiori, che muovono il singolo essere umano, si comprende come qualsiasi analisi sulle motivazioni della guerra o sull’esportazione della “democrazia” di Washington verso paesi terzi, risulti superflua, in quanto ci si focalizza sui danni cagionati a coloro che sono situati alla base di tale processo; i soldati stessi.
James come il Pattondell’omonimo filmdi Franklin J Schaffner, è finito con il divenire la guerra stessa. Impossibilitato a vivere al di fuori della discesa degli inferi in cui essa l’ha proiettato. Impossibilitato a disintossicarsene nella “normalità” a casa propria, oramai non sentita più come tale.
Fugge per sempre dalla vita e dai propri affetti, alienandosi in un ciclo di eterna rotazione, finché l’ordigno giusto metterà fine alla sua esistenza oppure nel caso dovesse terminare il conflitto stesso, probabilmente morirà all’istante come successe allo stesso Patton, poiché avrà esaurito la sola ed unica ragion d’essere rimastagli. Non c’è soluzione, non c’è possibilità di un normale compresso. Solo guerra senza fine.

Jeremy Renner, Anthony Mackie

The Hurt Locker (2008): Jeremy Renner, Anthony Mackie

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