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Black Phone

Regia di Scott Derrickson vedi scheda film

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La recensione su Black Phone

di YellowBastard
5 stelle

Fin dagli anni’70 il cinema mainstream americano si é appoggiata spesso e volentieri agli incubi di un narratore maestro nel raccontare l’orrore che si celava dietro agli angoli più remoti del sogno americano: Stephen King.

Dopo tutti questi anni il cinema hollywoodiano, pur continuando ad attingere ai suoi romanzi, ha iniziato a interessarsi anche al materiale “originale” (ma sempre estremamente debitore, per motivi non soltanto commerciali, al maestro del brivido) di un altro autore di storie dell’orrore come Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillstrom King, ovvero proprio il figlio dell’autore di It di altre centinaia di romanzi e, a sua volta, prolifico autore di storie sempre legate  all’orrore o al paranormale.

 

Las primeras reacciones de The Black Phone llaman a Ethan Hawke Horror  profundamente inquietante - La Neta Neta

 

Tratto da un breve racconto dell’autore di Locke & Key (a sua volta trasportata con successo in un serial televisivo) la nuova pellicola prodotta dalla BlumHouse di Jason Blum e distribuita dalla Universal segna anche il ritorno al genere orrorifico del suo regista Scott Derrickson che, dopo la parentesi nel MCU con Doctor Strange, adatta insieme allo sceneggiatore C. Robert Cargill il racconto soprannaturale Black Phone e torna a collaborare, dopo Sinister, con l’attore Ethan Hawk ma in un ruolo, questa volta, del tutto inedito, infrangendo la sua stessa regola, come nel recente serial di Moon Knight, di non interpretare mai dei “bad guy”.

 

Black Phone é una storia minimalista in uno stile pauperistico quasi ostentato, narrativamente essenziale e girato quasi esclusivamente in (pochi) interni, con appena tre protagonisti principali ed essenzialmente fondato sul dialogo e sulla scrittura.

E’ anche un racconto (di formazione) molto attento a certe sfumature psicologiche, estremamente debitore (perfino ossequioso?) alla narrativa di King, per un period drama che cerca di evitare facili scorciatoie nel cercare di maneggiare un materiale narrativo anche complesso, che oltre all’immaginario orrorifico cerca una forte attenzione al dettaglio umano che garantisce alla pellicola una dignitosa profondità, di intenzioni e di forma, e che lo distingue in parte dagli horror contemporanei, più alla ricerca invece di uno shock facile e immediato.

 

La pellicola si riallaccia invece a un cinema più classico e a una messa in scena riuscito sia dal punto di vista narrativo (che riprende molto della cinematografia anni’70) che formale (la pellicola é ambientata proprio negli anni’70), per un’allegoria fantastica sia sui traumi dell’infanzia che sul liberarsi delle catene (non solo metaforiche) della pubertà e sulle difficoltà di diventare adulti, come anche nel farsi valere alle minacce di un mondo spesso ostile, anche nelle sue principali figure di riferimento.

 

Infatti quello presentato in Black Phone é un mondo spesso crudele e misantropo, perfino eccessivo forse anche per una qualche rappresentazione “realistica” del disagio adolescenziale dei suoi protagonisti, per una violenza comunque sempre tangibile (e costante) e la fascinazione di un’atmosfere greve e (spesso) respingente, oppressiva nella sua disperazione dilagante e senza freni.

 

The Black Phone Release Date, Trailer, Plot, and Everything We Know

 

Everything We Know About The Black Phone 2 | Screen Rant

 

Questo però comporta alcuni salti di logica o che richiedano una eccessiva sospensione dell’incredulità, dalla presenza/assenza di alcuna autorità o forma di assistenza ai ragazzi (dalla polizia alla scuola fino alle stesse famiglie) alla continua presenza di una violenza (spesso tra gli stessi ragazzi) dalle conseguenze o dai postumi piuttosto risibili fino all’invisibilità, narrativamente di comodo, del Rapace che gli permette di agire indisturbato (e spesso in pieno giorno) con una nonchalance assoluta, quasi diabolica (in fondo si maschera da diavolo, no?).

 

Inoltre non sempre la sceneggiatura funziona a dovere e se, da un lato, risulta comprensibile la totale mancanza di un passato o di vere motivazioni per il Rapace, e lasciate all’immaginazione del pubblico, la sua scrittura fin troppo “gamesificata” (al protagonista aspettano piccoli incarichi che, una volta portati a termine, lo premiano con una crescita “esperienza” e/o con l’acquisizione di nuove “abilità” che gli permettono poi di superare il livello successivo) o la mancanza un po' più elaborata sull’impatto di una tale vicenda sulla vita dei protagonisti e su quella pubblica di un’intera comunità lasciano un po' il tempo che trovano, inoltre non c’é quasi mai un vero senso di terrore palpabile (lo stesso villain non sembra poi così inarrestabile) se non, retroattivamente, su quanto raccontato dai fantasmi delle giovani vittime che “comunicano” da una linea telefonica che, come loro, dovrebbe invece essere morta (anche la totale assenza di una qualche spiegazione su questo lo trasforma da "evento" drammaturgico a semplice "escamotage" narrativo) puntando invece su una regia squisitamente horror, specie sul piano estetico, ma facendo ancora troppo affidamento sui movimenti della MDP o sugli inevitabili jumpscare.  

 

Ethan Hawke negli horror da «Sinister» a «The Black Phone» (e oltre) | GQ  Italia

 

Nascosta per tutto il film dietro una maschera componibile (e che permette di mostrare, a bisogno, solo alcune parti del volto) l’interpretazione di un disturbato Ethan Hawk, personaggio che vorrebbe essere stratificato ma che, personalmente, mi risulta invece incompleto, e che funziona bene soprattutto nel confronto con il giovane Mason Thames ma a svettare fra tutti è probabilmente la formidabile Gwen della giovanissima Madeleine McGraw con una prova autoriale degna di colleghi ben più navigati di lei.

A completare il cast un redivivo Jeremy Davis.

 

VOTO: 5,5

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