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The Constant Gardener. La cospirazione

Regia di Fernando Meirelles vedi scheda film

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La recensione su The Constant Gardener. La cospirazione

di spopola
6 stelle

Eccessivamente lungo e un po’ prolisso, è un ibrido un po’ pasticciato nella formA fra velleità autoriali e pericolose sbandate verso un accentuato formalismo accademico fine a se stesso che ha il grave torto di farci uscire dalla visione senza la necessaria indignazione nonostante la devastante portata dei fatti narrati.

Che dire? Un ibrido un po’ pasticciato, fra velleità autoriali e pericolose sbandate verso un formalismo accademico che rischia di trasformarsi in calligrafismo. Eccessivamente lungo e un po’ prolisso, con quell’avvitarsi su se stesso dei troppo reiterati flash back che rendono farraginosa la progressione “drammatica”. A volte addirittura “irritante” sicuramente estenuante, nonostante l’impegnativo e coinvolgente tema trattato che probabilmente per risultare più efficace avrebbe necessitato invece di una linea stilistica più marcata e meno ondivaga. Un’opera insomma che ridimensiona un poco l’interesse (sarà perché il film era stato “pensato” per un altro regista, dalla visione molto più normalizzata e meno “stupefacente” come Mike Newell che si crea il “conflitto”?) verso il suo autore, amplificandone i “vezzi” e i “vizi”, già avvertibili nella sua trascinante opera d’esordio. Meirelles si conferma qui un ottimo direttore di attori (bravissima la Weizs, e soprattutto il commovente, delicato, innamorato Fiennes che ha nello sguardo la sofferta e necessaria malinconia richiesta al personaggio) e un abile creatore di atmosfere, soprattutto nella “parte africana” della storia, risolta con abilità e destrezza, spesso con l’utilizzo emozionale della macchina a mano e il ricorso a un montaggio elettrico e serrato (ottimo anche l’accompagnamento musicale “percussionista”) che ben stigmatizza la terribile realtà di un popolo “cavia” senza speranza, lo stato d'abbandono e la povertà, fra degrado e cinismo nello spregiudicato “utilizzo” di quelle vite umane che diventano “oggetti” per sperimentazioni al limite della decenza senza il rispetto di alcuna etica o morale. La cinepresa incollata ai corpi, gli scarti improvvisi e le impennate che rendono instabili e periclitanti i fotogrammi, tutto contribuisce a riprodurre in maniera estremamente realistica il contesto “rumoroso” e “assordante” di una realtà brulicante che nessuno è disponibile davvero ad ascoltare ed accogliere, restituisce la precarietà di povere “vite sospese” che non fanno storia, non interessano davvero a nessuno. Il versante privato del racconto, e più in generale tutta la “parte europea”, si dipana invece su ritmi fin troppo distesi e in antitesi, con soluzioni un po’ ricercate (carinerie e preziosismi visivi che poco hanno a che fare con il contesto generale), ma scontatamente abituali, e sostanzialmente nel solco di un ormai consolidato “tradizionalismo” anche delle immagini, che rendono l’insieme “patinato” e convenzionale. Un film con due anime insomma, che procede con scarti e velocità troppo differenziate fra loro, che ha a mio avviso il grave torto di farci uscire dalla visione senza la necessaria “indignazione”, nonostante la devastante portata dei fatti narrati, perché se il bersaglio fosse stato davvero centrato, malgrado una certa inevitabile convenzionalità narrativa (vista la fonte era comunque da mettere in conto) negli snodi e soprattutto nel finale (un po’ troppo populista e scontato) avremmo dovuto spesso sobbalzare sulla poltrona schiacciati da un opprimente senso di disgusto e di rifiuto per come va il mondo, avvertendo nel contempo il peso delle responsabilità indotte che derivano dal mantenimento del “benessere” anche salutistico delle società più industrializzate, e quindi indirettamente proiettando malignamente su ciascuno di noi il “peso della colpa” di certe anomalie per le quali ci rendiamo - magari inconsapevolmente – complici, semplicemente non volendo rinunciare ai benefici che ne derivano per la nostra quotidianità. Qui sembra invece di essere chiamati a scartare una “caramella” a sorpresa confezionata con cura in una sgargiante carta stagnola (la “forma” accattivantemente ineccepibile della “media produzione di consumo”, magari a suo modo “impegnata” ma attenta a non destabilizzare troppo gli equilibri e per questo non sufficientemente graffiante) dove l’interesse maggiore sta proprio in quella esteriorità affascinante perché poi il contenuto lascia molto amaro in bocca (e lo sguardo indeciso del narrante non aiuta, ma contribuisce ad accentuare il disagio), non risponde minimamente alle aspettative di chi pretenderebbe davvero di trovare l’adeguato “spessore morale” della denuncia che universalizza le responsabilità ben oltre i singoli comportamenti, perché lo sguardo obliquo, spietatamente analitico che emerge in alcune angoscianti sequenze, non è da solo sufficiente a suscitare quel necessario coinvolgimento profondo delle nostre emozioni… e allora, il dramma, la storia, “il caso eclatante e disturbante che diventa anomalia e non misfatto assoluto, non acquisisce la valenza totalizzante di un delitto contro l’umanità che grida vendetta e non ha alcuna possibilità di redenzione”, non acquisisce la sufficiente forza necessaria per entrare in rotta di collisione con le nostre anime e le nostre coscienze critiche e “farci stare davvero male” come invece sarebbe necessario e salutare.

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