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Fahrenheit 9/11

Regia di Michael Moore vedi scheda film

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La recensione su Fahrenheit 9/11

di Decks
5 stelle

Da vedere per il proprio bagaglio culturale sull'attualità del mondo occidentale, la presenza di Moore è un punto in più, ma sicuramente è preferibile un bel libro meno demagogo e più affidabile che non cada nell'accusa bensì nella ricerca. Da un regista di questo calibro non ci si aspettava un attacco così immaturo.

Il documentario che ha guadagnato di più nella storia del cinema.

Già questa premessa si anticipa quanto sia stato discusso e soprattutto quanto sia controverso il quarto documentario di Michael Moore; se già prima il regista di Flint aveva diviso pubblico e critica per il suo modo altamente polemico e i metodi con cui realizzava e realizza le sue opere, in questo caso lo spirito critico è portato ad un livello successivo, più alto e risonante in termini mediatici che hanno fatto storcere il naso (me compreso) anche a coloro che avevano adorato "Bowling for Columbine" (idem di poco fa).

 

Come tutti sanno Moore è un uomo il quale politicamente è impegnatissimo e attivissimo, nonostante dai suoi documentari trasparisse una certa presa di posizione, lo scopo principale di quei film era l'attenzione rivolta ai problemi e alle contraddizioni del sistema politico, economico e sociale degli Stati Uniti attuato attraverso un linguaggio ironico-comico esilarante.

Qui tutto e niente è cambiato: ufficiosamente ci ritroviamo dinanzi il solito documentario indignato del simpatico Moore, ma più scorrono i minuti più ci rendiamo conto che il suo giudizio qui è più schierato, raggiungendo in alcuni apici vette di diffamatorio.

Un Moore più incazzato quindi, per dirla papale papale, una lama a doppio taglio che lo scaraventa nell'olimpo dei registi più discussi del nuovo millennio, ma trasforma il suo documentario in un pamphlet rendendolo squilibrato in più punti.

 

 

Sembrerà strano, ma per di più a differenza di quasi tutti gli altri documentari di Moore, "Fahrenheit 9/11" ha il suo origine da una base letteraria, cioè i due romanzi scritti di suo pugno: "Stupid White Men" e "Ma come hai ridotto questo paese".

Notizia trascurabile a prima vista, mentre invece è un importante corollario a quanto il regista non cercasse altro che mettere al centro dell'attenzione l'amministrazione Bush tralasciando il suo essere artista. Proprio per questo chiunque sia interessato ad un punto di vista più ragionato di Michael Moore riguardo la presidenza di George W. Bush è ben più consigliato approcciarsi ai due libri rispetto alla forma cinematografica.

 

Senza dubbio Moore non ha perso il tocco, egli riesce a coinvolgere e interessare lo spettatore con il ritratto corrosivo della figura umana e politica di Bush, tutto fatto con tagliente ironia e puntando il dito contro i giusti interrogativi che qualsiasi appassionato di attualità si pone ogni giorno: la correlazione tra le guerre intercontinentali finanziate dagli Stati Uniti e il petrolio; le atrocità in Iraq; il legame economico tra aziende arabe e statunitensi e tanto altro, incorniciato da commenti, documenti e interviste che volutamente punzecchiano i poteri forti.

Oltre all'interesse c'è da ammetterlo, Moore getta luce su svariate ambiguità relative ai mass media, tutti tasselli facenti parte di un più ampio inganno globale a cui non si può rimanere indifferenti, perciò lo scopo principe di Moore, cioè indignare le masse è sicuramente riuscito.

 

 

Il problema sostanziale dell'opera però, è proprio l'atto accusatorio, o per essere più franchi il deciso attacco frontale al presidente Bush allora in corsa elettorale. Moore sacrifica l'attendibilità, la già poca oggettività che possedeva e la coerenza per un mero obbiettivo propagandistico, soprattutto nell'ultima parte con Lila Lipscomb: Moore similmente ad un politico tanto detestato, che oggettifica le notizie a suo piacimento, si contraddice rendendo volutamente una parte strappalacrime, speculando a suo favore su una famiglia distrutta dalla perdita del marito in Iraq, per di più, come vedremo in seguito, molte affermazioni saranno confutate da documenti ufficiali facendo perdere ancor di più la sincerità e la credibilità del lungometraggio, il quale assume sempre più la forma di protesta contro la seconda presidenza Bush anziché opera artistica.

In ogni modo, la missione è fallita e la reale utilità del documentario già l'anno successivo è persa di vista.

 

Non imperdibile, ma non invedibile: da vedere per il proprio bagaglio culturale sull'attualità del mondo occidentale, più le interviste a note celebrità politiche e non, c'è da dire che la presenza di Michael Moore è un punto in più per certi aspetti, ma sicuramente è preferibile un bel libro meno demagogo e più affidabile che non cada nella semplice accusa bensì nella ricerca. 

Un personale attacco a George W. Bush più che lecito, ma da un regista di questo calibro ci si aspetta ben di più che questo atto d'infantilismo.

 

Scene Cult:

 

• La sigla western con le facce dell'amministrazione Bush

• L'opera di pressione per schiacciare il popolo: spaventarlo e rilassarlo fino a confonderlo e smarrirlo

 

Pregi:

 

• La satira di Michael Moore

• Le interviste

• Pone le giuste questioni

 

Difetti:

 

• Più propaganda che documentario

• La veridicità di alcune accuse

• La strumentalizzazione di alcuni fatti

• Fine a sé stesso

• Assenza di oggettività

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