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Rumore bianco

Regia di Noah Baumbach vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Rumore bianco

di darkglobe
9 stelle

Nonostante il tema della morte sia onnipresente, il film è tutto fuorché deprimente ed anzi mescola con disinvoltura quasi spericolata, ma sempre gradevole, la satira feroce, la commedia, i toni drammatici ed il thriller.

Premetto che ho lasciato questa recensione in cascina per un paio di settimane: scrivo spesso annotazioni da sviluppare ma poi mi chiedo sempre se ne valga la pena di completare il lavoro sfiorando il rischio della ripetitività e della noia. Difficile aggiungere qualcosa alla valanga di parole profuse su White Noise e su questo stesso portale appare l’ottima recensione di  @mck che dice già tanto, forse tutto.

Proviamoci comunque.

 

Intanto l’omonimo romanzo, l’ottavo di Don DeLillo, anno 1985, vincitore del National Book Award, per certi versi affondo spietato su temi universali, per altri incredibilmente preconitore di un certo declino culturale ed etico dello stile di vita occidentale.

Vani i tentativi negli anni di tradurlo in forma cinematografica. “Emma Cline even wrote a short story called White Noise in 2020 about Harvey Weinstein hoping to reclaim respectability by making a DeLillo movie“ (Peter Bradshaw, The Guardian)

Qualcuno sostiene che il regista newyorchese Noah Baumbach, confortato dal successo di Storia di un matrimonio, abbia voluto strafare sovrastimando le proprie capacità di regista e sceneggiatore; altri come il sottoscritto ritengono che Baumbach fosse tra i pochi in grado di affrontare l’impresa… riuscendoci.

Il film, che apre la 79° Mostra del Cinema di Venezia, è focalizzato sulle vicende di una famiglia americana degli anni ‘80. Il capofamiglia Jack Gladney (Adam Driver) è un professore che si è guadagnato la fama di massimo esperto di Hitler, insegnando nazismo avanzato al College-on-the-Hill, pur dovendo ricorrere a lezioni private di tedesco come quegli esperti di filologia che non padroneggiano la lingua oggetto dei propri studi. La moglie Babette (Greta Gerwig) insegna aerobica ad un gruppo di anziani. I due escono da ben 3 precedenti matrimoni e vivono con 4 figli: Heinrich (Sam Nivola) e Steffie (May Nivola), avuti da Jack “con le mogli uno e tre”. Denise (Raffey Cassidy), di Babette “col marito due”. Wilder, il piccolino, figlio di entrambi.

 

White noise si sviluppa in tre atti in cui nel primo va in scena la quotidianità della caotica famiglia di Jack. Quello che di primo acchito emerge è una sorta di incomprensione reciproca in cui tutti in famiglia paiono parlare senza ascoltarsi, con discorsi assurdi e domande/risposte assolutamente degne delle peggiori mistificazioni scientifiche (Come galleggia un astronauta? - È più leggero dell'aria!) in parte figlie dell’incessante bombardamento cognitivo che subiscono i familiari da scuola, amicizie e soprattutto mezzi di informazione - la televisione sempre accesa – con l’effetto di rielaborazioni personali che diventano una sorta di surrogato del reale. La famiglia così rappresentata perde il suo ruolo di nucleo fondante e fondamentale della società presentandosi quale “culla della mistificazione”.

Il flusso informativo senza soluzione di continuità costituito da parole, immagini, fatti nel quale la televisione ha il ruolo di cannone mediatico (si pensi all’oggi con l’amplificazione dello stesso fenomeno via social), viene periodicamente interrotto da spettacolari incidenti che rappresentano un “secolare ottimismo” con cui si possa risvegliare un’attenzione intorpidita dal suddetto cumulo informativo. “Osservate un incidente d'auto in qualunque film americano: è un momento di grande euforia, come il volo acrobatico di una volta o camminare sulle ali. Chi allestisce questi incidenti è capace di catturare un'allegria, un divertimento spensierato”. L’aspetto più interessante è che quegli incidenti, quell’addolcimento spettacolare del dramma, non potranno mai accadere a Jack e alla sua famiglia, a loro che sono ricchi. Babette afferma ironicamente che non riesce ad “immaginare la morte” a un certo “livello di reddito” mentre Jack è realmente convinto che la società sia “strutturata in modo che siano i poveri e senza istruzione a soffrire per i disastri naturali e provocati dall'uomo”.

