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Tony Manero

Regia di Pablo Larrain vedi scheda film

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La recensione su Tony Manero

di ROTOTOM
8 stelle

Tony Manero, durissimo e sgradevole, è il vincitore al Festival del Cinema di Torino come miglior film. Un protagonista laido e amorale come solo poche volte il cinema ha messo in mostra, Raul aka Alfredo Castro, l’epigono di John Travolta aka Tony Manero, è il vincitore al Festival del Cinema di Torino come miglior attore, per la sua “alpacineggiante” performance. Nanni Moretti a distanza di anni dalla clamorosa topica espressa su Portrait of a Serial Killer, fa tardiva ammenda e premia giustamente uno dei film più lucidi e disillusi sull’immane tragedia del Cile fagocitato, digerito ed espulso dalla politica imperialista americana e dal suo dittatore a libro paga, Pinochet, passato al potere con un sanguinoso colpo di stato, facendo piombare il paese nella miseria e nella più nera disperazione. Pablo Larrain ha un’idea di cinema molto precisa e la porta avanti con splendida coerenza convergendo lo sguardo sul suo protagonista per fare i conti con la storia, “quella storia”. Mostra la desertificazione del paese attraverso le macerie umane che si arrabattono e si uccidono tra le macerie della capitale, Santiago, imprigionate come la più atroce delle beffe in un sogno patinato di notorietà e ricchezza: il sogno americano. La maceria umana è Raul, che vive con il germe del mito di Tony Manero sciolto nel sangue, un doppione scalcinato e triste che si esibisce in una bettola dove la disperazione è la più lieve delle emozioni. Raul è un serial killer, che passa dalle prove dello spettacolo de La febbre del sabato sera, all’omicidio, senza alcun rimorso, nessuna morale o pentimento. Senza essere visto da nessuno, il che è praticamente impossibile. Invisibile, nella sua impassibile espressione di disgusto per il mondo, abita uno spazio di tempo che altri, i potenti, i militari, i grandi interessi economici hanno forgiato per lui, a sua immagine e somiglianza, ovvero sradicandone l’identità. Non c’è testimone se non la telecamera che insinua il sospetto che di Raul, nella Santiago in ginocchio, ce ne siano talmente tanti altri o che almeno potenzialmente tantissimi altri potrebbero porre in atto le medesime azioni, che queste diventano ordinarie e necessarie per la sopravvivenza, come bere , mangiare, respirare. Sognare, anche. La violenza che si consuma in modo brutale e freddo è quella della mancanza di morale che al sogno sacrifica tutto, come un tributo di sangue ad un idolo pagano. Raul è letteralmente inchiodato dalla telecamera a mano del regista, sgranato nella fotografia sporca e sgranata, volontariamente sfocato a mostrarne la dissoluzione in qualcosa che non ha più nulla di umano, rimanendo impresso nella pellicola come idea malvagia di un Dio paranoico e violento. Da questo punto di vista la scarna messa in scena, le patetiche scene di ballo di Raul, piegato dall’età a scimmiottare le movenze sexy del suo idolo su di un palco desolatamente sciatto, le brutali violenze che hanno per movente solo l’accaparrarsi di oggetti di poco valore e alcune scene di sesso molto forti e al contempo profondamente squallide, provocano un senso di disastro imminente, una sensazione di pericolo che aleggia su tutto il film, una tensione e un disgusto crescente che trovano la giusta quanto ridicola catarsi nello splendido, tristissimo, finale, che ancora di più fa sprofondare la pellicola nell’abisso della totale mancanza di speranza di salvezza. La materializzazione del sogno di Raul, ovvero partecipare alla trasmissione televisiva dei sosia di Tony Manero, è la speranza che i fantasmi sgranati per le vie di Santiago, attoniti come zombi sconfitti, braccati da misteriose pattuglie di militari che spuntano dal nulla e nel nulla ritornano con il loro carico di desaparecidos, trovano nelle fantasiose trasmissioni di ottimistica propaganda che la televisione continuamente somministra ai cittadini e come in un delirante Reality Show, racconta come dovrebbe essere il mondo distrutto e brutale che invece abitano. Il sogno di volare via, elevarsi da tutto e impiantarsi stabilmente in quel sogno, quello che il ha distrutti. Raul arriva secondo e vince un tappetino. Il primo un frullatore.

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