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Dogville

Regia di Lars von Trier vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Dogville

di ed wood
5 stelle

Ultimamente sto rivalutando il cinema di Lars Von Trier, o meglio: lo sto capendo. Sono riuscito ad individuare alcune linee guida della sua poetica. Però siccome Von Trier è nato per essere “non riconciliante”, era destino che mi imbattessi anche in una revisione negativa. E’ capitato a “Dogville”. Pensate: l’avevo visto una decina d’anni fa, un po’ distrattamente, mi aveva incuriosito e tutto sommato l’avevo apprezzato, senza però interrogarmi più di tanto sul suo significato. Adesso che però finalmente sto tentando di comprendere cosa vuole dirci il danese coi suoi film, ecco che mi piombano addosso le due ore e passa di “Dogville”, consegnandomi una visione all’insegna prima della freddezza, poi del tedio, infine dell’irritazione. Dunque, Trier va in trasferta americana e prende di mira il sospettoso popolino di provincia, significativamente identificato con una cittadina che è sì immaginaria ma comunque localizzata nella regione delle Montagne Rocciose, vale a dire negli USA dell’entroterra, quelli più puritani e conservatori (l’America di Bush insomma, che nell’anno in cui uscì “Dogville” invase l’Iraq e si beccò l’onda arcobaleno delle Marce della Pace e le invettive del Michael Moore di “Bowling a Columbine”: erano gli anni in cui la principale polemica mediatica era la contesa fra “americanisti” ed “anti-americanisti”…sembra passata una vita: oggi, nella controversa era obamiana, questi due termini non si usano più…). La tecnica di rappresentazione di Trier estremizza quella disordinata dialettica fra Dogma95 e “gioco a carte scoperte” che era già implicita nel suo film-cardine, “Le onde del destino”. Da una parte c’è la macchina a mano, i jump-cut, il tocco sgrammaticato, i momenti di pathos e melodramma, le esplosioni di violenza; dall’altro c’è l’ostentazione della “struttura”, la manifestazione esplicita del meccanismo-cinema (le didascalie dei capitoli che spiegano il contenuto delle immagini che vedremo; la cittadina “stilizzata”, tutta chiusa in un set, con strade disegnate col gesso, pareti invisibili, artificiali variazioni luministiche; la pretestuosa carrellata di foto di miserabili americani sui titoli di coda).  L’America di “Dogville” è come la Scozia delle “Onde del destino”: uno scomposto ibrido di attendibilità e forzature, di tempo passato ed astrazione. La (chissà quanto premeditata) mancanza di rigore nell’approccio trier-iano è evidente fin dalla rappresentazione della cittadina: perché, ad esempio, alcune cose come i cespugli sono solo disegnate, mentre invece altre come un albero sono “vere”? Perché questa incoerenza nel rappresentare la natura? E poi, perché del campanile vediamo solo la parte superiore, mentre sono ben visibili organi a canne, panche, mobilio etc…? Perché questo utilizzo aleatorio della sineddoche? Inoltre, perché non vediamo le porte, ma le sentiamo sbattere? Perché questa disparità di trattamento fra il senso dell’udito e quello della vista? Insomma, l’intento di Trier era quello di straniare ovviamente, e c’è riuscito, ma purtroppo è caduto spesso in un caotico e risaputo simbolismo: “Dogville” in fondo è un’ennesima versione della “caverna di Platone”, gigantesca e macchinosa allegoria della chiusura mentale e della paura dello straniero che attanaglia la società americana (tema principe dell’era Bush, rozzamente evocato anche da Shyamalan in “The Village”). Se dal punto di vista figurativo il film incuriosisce ma non ammalia, anzi raggela e respinge, dal punto di vista tematico le cose non vanno meglio. Trier infatti costruisce una pesante impalcatura meta-testuale, focalizzando il racconto sulla doppia guida di una voce off di insostenibile “letterarietà” e del solito personaggio-maschio-demiurgo, alter-ego di Trier: destinataria delle indicazioni, “player” del gioco di ruolo, è come sempre una donna, elemento destabilizzante, vittima sacrificale (o strega) in conflitto con l’ambiente che la circonda fino alla catarsi conclusiva (non importa di che segno). Questa volta tocca alla splendida Kidman, colta all’apice della sua bellezza, ma decisamente fuori parte. Ma la domanda è: dove voleva arrivare Trier? Cosa voleva svelare? Gli scheletri nell’armadio del Grande Paese? L’opportunismo della gente di provincia? La natura menzognera dei rapporti umani? La necessità di riporre fiducia (una forma “umana” di Fede) nelle persone? La purezza contrapposta alla corruzione? Come spesso accade in LVT, “il caos regna”. Si brancola in una bulimica confusione di temi dove il sesso e il crimine vengono tirati in ballo giusto per complicare inutilmente le chiavi di lettura: ad esempio, come incastrare la love story fra Grace e Tom, con tanto di risvolti tragici, in questo gioco teorico? Per non parlare dello sbrodolamento di un finale sgradevole, dove emergono da una parte la pretenziosità del testo (nel dialogo verboso fra Grace e il padre, che dissertano sul concetto di “arroganza”) e dall’altra il sadismo compiaciuto del regista che si diverte a bagnare la metafora nel sangue di donne e bambini, atroce sberleffo ai valori dell’America Profonda. Manca la lucidità filosofica di “Antichrist”, la stravaganza visiva di “Europa”, l’empatia torrenziale delle “Onde del destino”: al loro posto, tante promesse, tante parole, tanti spunti che non trovano uno sbocco espressivo davvero coinvolgente e convincente. E’ un cinema che non libera, ma imprigiona. Un cinema che soffoca la poesia dell’immagine, affidandosi ad un estenuante cerebralismo. “Dogville” dimostra tutta la fatica di Trier nel far risaltare un qualche sapore nel minestrone teorico, tematico, estetico che prepara. La mezza stella in più è per Gazzara e la Bacall.

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