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L'addio

Regia di Elem Klimov vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su L'addio

di yume
10 stelle

io sono mosso da fantasie che s'attorcono attorno a queste immagini, e s'attardano: la nozione di qualcosa che é infinitamente dolce e infinitamente soffre.

Strofinatevi la mano sulla bocca, e ridete; i mondi ruotano come antiche donne che raccolgono legna in terreni da vendere…

 

 

Scena prima: dalla nebbia e dall’acqua emerge lenta l’isola di Matjora, ed è un non luogo ancora prima di dichiarare apertamente il suo status di mondo prossimo a sparire, sommerso dall’acqua per la creazione di un gran bacino idrico voluto dai Soviet per la produzione di energia elettrica.

Non luogo per il senso di opprimente provvisorietà che vi si respira, per i suoi abitanti che sembrano fluttuare nel vuoto incerti, quasi increduli, di fatto incapaci di reazione, per la barchetta che si avvicina veloce col suo carico di uomini coperti da impermeabili di plastica trasparente, sembrano strane creature acquatiche incappucciate, ma sono solo operai con taniche di benzina e attrezzi per demolire case e bonificare il territorio.

Infatti cominciano dal cimitero, bisogna ripulire il fondo del bacino idrico e le tombe sono le prime a dover essere eliminate.

 

Tutto parte da lì, dalla piccola insurrezione della sparuta comunità locale, ben consapevole del proprio destino, ma incapace di accettare che il cimitero sia profanato, che le piccole foto sulle tombe siano infangate.

Singolare contraddizione di cui fanno le spese gli operai, inseguiti e bastonati fino all’arrivo dell’uomo che sa e che convince.

E’ grande, vestito di scuro, supera tutti in altezza e parla con voce suadente.

 

 

 

E’ il paterno e carismatico funzionario di partito e di governo, si muove tra le vecchie contadine dai fazzoletti in testa, bambini scalzi,giovani sorridenti e uomini intimiditi distribuendo pillole di saggezza e di bonaria comprensione dei problemi.

Poi si allontana, e mentre la macchina lo riprende di spalle il pensiero corre veloce ad Irimias, l’ascetico e messianico protagonista di Sátántangó, al suo sguardo misterioso e al suo linguaggio paternalistico, gonfio di enfasi, mentre intorno si fa il silenzio.

 

Matjora é un’isola antica, al centro di un lago.

La città brilla sulla riva opposta di lucine lontane, i suoi abitanti sono contadini poveri, coltivano la terra e allevano il bestiame, vivono in grandi casoni di legno e nel piccolo cimitero seppelliscono i morti sotto un prato che si riempie di grandi margherite bianche, in primavera.

Querce secolari, ruvide e refrattarie alle motoseghe, un pontile di poche assi sconnesse di legno, piccole barche per unire le rive: nulla di tutto questo può sopravvivere al cammino della modernità, l’uomo gira ormai nello spazio, dal piccolo televisore i due astronauti dicono che la terra è tanto bella vista da lì, dunque occorre energia, tanta energia, bisogna illuminare i grigi casermoni dei nuovi quartieri del popolo ravvivati da file di panni stesi, dove non ci sono prati e dunque le bestie non servono, bisogna illuminare le pozzanghere, nelle strade dove… la sera si posa con odor di bistecche - cantava T. S. Eliot - Lucignoli consunti di giorni fumosi…

 

I vecchi riposeranno in tombe lontane da quelle dei padri, i giovani non avranno memorie, il fuoco brucerà le case e gli alberi, l’acqua coprirà tutto.

Ma, dice allegro il giovane nipote a nonna Darya: La gente ha bisogno dell’elettricità, nonna!

Il racconto, partito dall’acqua, arriva ora al suo nucleo centrale, il fuoco, il dono di Prometeo all’umanità perché vivesse e progredisse. Ora il fuoco distrugge.

 

Matjora brucia!

 

é l’urlo che inchioda tutti davanti al primo, enorme falò di una delle case.

E’ la scena centrale, quella del “matto” che chiede un fiammifero per fumare davanti al falò.

Ora tutte le contraddizioni si scoprono, ognuno dovrà prendere coscienza della tragedia di un mondo che va in fumo, i giovani saranno abbandonati da quell’ansia febbrile che li proiettava felici verso il futuro, i vecchi taceranno smarriti, e neppure i bambini giocheranno più.

Ad una ad una bruceranno tutte le grandi case di legno in grandiosi falò che ci ricordano quelli di Va’ e vedi, ma lì c’era la guerra, l’odio uccideva e stuprava. Qui no, governa la pace e si sacrifica alla modernità.

 

Dopo Larisa, breve elegia di addio che Klimov dedicò alla moglie, Larisa Sepitko, persa in un tragico incidente automobilistico assieme al fotografo e allo scenografo proprio nel primo giorno delle riprese, il 2 Giugno 1979, L’Addio é il film del commiato finale, progetto creato da Larisa che lui portò a compimento qualche anno dopo, nell’ ’83.

