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Nostalgia

Regia di Mario Martone vedi scheda film

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La recensione su Nostalgia

di darkglobe
8 stelle

Una storia di recupero del tempo perduto sviscerata attraverso un percorso di incalzante riappropriazione della memoria e degli affetti

A guardare Nostalgia il pensiero ci riporta per alcune affinità d’ambientazione a Morte di un matematico napoletano, film dalla forma visiva assai grezza, caratterizzato oltretutto da un senso di devastante cupezza dell’ineluttabile, chiaramente voluto dalla co-sceneggiatura della Ramondino. Anche in quel caso il compianto Caccioppoli sembrava quasi perdersi tra i vicoli più oscuri di una parte della città partenopea per certi versi assuefatta al male e al dolore.

Martone oggi è un regista “maturo”. La sua cifra stilistica è più accessibile, oscillando tra il proprio mondo poetico e le ovvie necessità produttive. Così, attraverso le pagine di Ermanno Rea, ci racconta la storia di una vita spezzata, di un passato interrotto bruscamente; di un adolescente, Felice (Pierfrancesco Favino), figlio di una bella e nota sarta del quartiere Sanità, sottratto a seguito di un incidente alla propria città, spedito verso il Medio Oriente e poi migrato in Africa, dove diventerà negli anni imprenditore, sposandosi al Cairo e convertendosi all’islam, addirittura perdendo quasi aderenza con la propria lingua.

Il suo ritorno a Napoli dopo anni, per reincontrare l’anziana madre a cui ha a lungo inutilmente scritto senza sapere che fosse avviata alla cecità, è la storia di una ricerca, una sorta di accanito e quasi ingenuo recupero della memoria, condito da aspetti nostalgici e senso di vuoto interiore, visivamente sorretto da ripetuti flashback fatti di sfrenate e liberatorie corse in moto. Si tratta in altri termini di un percorso di riappropriazione che si sviluppa per anelli concentrici via via più a fuoco, quasi fosse un’indagine che si arricchisce di volta in volta di fatti dell’oggi per meglio comprendere quelli di allora; un viaggio in cui riaffiorano ricordi e affetti logorati dal tempo all’interno della Sanità, una sorta di città nella città. Il suo quartiere, prima solo immaginato nell’asettico albergo del Centro Direzionale, poi letteralmente riscoperto in ogni suo recondito vicolo, nei passaggi a piedi tra ponti, mura antiche, piccole attività commerciali, abitazioni fatiscenti o citofoni inesistenti, gente che ti osserva furtivamente e motorini che sfrecciano seguendo linee geometriche imprevedibili. La fotografia di Paola Carnera è un elemento di assoluto pregio e quasi necessario in questo film, tenuto conto di quanto possa essere difficile districarsi e dare il giusto valore estetico agli ambienti stretti e a volte claustrofobici del quartiere napoletano in cui è ambientata la storia: primi piani ricondotti allo stretto necessario, gran senso prospettico e bel gusto della composizione che danno al quartiere una visibilità per certi versi misteriosa.

Emanuele Palumbo, Artem

Nostalgia (2022): Emanuele Palumbo, Artem

La ricostruzione narrativa di Martone è assai plausibile pur tra qualche incongruenza o qualche accelerata di troppo in un film dall’incedere globalmente assai lento: i luoghi e le persone sono verosimili e nulla dei comportamenti di queste ultime appare irrealisticamente amplificato o macchiettisticamente sguaiato, così come naturali sono le loro scelte di vita che simboleggiano il perenne conflitto tra il bene e il male, tra gli slanci di una generosità conviviale e la mesta consapevolezza di un ambiente che vive la quotidianità della sopraffazione e della dolorosa necessità del male per la sopravvivenza.

