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Asteroid City

Regia di Wes Anderson vedi scheda film

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La recensione su Asteroid City

di Alvy
6 stelle

Le grandi opere andersoniane sono decisamente altre

 

The French Dispatch era la concretizzazione cinematografica di un teorema centrale di tutte le arti: quando la straordinarietà attacca con successo la classica ordinarietà ferendola a morte, è come se, in qualche modo, perdesse qualcosa della propria identità e finisse per trasformarsi in una nuova ordinarietà, in una nuova classicità. Perpetuare insistentemente una formula vincente, innovativa, moderna e originale significa, a lungo andare, uccidere quella formula, renderla classica e già vista. E, allora, se non si voglia diventare ciò che si è sempre combattuto e che è nemico dell'ispirazione artistica (cioè l'ordinarietà, il compitino, la minima variazione sul già visto), non si può fare altro che prevenire tale degenerazione e uccidersi. Artisticamente parlando, si intende.

 

Era tutto estremo, tutto vorticoso, tutto frenetico nella delineazione dell'edizione commemorativa del giornale "The French Dispatch", prossimo alla chiusura per volontà testamentaria del fu direttore Arthur Howitzer Jr., interpretato dal sodale di una vita, Bill Murray, deceduto in seguito ad un attacco di cuore. La chiusura del giornale, dichiaratamente ispirato al periodico "The New Yorker" che il regista iniziò a leggere da ragazzo, simboleggiava la presa di coscienza della fine di un percorso di cui il film voleva rappresentare un ultimo giro, una finale rievocazione, mediante la narrazione della ripubblicazione dei tre migliori articoli mai scritti. Ogni frame del film del 2021 emanava un grande amore per la narrazione, per lo storytelling, per l'ibridazione di generi (commedia, noir, animazione) e influenze stilistiche (Vincente Minnelli, Douglas Sirk, Jacques Tati) cui la cornice giornalistica contribuiva efficacemente a darne un sapore tipografico veramente acceso, pur in un'ottica di decostruzione personale ai limiti dell'autoreferenzialità.

 

Un ultimo giro dai contorni crepuscolari che accresceva la curiosità per il nuovo film del regista di Houston che avrebbe potuto rappresentare, a buon diritto, un sostanziale cambio di direzione rispetto alle solite direttrici degli ultimi trent'anni di carriera.

 

Invece, Asteroid City replica l'assunto di base di The French Dispatch: discorsi metatestuali insistiti, cinema nel teatro, teatro nel cinema, cambi di formato e colore, insensatezza della vita a cui né la religione né la scienza né l'alterità extraterrestre né l'arte sembrano poter dare una risposta efficace, incomunicabilità relazionale. La rinuncia ad una narrazione episodica in favore del ritorno ad un'unica materia organica finisce paradossalmente per appesantire la struttura di racconto: sbilenca, slabbrata, anticlimatica, ingolfata di personaggi e situazioni appena abbozzati. In generale, a far apparire Asteroid City come un passo indietro rispetto a The French Dispatch, che pure a sua volta era lontanissimo dagli apici straordinari di I Tenenbaum, Grand Budapest Hotel o anche solo L'isola dei cani, è la mancanza di gusto nella narrazione, di amore per il racconto, di voglia di stabilire un contatto con un altro da sé (cioè il pubblico). Al di là delle preziosità scenografiche, anche la confezione stessa, meno brillante del solito, sembra riflettere questa chiusura egotica e depressiva.

 

Accettare un film autoriflessivo sulla propria crisi d'ispirazione è cosa buona e giusta, accettarne due consecutivi è diabolico.

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