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In the Mood for Love

Regia di Wong Kar-wai vedi scheda film

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La recensione su In the Mood for Love

di LorCio
10 stelle

«Siempre que te pregunto | que cuando y como y donde | tu siempre me respondes: | “Quizas, quizas, quizas”». Nello stato d’animo per l’amore si incontrano varie componenti, ma tutte sono più o meno contraddistinte da una costante: l’inquietudine derivata dalla consapevolezza della breve durata. L’universo che abitano le due anime sole di questo infuocato melodramma al calor bianco è troppo piccolo per non unire le due solitudini che si cercano, si inseguono, si schivano. E che alla fine si trovano, perché convinte dell’infedeltà dei rispettivi coniugi. Gli occhi si incrociano per le scale anguste di modesti condomini di Honk Kong, le gambe delle donne (“compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia“, come diceva il sommo Truffuat) esprimono una sensualità arcana e sfuggente. Specie se la donna è quella della porta accanto, conosciuta solo di vista, ma inevitabilmente destinata all’indagine introspettiva attraverso l’incontro. Wong Kar-wai fa un cinema che avvolge le anime fuggenti sotto la pioggia dei peccati, architetta con raffinatezza un oggetto caldamente sensibile nel quale, da principio, sembra che non accada niente. In realtà brucia dentro, cova sentimenti misteriosamente soffusi, si accende a poco a poco raggiungendo catartiche sensazioni di affascinante sensualità. Il silenzio regna nella prima parte, quel silenzio rotto dal rumore della passione che cresce lentamente, che poi è paura di toccarsi e di scoprirsi.

 

 

«Y asì pasan los dias | y yo desesperando | y tu, tu contestando: | “Quizas, quizas, quizas”». La disperazione corre lungo il film, morde i sentimenti angusti di un uomo e di una donna un po’ afflitti e un po’ rassegnati, convinti di non far la cosa giusta pur seguendo la ragione a scapito dell’istinto. Wong Kar-wai esamina i due corpi, li studia per giungere a conclusioni non affrettate, e alla fine offre il suo responso (che poi è sempre il solito): l’amore fa male. C’è una dimensione del dolore che scava nel profondo delle coscienze e non lascia sempre il giusto spazio alla gioia dell’innamoramento. Anche perché quel che manca a questi due amanti platonicamente rarefatti è proprio quella dose essenziale di carnalità passionale: non vogliono fare come i loro coniugi (dei quali sospettano una relazione – e di cui non vediamo che le spalle o non sentiamo che la voce, quasi a voler evitare un qualunque contatto con le loro presenze), non devono piegarsi al gioco cedevole della passione fisica. Hanno timore di farsi vedere insieme, conoscono la maliziosità degli uomini (e delle donne, specialmente) e, tuttavia, non vogliono che gli altri annientino la bellezza di un sentimento di tale portata. Avvolti nella musica evocativa di tempi passati, colorato con tinte cromatiche sottilmente eccentriche, fotografato con l’umiltà garbata di chi si rende conto di invadere i territori invalicabili del privato ardente, è uno dei rari film romantici degli ultimi anni, omaggiante un cinema che non si fa più (perché la violenza e l’arroganza hanno rubato il testimone alle passioni), afferma il primato incontrastato dell’amore come male e terapia al contempo (alla faccia di Epicuro), non riesce a distaccarsi dalla presa diretta e si lascia immergere nella atmosfere intense di un sogno a breve scadenza.

 

 

«Estàs perdiendo el tiempo | pensando pensando | por lo que mas tu quieras | hasta cuando, hasta cuando». Abitanti delle scene (che respirano e gridano con veemente delicatezza), Tony Leung e Maggie Cheung ci sono, vivono, appassionano con raro coinvolgimento. Attraversano lo schermo, plasmano i personaggi che interpretano a loro stessi, si lasciano bagnare da una pioggia ineludibile (prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché la pioggia è sempre così presente nei film d’amore – ma la risposta la conosco già: sono le lacrime di un cielo che assiste complice e non trova altri metodi per dimostrare la propria partecipazione), si contemplano e si comparano. Terza protagonista della storia, l’onnipresente Quizas, quizas, quizas offre quel valore aggiunto fondamentale (senza dimenticare “Ojos verdes”) che rende memorabile questa inquieta e disperata canzone d’amor perduto. «Y asì pasan los dias | y yo desesperando | y tu, tu contestando: | “Quizas, quizas, quizas ». Memorabile. Dove poter, allora, confidare un amore che non può palesarsi per pudore e rispetto delle convenzioni ? Magari tra le macerie di un vecchio muro usurato dal tempo. Come un amore brutalmente interrotto, che cresce col tempo, e riaffiora nei ricordi mutevoli del tempo.

 

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