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Musikanten

Regia di Franco Battiato vedi scheda film

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La recensione su Musikanten

di spopola
6 stelle

Come potremmo definirlo in poche parole questo strano oggetto che è stata la seconda fatica cinematografica di Franco Battiato?

Si è giudicati troppo irriverenti se si etichetta come uno (spesso insopportabile) concentrato di “battiatismo/sgalambrismo” (sì perché il disastro lo hanno fatto in due) irritante, pretenzioso nella sua scellerata complessità intellettuale e smisuratamente ambizioso con quel filosofare spesso inconcludente?

Forse sì e molti potrebbero avere da ridire mi limiterò dunque a definirlo più semplicemente come un prodotto decisamente fuori da ogni schema già sperimentato (correva l’anno 2005 quando fu girato), un meteorite (o addirittura un ufo) piovuto da chissà dove ed abitato da un esoterico Jodorowsky  (doppiato da Giulio Brogi) qui nei panni improbabili di un Beethoven che più che un compositore sembra  quasi che sia un alchimista manipolatore di simboli e dispensatore di messaggi poetico filosofici da Baci Perugina al quale al quale vengono messe  in bocca frasi del tipo “sarei l’uomo più felice del mondo  se un demonio non avesse costruito il suo nido nelle mie orecchie” che fanno davvero accapponare la pelle (ma in senso negativo). Una figura tutt’altro che carismatica insomma che col suo incedere da santone anarco/narcisista decisamente fuori dal contesto, finisce per peggiorare ulteriormente la situazione.

 

 

Intendiamoci: non tutto  è da buttare via ma è l’operazione nel suo complesso che non convince (o, per meglio  dire, non convince me:  non si dovrebbe infatti mai  universalizzare il  proprio pensiero che rimane strettamente personale e come tale criticabilissimo da chi la pensa in maniera differente). Si accettano insomma contestazioni. se si pensa che abbia calcato troppo la mano.

 

Quando passò dalla Mostra del Cinema di Venezia, il film, fra i  fischi, le urla,  le risatine e un fuggi fuggi quasi generale, fu letteralmente demolito  da un pubblico davvero imbestialito e tutt’altro che disponibile a mediare al quale fece eco la voce di molta critica nostrana che in casi come questo, sembra provare un gusto perverso a sbeffeggiare (con un senso evidente di rivalsa) il piccolo passo falso compiuto da nomi blasonati (sia pure in altro campo) come quello di Battiato, appunto.

 

Trattandosi di un film che “vorrebbe” o “dovrebbe” parlare (il virgolettato è d’obbligo)  degli ultimi anni di vita di un Beethoven un po’ maniaco e delirante,  un critico che sa davvero fare il suo mestiere, dovrebbe almeno sottolineare (in positivo)  il fatto che dietro a tutto questo guazzabuglio un poco fuori sintono, si avverte comunque  la mano salda di un musicista (Battiato appunto) ben ferrato sulla  materia, e per questo capace di conferire all’opera l’andamento di una composizione musicale (una sinfonia appunto) rispettando le sue regole interne di struttura con movimenti che passano dall’andante allo scherzo e al maestoso) che in teoria avrebbe potuto anche funzionare mentre invece poi alla resa dei conti, è forse proprio la rigidità di questa scelta la responsabile primaria che fa dimenticare al regista il bisogno (e la necessità) di trovare almeno un filo logico unificante e una linearità narrativa alla struttura finale della pellicola per renderla un po’ più accessibile. La “semplicità” questa sconosciuta insomma perché qui il percosso diventa (oggettivamente) sempre più labirintico e come ben si sa, nei labirinti, ci si smarrisce spesso.

 

Paolo Mereghetti  (uno dei pochi che tentò di mettere a fuoco gli elementi  “musicali” che il film comunque contiene) scrisse  a suo tempo proprio su questo aspetto tutt’altro che secondario, un commento abbastanza interessante e soprattutto “centrato”,  che mi piace riproporre qui:  “Battiato sembra aver pensato più alla libertà dello spartito che alla logica della sceneggiatura strutturata in tre “movimenti” musicali e non, ognuno libero di inseguire a suo modo i fantasmi dell’autore  (schematizzando un poco li potremmo definire come la difficoltà della cultura, i drammi della creatività, l’angoscia della politica) da sviluppare come piani diversi  anche come modalità di rappresentazione ( fin qui tutto bene insomma, niente da eccepire) ma nel momento in cui il regista opta per il linguaggio naturalistico del cinema narrativo e sembra voler abbandonare quello più libero tipico dell’underground o del cinema astratto, lo spettatore finisce per perdere l’orientamento (non si raccapezza più direi io informa molto più banale) e ha dunque più di una ragione per mostrarsi sorpreso,  scombussolato e fortemente perplesso” perché qui (aggiungo io) di carne al fuoco ce n’è parecchia, ma non tutta è cotta al punto giusto come sarebbe stato invece necessario per evitare di finire nella baraonda più totale.

