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Dune: Parte due

Regia di Denis Villeneuve vedi scheda film

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La recensione su Dune: Parte due

di alan smithee
4 stelle

locandina

Dune: Parte due (2023): locandina

AL CINEMA 

"Chi può distruggere una cosa ha il pieno controllo su di essa."

Questa è una sola delle almeno cento frasi fatte, magniloquenti quanto dimenticabili, che si perdono come granelli impalpabili in un oceano sabbioso di dune che sovrasta ogni inquadratura nel film.

Un deserto ove un ipotetico messia, nato eletto, ma in cerca di prove concrete di affermazione, si trova a costruirsi la propria palestra di esperienza al comando. Imparando a cavalcare i giganteschi vermi che popolano gli oceani di polvere, come se da ciò potesse trarne chissà quale beneficio (in fondo esistono comodi, ma forse sin banali elicotteri-libellula come in Avatar, in alternativa al verme preso al volo come un cavallo imbizzarrito).

Nel frattempo il nemico sfruttatore dell'unica ricchezza esistente in quel pianeta morto, ovvero la Spezia, si organizza per scongiurare la venuta dell'eletto.

 

Timothée Chalamet

Dune: Parte due (2023): Timothée Chalamet

Austin Butler

Dune: Parte due (2023): Austin Butler

Dune di David Lynch, imperfetto e pasticciato, incompleto e scult, accese il cuore di sedicenne che fui con emozioni visive e lampi geniali di una storia che si interrompeva sul più bello per motivi di budget e di serie incomprensioni sul set. Dune di Denis Villeneuve, regista tecnicamente sontuoso e senza macchia, conferma la premessa di una prima parte già fiacca e priva di mordente, utile solo a celebrare una tragica circostanza luttuosa: la morte della fantascienza.

Già molti dubbi erano sorti decenni fa, ai tempi delle due trilogie che seguirono ad una prima geniale di Star Wars tra i lontani '70 e i primi '80, con sei film-seguito anche in quel caso stupefacenti al massimo solo a livello di fattura, ma asettici quasi tutti quanto a presa emozionale.

Qui a peggiorare le cose ci si mette una fantascienza che cita e sfrutta ottusamente il passato: lo copia, lo fa rivivere trasformando il tempo trascorso e documentato dalla storia, in un futuro retrogrado ed apocalittico, fallendo inesorabilmente da diversi punti di vista. Basti pensare in passato anche allo scempio di Stargate di Roland Emmerich, occorso ormai un trentennio orsono esatto.

 

Javier Bardem

Dune: Parte due (2023): Javier Bardem

Stellan Skarsgård

Dune: Parte due (2023): Stellan Skarsgård

Nel dittico Dune appare mortificato ed appiattito anche il cast sontuoso che popola il set. E senza per forza dover scomodare Timothée Chalamet, comunque appannato e distratto, si consideri, come esempio eclatante, il personaggio del folle Feyd-Rautha interpretato qui da un Austin Butler rigido come un cyborg: lo si confronti al medesimo personaggio interpretato da un folgorante Sting, seminudo, sexy e folle nelle sole 2/3 rapide sequenze in cui il cantante viene coinvolto.

Un abisso li divide.

Un confronto che distrugge senza pietà questo film trofio e vuoto di Villeneuve.

Per non parlare del pustoloso barone Vladimir Harkonnen del film dell'84, sostituito da un altrove validissimo Stellan Skarsgård, qui imperturbabile ma completamente privo di fascino o carattere.

Zendaya

Dune: Parte due (2023): Zendaya

Dune: parte due è purtroppo un blockbuster solo tecnicamente impeccabile, girato con una destrezza innegabile, che conferma le doti ineccepibili di un grande cineasta che dimostra grandi capacità di organizzazione ed affidabilità del medesimo.

Ma anche ahimè un prodotto di quasi tre ore di durata che regala uno zero assoluto a livello di emozioni: zero pathos e il ricatto sin troppo elementare di un futuro che si aggrappa troppo pedissequamente ad un passato glorioso, costretto come si ritrova a scopiazzare la maestosità di sfide in arene romane alla Ben Hur e riprodurre seducenti scene di massa in bianco e nero che ricordano troppo da vicino la fantascienza espressionista dei primi film anni '20 e '30 di Fritz Lang.

E il messia in crisi di identità, e la terra promessa, e il popolo reietto e diseredato: tutti espedienti stracchi usati ed abusati, magari colpa originaria di una base narrativa da cui è tratta la storia, ma di fatto responsabilità di un film magniloquente perfetto solo nella tecnica. Una volta di più, dopo la visione di questa seconda noiosa parte, avercene dei "Dune lynchani" scult e devastati in post-produzione, ma pieni di pathos e foriero di emozioni anche sciupate in soluzioni narrative incidentate e sospese. Sempre meglio quest'ultimo che una ottusa sontuosità fine a se stessa.

Dune: parte due sarà certamente un successo, alimenterà la decisione di proseguire con una terza parte, ma celebra anche inesorabilmente la triste morte di un genere, e la fine dell'emozione sul grande schermo.

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