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I sette assassini

Regia di Budd Boetticher vedi scheda film

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La recensione su I sette assassini

di scapigliato
8 stelle

Budd Boetticher dirige con il suo piglio ritmato e professionale un classico del genere che farà scuola a venire. Solo il fatto di avere Randolph Scott e Lee Marvin uno contro l’altro basta a mettere questo film nella cineteca della memoria. Non bastasse, la regia è potentissima, il soggetto mitico ed entusiasmante, la sceneggiatura senza fronzoli inutili. É un classico, ma questo è da vedersi nella sua accezione positiva come struttura solida di solidi personaggi nell’epica della Frontiera. E se l’epica ha il privilegio della presenza divina, sappiamo solo dalla prima scena perché Randolph Scott non potrà morire, e in lui si incarneranno invece tutte le ambiguità e le sfumature di più vite diverse. Il grande Randy è qui in uno dei suoi ruoli più stoici e migliori. Lo stoicismo di cui è segno archetipale, senza contaminazioni ideologiche, lo porta ad essere sia l’eroe tutto di un pezzo che tanto western di propaganda, e quindi di serie B, proponeva fino alla nausea, sia l’antieroe solitario in precario equilibrio tra sé stesso e gli altri. Il rude Ben Stride di Randolph Scott deve scovare 7 assassini 7 che in una rapina hanno ucciso sua moglie. Due li fa secchi nella prima scena antologica del film, in una caverna umida mentre fuori piove a dirotto, e il monolite randolphiano domina la scena con voce mesta. Nella caccia ai restanti 5 banditi, s’imbatte in una vecchia conoscenza: tale Masters, ovvero Lee Marvin. Oltre chiaramente ad una giovane coppia di coloni che va verso il Sud ignara della tragedia che si cela dietro l’angolo. Il paesaggio che Boetticher riprende intorno ai suoi personaggi è di una suggestione tale da comprendere la statura mitica della parti oppositive messe in scena nel dramma. Da un lato l’ex sceriffo Randolph Scott che vuole giustizia e perseguita gli assassini della moglie per darsi pace. Dall’altro il bandito di Lee Marvin che gli da sì una mano per sole questioni di guadagno, ma gli si oppone anche come coscienza critica, come perfetta coda del diavolo. É la nemesi dalla quale non può scappare, ma con cui deve invece confrontarsi nell’immancabile duello finale.
Il film entusiasma per i luoghi cinematografici che attraversa: la caccia all’uomo, l’attraversamento del deserto, il bivacco notturno, le insidie del viaggio, la sosta alla stazione di cambio, l’attacco degli indiani, la sparatoria in città, il saloon, il buen retiro dove pulire i cavalli e sognare l’amore, e infine il classico duello risolutore. Il tutto diretto con una maestria che non lascia spazio a dubbi circa la competenza del regista e soprattutto circa la potenza epica e mitica del western. I duelli verbali tra Scott e Marvin preludono all’ineluttabile confronto con il destino. La presenza femminile di Gail Russell più che il catalizzatore che innesca i conflitti portando l’azione su piani intimi e personali e non più solo universali come la giustizia e la legalità, è piuttosto il deterrente all’involuzione dei vari personaggi. Questi infatti, ruotano tutti intorno a lei: sia il pavido marito Walter Reed, sia Randolph Scott che Lee Marvin. Ma ognuno a modo suo cerca di stabilire un rapporto con la “femminilità”: il marito, nella perpetuazione del suo ruolo domestico, anche se poi si scoprirà aver fatto il passo più lungo della gamba; Scott, cercando nel pudore un riscontro di corrispondenza amorosa; e Marvin, cercando nello scontro fisico i numeri per una conquista. Tre uomini, tre caratteri che incarnano tre figurazioni diverse. Il ruolo domestico, quello dell’integro e stoico eroe del West, e quello del bandito bohémo e selvaggio. La ragione, la passione e l’istinto. Nessuna delle quali può sussistere senza l’altra. Mentre gli altri personaggi sono solo atomi che girano attorno ai loro poli maggiori, e figurano come succursali, piccoli e spuri prolungamenti dei tipi principali.
Lee Marvin tormenta con la sua simpatica posa straffottente l’animo di un Randolph Scott intergro ma già turbato dalle sue colpe e da qualche regola mai ben compresa che gli vieta di concretizzare l’amore con la “femminilità”. Il turbamento così cresce ed implode in Scott portandolo sulla strada di una rocciosità forzata che gli permetterà di sopravvivere a quella terra, a quelle terre, a quegli uomini assassini e a quella donna, quella “femminilità”. L’implosione, di contro, porta alla sua rappresentazione per sottrazione. Ecco che il monolite randolphiano funziona come un orologio svizzero e crea un mito figurativo più efficace di quello wayneiano, perché veicola il duro e puro eroe solitario senza più la polvere del vecchio eroe delle “horse opera” e senza l’infamia di quello propagandistico del primo dopoguerra. Randolph Scott non sarà sempre, e purtroppo, così essenziale e neutro, ma qui è in uno dei suoi ruoli migliori che prelude al vecchio protagonista di “Sfida Nell’Alta Sierra” di Peckinpah con cui ha inizio la stagione matura del western crepuscolare. La grandezza sua e di Lee Marvin trova l’apoteosi nel duello finale. Una spianata deserta, una cassa d’oro buttata lì nella la polvere, un ex sceriffo menomato ad una gamba che si regge su di un fucile, e un bandito avido che teorizza con irriverenza e lucida intuizione mitica il valore di quel duello. Uno dei migliori della storia del western.

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