 

La storia “multistrato” è quella di una trasmissione sperimentale televisiva (da cui deriva il titolo) curata da Sonia e dal suo collega Nicola, che con il loro lavoro “intenderebbero” (anche qui il virgolettato è d’obbligo) analizzare le difficoltà da superare quando si decide di realizzare programmi di altissimo valore culturale.

Per fare tutto questo e renderlo chiaro(soprattutto a loro stessi, mi  verrebbe da chiosare) mettono al centro delle loro elucubrazioni concettuali, i contributi di scienziati molto particolari (privilegiando soprattutto quelli le cui ricerche escono dai campi tradizionali del sapere per entrare in quelli dell’inconscio e dell’irrazionale).

A corto di materiale di simile fattura, Marta, da sempre affascinata dalla figura di Beethoven, sceglie la sua figura per farne oggetto di una prossima puntata della serie. Per prepararsi adeguatamente, incontra uno sciamano che la sottopone a uno strano rito (una seduta di “ipnosi regressiva”) che la riporta indietro nel passato attraverso le sue vite precedenti (il mito della reincarnazione) fino a raggiungere il periodo in cui è vissuto questo suo idolo musicale che tanto l’intriga. Scoprirà così che in quegli anni lei era un uomo e vestiva i panni di un principe amico e mecenate del grande compositore.

Il suo dunque sarà un viaggio oltre (dentro?) il tempo e lo spazio che la porterà a vivere  a stretto contatto con un  Beethoven maniaco e delirante degli anni terminali della sua esistenza ma ancora pieno di creatività mista a disperazione repressiva per la sua sordità ormai totale..

il risveglio, o per meglio dire ancora il suo ritorno alla realtà del quotidiano, sarà dunque per  Marta brusco e doloroso (anche perché si trova a dover fare i conti con ipotesi concrete di un colpo di stato planetario e la conseguente nascita di un fantomatico Partito Democratico Mondiale (ed è soprattutto qui che casca l’asino). Pura fantascienza filosofica insomma , ma di grana troppo grossa purtroppo.

 

Difficile da digerire tutto questo dunque. Non è escluso comunque, tenendo soprattutto conto del nome che sta dietro alla cinepresa, che qualcuno possa trovare tutto questo molto affascinante e a ritenere tutto questo un prezioso cult movie destinato a una ristretta nicchia di persone ben selezionate che solo loro hanno compreso.

 

Battiato ci rimasse davvero molto male sia per le critiche abbastanza negative che per gli sberleffi degli spettatori (e soprattutto per le accuse che gli vennero mosse di aver volutamente travisato la verità storica degli avvenimenti da lui narrati). Lo si evince chiaramente da questo suo interveto a gamba tesa con cui provò a difendere la sua creatura: “Io credo che non ci sia nulla di male o di sbagliato se qualcuno reagisce ridendo, ad esempio, a certe parti del film volutamente comiche, come quelle in cui compare Antonio Rezza. Ma se si ride a una citazione di Wittgenstein, solo perché non si conosce il suo autore, allora diventa dubbioso e anche pericoloso questo comportamento un po’ offensivo e c’è davvero qualcosa che non quadra (ma non nel film) che sa di partito preso già in partenza. E a chi mi accusa di infedeltà alla Storia, io dico invece che nel film non c’è una frase, un aggettivo, un avvenimento, un episodio che non siano veri. Ho utilizzato soprattutto gli epistolari di Beethoven che rivelano tutti i suoi umori.  L’unica libertà che mi sono preso è dunque solo quello di far dire questa o quella frase in un altro contesto, rispetto a quello reale.

 

Il mondo, le passioni (e anche le ossessioni) di Battiato ci si ritrovano comunque più o meno tutte dentro al film(pregi e difetti insomma): le pratiche zen, le arti marziali, la natura spirituale del sogno e così via cantando. Trova persino il modo di inserirci i suoi amati dervisci rotanti. Gerusalemme e Poggibonsi sono ancora lontani ma in compenso c’è  Varsavia… il che è tutto dire. Sembra insomma ancora un uomo alla ricerca del suo centro di gravità permanente (che forse però non troverà mai se non nel mondo strettamente musicale nel quale continuerà ad eccellere fino alla fine abbastanza prematura dei suoi giorni). 

Ovviamente tutto questo a me non basta, ma è comunque sufficiente per farmi dare al film le tre stellette della sufficienza (i tentativi coraggiosi ritengo che debbano essere premiati in qualche modo ed è quello che sto facendo in questa circostanza anche per il grande amore che ho verso il Battiato musicista di valore.                                                                                                                                     

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