Il bene è rappresentato dalla figura quasi rabbiosa di Padre Luigi Rega, prete che si sforza di strappare i ragazzi dalla strada creando o mostrando loro opportunità di vita migliori, personaggio di cui è rimarcabile l’interpretazione di Francesco Di Leva che già ne Il buco in testa mostrava quanto fosse a suo agio in ruoli tanto viscerali. La figura di Rega racchiude in sé quella certa operosità ispirata a Don Antonio Loffredo ma anche l’indole di accoglienza e propensione allo sdegno di Padre Alex Zanotelli, dalle cui famose parole di condanna (“Dio non manderà nessuno a salvarci, toccherà a noi dire basta”) trae spunto l’orazione per la morte di un giovane abitante della zona (chiaro il riferimento alla vicenda di Genny). La frequentazione del prete di strada da parte di Felice, perfino la sua confessione, realizzano uno strano sincretismo di fedi che mostra in qualche modo una possibile via di convivenza tra diverse etnie e religioni.

Il male è viceversa Oreste Spasiano (Tommaso Ragno), temutissimo boss locale: il solo nominarlo fa serrare finestre ed ammutolire gli astanti. Il boss, o “malommo”, porta dietro di sé una scia maleodorante di bische, droga, prostituzione e violenze e vive isolato in una casa che si raggiunge percorrendo le vie che si inerpicano da largo Miracoli verso le pendici boschive e splendidamente panoramiche di Capodimonte. Eppure quella casa (di cui colpiscono gli interni scarni e disordinati) e quel “mestiere” non sono altro che una prigione, una condanna a dover essere sempre e comunque una maschera, una rinuncia ad ogni sorta di affetto residuo e ad ogni scambio sociale che abbia la parvenza dell’umano.

Pierfrancesco Favino, Tommaso Ragno

Nostalgia (2022): Pierfrancesco Favino, Tommaso Ragno

Spasiano è d’altra parte l’amicizia perduta che alimenta il forte legame di Felice con il suo quartiere. Eppure per il boss l’arrivo improvviso di Felice va ostacolato, perché vissuto come il ricordo del tradimento, dell’abbandono: si tratta infatti di un amico perso, che ha a suo dire salvato vigliaccamente la pelle e costruito così una vita di successo lasciandolo solo nel suo irreversibile destino di malavitoso. La frequentazione da parte di Felice di Padre Luigi non fa che alimentare ulteriormente quel rancore, anche se un incontro tra i due vecchi amici sembrerebbe aver ristabilito la verità dei fatti e ribilanciato sentimenti ed astio.

Pierfrancesco Favino, Francesco Di Leva

Nostalgia (2022): Pierfrancesco Favino, Francesco Di Leva

Stride il contrasto tra la casa nel Cairo di Felice, con la bella moglie, l’ordine quasi geometrico dei quadri sulle pareti bianche, le vetrate linde da un lato e una indecente bettola alla Sanità dall’altro, quella che ospita la ormai malandata e un tempo corteggiata povera madre del protagonista. Un modo per identificare il male di un quartiere in cui la velocità del cambiamento, del miglioramento sociale, nonostante gli immani sforzi del prete di strada, è frenata dalle resistenze di un mondo per il quale il cambiamento stesso ed il riscatto sociale costituiscono un pericolo di dissoluzione di un sistema fatto di illegalità e malaffare. La necessità del male, oltre che la sua terrificante banalità distruttiva, portano in qualche modo a risolvere il vecchio conflitto affettivo, ma le conseguenze, come suggerisce una foto, saranno inattese e presumibilmente più dolorose del previsto.

Pierfrancesco Favino offre un’interpretazione memorabile, rappresentando efficacemente l’indole atipica di un uomo che non comprende la paura e vive con incosciente intensità la riscoperta dei propri ricordi. Bellissima e tenera la messa in scena del rapporto con la madre, con la pudica e commovente inversione dei ruoli in termini di accudimento. La cadenza verbale di Favino ondeggia con grande efficacia tra l’inflessione arabeggiante innestata su un italiano claudicante ed il napoletano via via recuperato, quando le frequentazioni si intensificano.

Nella coinvolgente colonna sonora, che rimanda cronologicamente agli anni 70, spadroneggia tra gli altri il krautrock dei Tangerine Dream.

Per certi versi Nostalgia è un film che ricostruisce un’atmosfera assaporabile su più livelli di comprensione e riflessione personale, di cui quelli più intimi paiono essere riservati solo ai profondi conoscitori della città, dei suoi quartieri e delle consuetudini sociali che li caratterizzano. Ma questo non ne impedisce a chiunque la godibilità della visione.

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