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King of New York

Regia di Abel Ferrara vedi scheda film

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La recensione su King of New York

di Peppe Comune
8 stelle

Il boss del narcotraffico Frank White (Christopher Walken) esce di prigione dopo un lungo periodo di detenzione. Ad aspettarlo fuori c'è una lussuosissima Limousine nera con due bellissime ragazze a bordo. Il suo progetto più impellente è quello di destinare parte del danaro dei suoi traffici illeciti per la costruzione di un ospedale nel Bronx. Per fare questo deve riprendersi gli spazi vitali di una volta, ridiventare il Re di New York. Intanto le bande nel quartiere sono cresciute a dismisura e ci sono due poliziotti, un irlandese e un afroamericano (Wesley Snipes e Victor Argo), che hanno deciso che con i metodi legali il crimine non può più essere combattuto.

 

Christopher Walken

King of New York (1989): Christopher Walken

 

"King of New York" è una sinfonia in nero che risuona in una città tetra e imbrattata di droga e degrado su cui si staglia malefica la figura allucinata di Frank White (un Christopher Walken in stato di grazia), un principe della notte che si nutre di sangue su commissione e che ambisce a diventare l'unico beneficiario della pubblica acclamazione. Frank rivendica l'indispensabilità funzionale del ruolo sociale che ricopre, nonchè l'esclusività nel regolare le vicende criminali nell'unico modo che conosce. Lui si sente un uomo d'affari e i giochi sporchi che li reggono è necessario che ci sia uno che li faccia. Frank chiede il tacito rispetto di queste indispensabili regole del gioco, le uniche possibili in una società che reprime il crimine dei quartieri maleodoranti e regolarizza quello stipulato tra gentiluomini in doppiopetto. Chiede di essere il gestore supremo del crimine della città e in cambio promette che non ci saranno più inutili spargimenti di sangue e neanche corti circuiti tra le diverse componenti della società civile, perchè il tutto sarà organizzato in modo che non importerà più a nessuno sapere con quali mezzi si è arrivati a un dato fine. Un ospedale rimane un ospedale e chi l'ha fatto costruire nel quartiere più povero della città diventa un benefattore a cui verranno tributati tutti gli onori. Sarà così, indistintamente. A mio avviso, nessuno come Abel Ferrara ha saputo restituirci l'anima nera che alberga nella megalopoli newyorkese, la soffocante sensazione di impotenza che si prova nel carpire con lo sguardo la maledizione che un uomo è capace di evocare per il fatto di trovarsi  all'ombra del grande mercato globale, lontano dalla luce dei riflettori. Il cinema di Ferrara ha sempre esaminato il sociale concentrando l'attenzione sulla redimibilità dei cattivi e la corruttibilità dei buoni, sull'ambiente sociale che sceglie i primi e le possibilità di scelta sempre a portata di mano dei secondi. E' la rappresentazione di un confine dai contorni a dagli intrecci multiformi che mai come in questo caso era stato reso così labile nella sua specifica delineazione tra il bene e il male, il lecito e l'illecito, lo scegliere e l'essere scelto. Emblematica e bellissima la sequenza finale che antepone Frank White al tenente Bishop (Vicror Argo) : due poli contrapposti, due anime che si confrontano e nessuno che ha la meglio sull'altra. E' l'indifferenziazione dei valori in campo che ha preso corpo nella "Grande Mela". E' il pessimismo di Ferrara sull'irriducibilità del male che per questo film non trova neanche la presenza del sacro a rappresentare una possibile ancora di speranza.

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