Ne scaturiscono due elementi: il primo è l’addormentamento tardo-capitalista delle menti che allontana la possibilità del dolore e della morte dalle classi agiate, alimentando in loro l’illusione che l’opulenza ed il benessere possano tener lontani catastrofi ed incidenti.

Il secondo riguarda il tema trainante del film: non la paura ma una sorta di angoscia latente che nasce dalla paura stessa della morte e che ci accompagna fin dalla nascita (il noi nasciamo già morti di Ogihci Shirosaki).

Il rumore bianco, che alcuni critici identificano con l’anestetizzante bombardamento continuo di informazioni e la spinta consumistica tesi a lenire l’angoscia che accompagna il nostro vivere, è in realtà l’angoscia stessa che è dunque necessario sovrastare con qualsiasi mezzo per sopirla e attenuarne l’inquietitudine conseguente. Ecco che entrare in un supermercato, luogo antistress di stimoli preconfezionati "secondo percorsi di mercificazione che investono oltre i desideri la percezione stessa del reale" (Matteo Berardini, Pointblank), “significa assumere il consumo come luogo peripatetico di formazione del soggetto, ma anche individuare e scrivere qui la cifra del proprio godimento” riducendo “il tema della soddisfazione di sé al consumo di sé” (DeLillo). Questo luogo di esaltazione della merce  e reificazione dei consumi perde la sua tradizionale asetticità svolgendo una funzione terapeutica di “transizione tra la vita e la morte”.

 

Jack sa tutto di Hitler, si esalta quando ne parla, ma sa assai poco dei suoi figli e di sua moglie: sarà l’evento del secondo atto a tirarlo fuori dal suo recinto. Un catastrofico incidente tra un furgone ed un treno, le cui cisterne spigioneranno nel paese quello che all’apparenza sembrerebbe un innocuo “pennacchio”, produce in realtà una nube tossica gravida di Nyodene D. Lo stesso professore si troverà a venirne a diretto contatto durante l’evacuazione in atto, assaporando il terrore di una morte “reale” da esposizione prolungata, perché “così dice il computer” di un campo di sfollati - altro mito da sfatare sulla fallacità delle fonti la cui veridicità sembra garantita dalla presunta affidabilità del mezzo più che dalla fonte o dalla bontà degli algoritmi -.

In merito ad Hitler, personaggio che ha lasciato un segno nella storia sopravvivendo alla propria dissoluzione fisica, aspetto che in qualche modo ha attratto lo studioso costantemente afflitto dalla necessità di risolvere il conflitto con la propria fine, Jack ritiene che “Quando le persone sono spaventate, sono attratte da figure magiche. Figure mitiche. Uomini epici che intimidiscono e incombono. Diventare una folla è tenere lontana la morte. Uscire dalla folla è rischiare la morte come individuo, è morire da solo!”. Ritorna il tema della morte, disvelando in qualche modo la tendenza a volte palesemente irrazionale con la quale le folle acclamano inspiegabilmente individui iconici di vario genere, mantenendo coesione nel gruppo di idolatranti al pari di stormi di uccelli coreograficamente indissolubili. Si tratta di quelle stesse personalità che il suo collega Murray Suskind (mirabolante l’arrivismo spudorato e un po’ pavido che incarna Don Cheadle), specializzato in icone viventi, vorrebbe individuare in Elvis, il re del Rock and Roll, chiedendo a Jack una lezione congiunta che gli procuri pari fama e studenti.