La sceneggiatura é tratta dal romanzo breve Addio a Matjora di Valentin Rasputin e le parole che Larisa più amava, dignità, elevazione, quiete, traducono le immagini, suggellano le sequenze, impongono compostezza dove sarebbe normale aspettarsi grida, pianto e stridor di denti.

La piccola comunità destinata all’evacuazione si muove con rassegnata dignità, il pianto é sommesso quando tocca lasciare la casa e vederla bruciare.

File silenziose attraversano le strade sterrate, s’imbarcano a gruppetti, l’organetto del “matto” le segue e dà alla scena una strana allegria

Non fa niente - dicono guardando indietro - andrà tutto bene”.

Ma con gradazione in costante crescendo la consapevolezza di essere protagonisti di una tremenda tragedia si farà strada nelle coscienze

 

 

Klimov  sa dare al racconto il ritmo lento di una trenodia, l’anziana del villaggio, Darya, viso intenso segnato da orbite profonde, ne recita le strofe accarezzando la terra delle sue tombe:

 

Madre, umido spirito della terra,

tu sei benedetta, tu sei consacrata,

tu sei adorna di ogni specie di erbe e fiori.

Ti hanno adornata il sole rosso, le stelle splendenti,l’aurora.

Padre tu sei il signore del fuoco,

il re dei re, sii dolce, sii benevolo,

io ti supplico, io t’imploro, signore del fuoco,

brucia le nostre afflizioni e le nostre pene.

 

All’ incoscienza iniziale subentra a gradi un fatalismo rassegnato e muto, le rigide iconostasi fatte di uomini e donne silenziosi messe in scena da Klimov hanno la stessa inerzia letargica delle lente carrellateche Tarr Béla distilla in Sátántangó e Kárhozat.

Ma anche se L’Addio é il canto corale di un popolo senza più speranza, il ballo nella piazza dopo il raccolto del fieno per bestie che saranno inutili in città non è quello surreale degli ubriachi di Sátántangó.

Qui le parole della guardarobiera del Titanik non avrebbero la dissonanza beffarda che assumono in Kárhozat:

Il ballo! L'insieme d'armonia di mani, gambe, fianchi e spalle che parlano senza parole. Movimenti. Sguardi che sollevano chi balla al di sopra delle preoccupazioni terrene".

 

 

 

C’è in Klimov una pietà, una commozione umana che sopravvive negli intensi primi piani  dei vecchi, di Darja, del bambino biondo, e, infine, nello sguardo dell’uomo che si abbassa prima di dire le parole che deve dire:

 

Il 14 settembre, alla fine della giornata, sull’isola non rimarrà nessun essere vivente…

 

Alle sue spalle sembra non esserci nulla, la macchina lo inquadra in un primo piano che si affaccia sul vuoto.

 

Ecco.E’ giunta l’ora. E’ giunta l’ora di rendere conto

 

ha sussurrato Darja all’inizio del film, mentre il paese si lanciava in corsa, urlando, contro i profanatori delle tombe.

Toccherà a lei restare, ora che c’è il silenzio, per l’ultima preghiera:

 

Papà, mi hai detto che dovevo vivere a lungo

Ho vissuto. Ma a che scopo? Per amore della vita o per amore dei figli? O per qualche altro motivo?La terra attira, come attira! Cosa devo fare? Dove siete? Perché tacete?

 

Siamo alla stupenda sequenza finale, fatta di panoramiche infinite sull’acqua, chi va via per sempre e Darja che resta, con pochi, fra folate di fumo, il suo viso soltanto e la vecchia quercia alle sue spalle.

 

E’ rimasta solo una baracca, una spallata e via- dice qualcuno sul sydecar rombante diretto all’imbarcadero.

Il “matto” corre, salta sul traghetto, davanti c’è solo nebbia, ma bisogna andare.

L’uomo del governo é una massa scura, di spalle. Risponde impassibile al tormentato coordinatore delle operazioni, colluso col potere, ora pentito e odiato da tutti, che vorrebbe aspettare il gruppo rimasto con Darja, sua madre.

 

Il fatto è, Pavel Mironic, che domani la commissione verrà a prendere possesso dell’isola, e noi la consegneremo nei tempi previsti.

L’allagamento avrà inizio nei termini fissati. Nei termini previsti qui sorgeranno fabbriche, complessi industriali e nuove città.

Il tempo non tornerà indietro per nessuno.

 

E poi la nebbia ingoia tutto. L’allagamento é avvenuto e il “matto” continua, straziante, a gridare “Matjora” dal ponte della barca.

 

Snitke  e Artjonov per le musiche originali, Rodionov e Schirtladze alla fotografia completano lo staff autoriale di un film che non lascia margini d’incertezza per un giudizio di assoluta eccellenza.

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