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I recuperanti

Regia di Ermanno Olmi vedi scheda film

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La recensione su I recuperanti

di Peppe Comune
8 stelle

Gianni (Andreino Carli) torna al paese natale sulla Altopiano di Asiago dopo aver fatto la campagna di Russia durante la seconda guerra mondiale. La prima cosa che fa è quella di mettersi a cercare un lavoro per respingere i fantasmi della fame. Dopo diversi tentativi non andati a buon fine, conosce quasi per caso il vecchio Du (Antonio Lunardi), che in stato di ubriachezza gli racconta che lui riesce a guadagnare dei soldi rivendendo i residuati bellici recuperati sulle alture dell’Altopiano. Gianni decide di collaborare con il vecchio in questa particolare occupazione, la sola che può dargli di che sopravvivere. Un lavoro che presenta anche dei pericoli e che lo ricaccia nei ricordi brutti della guerra.

 

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I recuperanti. Scena

  

“I recuperanti” di Ermanno Olmi è un film che cammina ai margini dell’Italia del dopoguerra, un paese ancora ferito che si apprestava a vivere il suo miracolo economico. Ispirato alle vicende di vita vissuta di Albino Celi (conosciuto come il vecchio Vu) e sceneggiato da Olmi insieme a Tullio Kezich e Mario Rigoni Stern,  il film ci catapulta in un ritratto d’ambiente che guarda alla civiltà contadina come modello culturale più prossimo e che anela a scollarsi di dosso i tentacoli opprimenti della miseria più nera.

Con “I recuperanti”, Ermanno Olmi riprende il filo stilistico con la sua pregevole esperienza da documentarista e anticipa le atmosfere contadine che distillerà a piene mani in quel capolavoro di sapienza antropologica applicata al cinema che è “L’albero degli zoccoli”. A dimostrazione che quello di Olmi sa essere un cinema di sospensione, tra l’aderenza alla realtà che scorre e la riflessione acuta su ciò che il genere umano si sta lasciando alle spalle, tra lo stile “verista” della narrazione e gli slanci sperimentali della messinscena. Sempre con tocco leggero ed elegiaco, lasciando trasparire la poesia tra le pieghe del racconto per immagini.

Con “I recuperanti”, Ermanno Olmi ci porta sulle montagne dell’Asiago, in quello che fu un palcoscenico di guerra e che, per la sua ancestrale bellezza, è ridiventato un territorio di pace. Ma è su questa ambivalenza che si gioca il senso profondo del film, che si fa specchio di un paese che ha visto concludersi la sua guerra in armi ma che ancora non conosce la sua pace civile. Non deve infatti sfuggire la portata simbolica che sin dal titolo percorre tutta la pellicola, in perfetto stile Olmi, bravo ad equilibrare il realismo del racconto con le opportunità metaforiche offerte dal modo in cui il narrato viene rappresentato. Dietro il lavoro di Gianni e del vecchio Du c’è la povertà di un popolo che è disposto a fare qualsiasi cosa pur di guadagnare qualche soldo. C’è la civiltà contadina espulsa violentemente dalla storia che vuole ritrovare il suo equilibro bucolico. C’è la terra che vuole essere ripulita dalle sue impurità e riconquistare la sua fertilità calpestata. Ci sono le montagne che non vogliono più essere un campo di battaglia, ma ritornare ad offrirsi come riposo elegiaco per gli occhi. C’è la tecnica che avanza, che può facilitare il lavoro dell’uomo ma anche fargli dimenticare l’importanza delle sue radici più profonde. C’è l’Italia che vuole rialzare la testa recuperando il suo orgoglio ferito dopo il ventennio fascista.

C’è una sequenza molto bella ed emblematica che ritrae il vecchio Du indicare a Gianni un dato posto della montagna dove è cresciuta una fitta vegetazione. “Lo sai perché quel posto è più verde degli altri”, gli domanda. “Perché li sotto ci sono seppelliti tanti morti”, gli risponde sempre il vecchio. Il senso del macabro si affaccia all’improvviso direttamente dalle viscere della terra, la guerra ritorna a far vedere i suoi spettri malefici, la sua faccia cattiva. Anche se si fa narrazione da trasmettere, memoria da tramandare, idea da ricordare, la guerra rimane una questione insoluta perché è parte della storia del mondo. Come a suggerire che non c’è pace per chi vive di stenti e di solitudine.

Ermanno Olmi trova sempre il modo di insinuare concetti profondi in maniera leggera, di trasmettere poesia per immagini con calcolata perizia registica. Lo stile di un maestro di discrezione.   

 

 

 

              

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