Quella strabiliante lezione-confronto tra i due docenti viene messa in scena con un montaggio alternato di Matthew Hannam, in cui da un lato vi è la efficace teatralità delle movenze di Jack durante la lezione, paragonabili ad una danza macabra, dall’altro avviene la violenta collisione cisterne-furgone, con un incidente non tanto diverso da quelli filmici o da telegiornale visti fino ad allora in televisione. Qualcuno ha definito malignamente il montaggio di Hannam troppo ordinario non rendendosi conto del ruolo fondamentale del suo lavoro per restituire coerenza narrativa al testo di DeLillo.

La nube tossica rappresenta una sorta di “trasfigurazione della caduta del sogno americano e delle sue certezze” (Elisa Torsiello, Everyeye). Nonostante gli sforzi di un’imponente macchina tranquillizzante tesa a preservare se stessa con ogni strumento, incluso quello del martellamento mediatico, c’è costantemente il sentore di una società avviata al collasso a causa della sua insensatezza ed il verificarsi di quella catastrofe ambientale è il momento in cui le convinzioni si sfaldano, le certezze si perdono e la famiglia inizia ad aprire gli occhi fin dalle dinamiche interne. Esilarante a tal proposito il momento in cui Jack e Babe si rendono conto che il figlio Heinrich, fino ad allora da loro inascoltato, sembri “uscire dal guscio” arringando un gruppo di sfollati in merito ai danni provocati dalla nube.

Sta raccontando quello che sa sull'evento tossico.”-“ Che cosa sa?” – “Parecchio, a quanto pare.” – “Perché non dirlo a noi?” “Penserà che non vale la pena essere divertente e affascinante con i suoi.”

La diffusione della nube tossica diviene anche uno spunto per ironizzare su un aspetto tipizzante della società tardo-capitalista, la tendenza a interpretare ogni evento come un complotto, ridotto sempre più a forma di patetico sospetto popolare che possa giustificare il proprio senso di impotenza verso gli accadimenti. Sembrano lontane le sirene di Metropolis, Paris nous appartient, Under the Silver Lake - giusto per citare a caso tre film topici - nei quali il tema assumeva elementi di fascinazione. Qui siamo alla descrizione di un meccanismo mentale spicciolo e ossessivo, che parte dal micocosmo familiare di Jack e si estende alla folla inferocita per la subdola assenza di una TV che si rifiuta di certificare l’evento, ovvero alla più becera delle degenerazioni che trasformano una filosofia interpretativa dei fatti del mondo in una sorta di banalizzazione del reale, una melma indistinta in cui vero e falso riescono sempre meglio ed utilmente a confondersi.

Al terzo atto del film il pennacchio pare essere finalmente scomparso e vi è un apparente ritorno alla normalità, confermata da supermercati ancora più belli e stracolmi di prima.

Qui Jack subisce il colpo di grazia scoprendo, con l’aiuto della figlia maggiore, che Babe assume il Dylar, una pillola sperimentale per lenire la paura della morte. Peccato che quella pillola, smerciata da un fantomatico Mr. Gray (Lars Eidinger) in cambio di prestazioni sessuali, stia addirittura cancellando i ricordi della donna. Riecheggiano temi presenti nella sceneggiatura di Kaufman (Se mi lasci ti cancello) che potrebbe essere stata contaminata dal romanzo di DeLillo.

Questo terzo atto è probabilmente il più onirico, se si eccettuano gli incubi premonitori di Jack su Babe, e sembra che l’equilibrio familiare stia andando in frantumi. La fiducia verso la medicina e le pillole miracolose pare crollare e lo stesso accade per gli affetti una volta che Babette tira fuori il segreto che fino ad allora era riuscita a nascondere. Jack decide di mettere allora in atto la proposizione del suo collega che durante lo sfollamento gli aveva fornito cautelativamente una pistola dichiarando che “Uccidere è ottenere prestigio in vita. Forse la violenza è una forma di rinascita” riproponendo ossessivamente al collega il tema della vita e del mantenimento di sé oltre la morte.

