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Vivere

Regia di Akira Kurosawa vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Vivere

di ed wood
10 stelle

Akira Kurosawa, maestro eclettico, che nella sua carriera ha spaziato dall'epico Cinquecento dei Samurai alla problematica realtà del dopoguerra giapponese, alternando allo humour picaresco un senso espressionista della tragedia, integrando temi classici della cultura occidentale (presi da Shakespeare, Dostojevskij, Pirandello) ad uno sguardo ieratico e compassato tutto nipponico, affronta in "Vivere" l'amara e dolente vicenda di un uomo giunto agli sgoccioli della propria grama esistenza. Non è tanto un film sulla dignità calpestata di un umile servo dello Stato, come potrebbe esserlo il coevo "Umberto D" di De Sica, al quale spesso "Vivere" viene accostato come "film sulla vecchiaia". A ben vedere, nè l'uno nè l'altro si possono definire "film sulla vecchiaia": il primo ha a che fare con la povertà, il secondo con la malattia. L'età anagrafica non è il fattore preponderante nello sviluppo drammaturgico, tematico ed emotivo di entrambi i film. E "Vivere" non è nemmeno un film "contro" il lavoro, come potrebbe esserlo ad esempio "Giorni Contati" di Petri: il protagonista (un intenso, commovente, empatico, straziante Takashi Shimura, attore sottostimato come pochi altri, spesso offuscato negli altri film di Kurosawa dal carisma feroce ed invadente di Toshiro Mifune) troverà la sua occasione di riscatto proprio grazie a quell'impiego pubblico che lo aveva mortificato per trenta anni. Perchè in fondo, anche in una società burocratizzata (a proposito: mai visto, in un film, un Giappone così lontano dai suoi stereotipi di efficienza e pragmatismo!), il problema non era tanto il lavoro: era egli stesso la causa del suo tedio, con la sua apatia e la sua indolenza. Kurosawa, anche quando pare ancorarsi a questioni sociali o politiche, resta sempre un esistenziasta ed un umanista: è sempre il "vivere" ad essere protagonista dei suoi film, e l'Uomo ne è il fulcro poetico. Ciò che l'Uomo, spogliato dalle sue maschere e dal suo ruolo nella società, si ritrova a vivere, le azioni che compie, le emozioni che prova, le situazioni che esperisce, le parole che dice, le relazioni che intrattiene costutiscono il vero oggetto di interesse dello sguardo kurosawa-iano. A simili esiti erano comunque giunti i (post)neorealisti Rossellini e De Sica, che partivano sì dal dato socio/storico/politico, ma lo trascendevano a forza di pedinamenti e digressioni con cui svelavano l'animo dei personaggi. Kurosawa ovviamente ci mette del suo: e lo fa alla sua maniera poliedrica e, paradossalmente, poco rigorosa. "Vivere" è un film strano, multiforme, scomposto. Parte con una bizzarra odissea burocratica (alcune popolane vengono sballottate da un ufficio all'altro per inoltrare una richiesta di bonifica di un acquitrino), un frustrante giro a vuoto attorno alla scrivania del protagonista. Poi procede con un andamento episodico, "proto-modernista", dove Watanabe (una volta consapevole di avere un cancro che lo condanna ad una morte certa, in breve tempo) tenta di riprendere in mano le redini della sua esistenza: prima si fa cogliere da struggenti ricordi del suo rapporto col figlio, che ora lo tratta in modo meschino; poi si aggrega ad uno sconosciuto per darsi alle serate brave, con esiti patetici; infine tenta, essendo vedovo e solo, una relazione disperata con una ex-collega piena di vita, ma assai più giovane di lui. Finalmente si rende conto che l'unica cosa che può veramente fare per dare un senso alla sua esistenza è avvalersi della propria posizione lavorativa per compiere un atto utile alla collettività: accoglierà dunque la richiesta delle popolane e si batterà, con fatica ma con successo, per far costruire un giardino pubblico. Un'ellissi ci porta però, soprendentemente, al suo funerale! E l'ultima ora di film contiene i ricordi, i pianti, le commemorazioni, le discussioni spesso aspre sulla figura del defunto, sui suoi meriti nella costruzione del giardino. E qui Kurosawa sfodera la sua sapiente abilità nella gestione del flashback soggettivo, già palesata due anni prima in "Rashomon". Tutta questa varietà di toni, tempi, registri, focalizzazioni non giova alla fluidità narrativa del film e crea indubbiamente qualche scompenso a livello di tenuta stilistica (mettiamoci dentro anche una voce narrante che viene e che va). Ma probabilmente a Kurosawa non interessava tanto realizzare un'opera compatta e rigorosa: quando c'è di mezzo l'Uomo, con le sue spigolosità e fragilità, le sue titubanze ed imperfezioni, è giusto che la forma si sfaldi e lasci il posto alla contemplazione, umorale e spiazzante (perchè questo è lo stato d'animo di un uomo che sa di essere prossimo alla visita della Grande Falciatrice) di affanni, angoscie, umiliazioni, piccole gioie ed impennate di orgoglio. Il protagonista è un altro "idiota" dostojevskijano, figura cara al regista, un "inetto a vivere" poichè puro di cuore. Kurosawa, pur impregnando di pathos soffocato ogni primo piano di Shimura, evita sempre il pietismo e nega ogni familismo o sentimentalismo: il rapporto col figlio è pessimo (una versione inacidita delle incomprensioni intergenerazionali esposte dal cinema di Ozu), mentre di quello con la ex-collega vengono messe in risalto le pretese, innegabilmente egoiste, da parte di Watanabe di intrattenere un rapporto con una donna così giovane ed esuberante (pare un'anticipazione del confronto fra Victor Sjostrom e Bibi Anderson nel "Posto delle fragole" bergmaniano). Kurosawa dilata i tempi, si dilunga sugli sguardi tormentati e sui gesti sofferti di un Watanabe provato dalla malattia: questo, se da un lato espone la messinscena al rischio di una deriva grottesca o di una stasi espressiva, all'altro permette allo spettatore una pura immersione nell'animo del protagonista. L'utilizzo sapiente, variegato, sfaccettato, inventivo del mezzo filmico porta spesso ad esiti di indimenticabile grazia. Ci sono momenti che tolgono il respiro: Watanabe che canta "La vita è così breve" in un night e che urla come un pazzo di fronte ad uno striptease; Watanabe prima rifiutato poi pietosamente accettato dalla ex-collega; Watanabe accusato dal figlio di spassarsela con una amante...Oppure anche solo un'inquadratura, fulminea, frontale, quasi un potente in­serto griffith-iano/lang-iano: il volto di Shimura, in penombra, che fissa un arrogante malavitoso che voleva ostacolare la costruzione del giardino. E che dire del finale? Panoramica sul giardino, concreta testimonianza della vita del protagonista: una donna qualunque chiama il figlioletto, mentre un uomo qualunque in controluce osserva la scena. Non si tratta di personaggi "importanti": nemmeno ci è dato sapere di chi si tratti. Ma anche la loro vita, in quel momento, è in qualche modo influenzata dal piccolo eroe (in)dimenticato, appartato, silenzioso, umile, dignitoso, riservato, imperfetto, "idiota", umano Watanabe. 

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