Eppure, quando la situazione pare precipitare, si arriva ad un finale beffardo, fatto di suore infermiere non credenti ma funzionali ad alimentare il “necessario” credo nel prossimo ed un musical inneggiante alla rassicurante continuità consumistica sulle note dei ritrovati LCD Soundsystem.

Nonostante il tema della morte sia onnipresente, il film è tutto fuorché deprimente ed anzi mescola con disinvoltura quasi spericolata, ma sempre gradevole, la satira feroce, la commedia, i toni drammatici ed il thriller. White noise è in sintesi una riflessione epistemologica su una sorta di follia collettiva quale effetto di lungo periodo di un capitalismo sfrenato che ha come direttrici di sviluppo il bombardamento mediatico, la mistificazione del reale ed il plagio delle menti invogliate ad un iperconsumismo compensativo che giustifichi una appagante corsa al benessere egoistico ed al superfluo e che preveda come “lieve“ effetto collaterale possibili catastrofi ambientali la cui gestione sarà affidata essenzialmente al caso. Si stenta a credere che alcuni di questi temi (nello specifico quelli del bombardamento informativo) siano stati affrontati negli ‘80: allora erano intuizioni, oggi appaiono una lucida interpretazione dell’esistente.

 

La regia di Baumbach dimostra un controllo per certi aspetti quasi maniacale, sia sotto il profilo dell’ambientazione, visivamente quasi pop, sia per le connessioni narrative che poggiano sul ritmo incalzante delle battute e giocano con la magniloquente postura scenica di Jack; nulla pare superfluo o fuori posto, non vi sono ridondanze, rallentamenti, sfilacciamenti e la stessa colonna di Danny Elfman, a tratti volutamente classicheggiante, sembra vestire perfettamente gli elementi narrativi che accompagna, passando con analoga disinvoltura del plot dal romantico, al drammatico fino al thriller. Molto efficace anche la fotografia di Lol Crawley in particolare nel rendere palpabile il caos degli ingorghi automobilistici ed umani in seguito all’evacuazione. Memorabile la ripresa dell’inverosimile inseguimento della Land Rover da parte di Jack con l’epilogo surreale dell’attraversamento del fiume.

La coppia dei protagonisti è di assoluta eccellenza. Adam Driver è formidabile nell’interpretare il ruolo del professore a tratti nevrotico, incapace di guardare oltre se stesso, di comprendere i malesseri della propria consorte, di capire i segnali dei propri figli, infastidito dai loro comportamenti che possano anche solo lievemente incrinare la agognata stabilità familiare, perfettamente integrato nella logica del benessere sociale che esclude a priori la possibilità dell’incidente esogeno che metta a rischio la propria incolumità.

Amo Greta Gerwig per le sue formidabili prove attoriali in Damsels in Distress , Lola Versus, Il piano di Maggie; adorabile il suo tono un po’ svampito alla Judy Holliday e la sua capacità di raffigurare personaggi all’apparenza imperturbabili ma pronti a scelte fuori dalle convenzioni e dall’ordinarietà.

Lars Eidinger è fantastico nel suo ruolo che oscilla tra il salvifico (memorabile la scena del recupero del bambolotto tra la folla in preda al panico) ed il demoniaco (la stanza con la tv e le pillole sparse ovunque) e riconferma la sua esplosiva ed esilarante prestazione di tossico, malato di sesso della serie Irma Vep.

 

Nonostante per motivi quasi inspiegabili il film abbia ricevuto una non indifferente pioggia di critiche, è possibile affermare, con la certezza di non essere troppo lontani dal vero, che White Noise sia un film che finisce direttamente nella categoria degli imperdibili del nuovo secolo.

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