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Mank

Regia di David Fincher vedi scheda film

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La recensione su Mank

di Antisistema
6 stelle

Fa tanto rumore, ma vale tanto poco (Giacomo Leopardi).

 

S'è fatto un gran vociare di questo Mank di David Fincher (2020) già dal suo annuncio, con tanto di stimmate del capolavoro prima ancora di vedere la pellicola, perchè oramai al giorno d'oggi conta l'annuncio, le classiche quattro foto trapelate dal set, un trailer ad effetto, un bianco e nero tanto per far gridare al miracolo il cinefilo della domenica e la classica etichettatura del film come progetto della vita per far gridare già al capolavoro, poichè tanto il lavoro finito non importa più niente a nessuno, l'importante nell'epoca della post-verità è quello di essere convincenti, poi che ciò che si dica risulti vero o falso è una cosa secondaria, oserei dire che forse importa niente a nessuno, d'altronde il film stesso si dimostra illuminante in proposito nel confronto politico per la poltrona di governatore della California tra il candidato dei repubblicani Merriam sostenuto dall'establishment di Hollywood, con tanto di capi della MGM in testa che fecero confezionare falsi cinegiornali per sabotare lo sfidante Unpton Sinclair, candidato dei democratici e con trascorsi socialisti; a Fincher interessa in realtà poco la campagna elettorale, poco più di una situazione incidentale per il protagonista Herman Mankiewicz (Gary Oldman), nonostante la sua abnorme durata ed importanza dedicatale nella pellicola, aggiungendo un'ulteriore sconfitta al lungo curriculum dell'uomo nei confronti del sistema Hollywood capace di far credere alla gente ciò che esso vuole (ma un uomo sagace come Herman non c'era arrivato subito a tale conclusione? Questo è il problema quando è la trama a guidare i personaggi, non viceversa), tema ripetuto fino allo sfinimento da parte del regista, che compie l'errore di trasformare l'intera pellicola in una sorta di genesi di Quarto Potere di Orson Welles (1941), rinunciando a cercare la sua anima nel personaggio di Herman, di cui oltre all'alcolismo, all'umorismo tagliente e al presunto genio, tanto decantato dagli altri quanto non percepito dallo spettatore lungo le oltre due ore di durata, la pellicola nulla ci restituisce sull'essenza del personaggio, perchè troppo occupata ad inseguire Moby Dick, invece di costruire come personaggio prima il capitano Achab.
Non basta la filiazione di David nei confronti di Jack Fincher, per etichettare Mank come progetto "personale", perchè se lo fosse stato il regista si sarebbe accorto come la sceneggiatura vecchia di decenni, avrebbe avuto bisogno di una decisa sgrassatura nei dialoghi, più ciccia nei personaggi femminili (fermi nella concezione a quando venne scritta per l'appunto) e una sforbiciata nella mole di informazioni che per qualcuno restituiranno un'affresco storico preciso, ma poco più che una caotica massa informe di nomi e personalità che procedono per mero accumulo, di cui risulta evidente la natura di bozza su cui il padre del regista avrebbe dovuto lavorare ulteriormente in caso di approvazione della sceneggiatura per la lavorazione di un film, la troppa devozione filiale ha giocato un brutto scherzo ad un David Fincher, il quale se fosse veramente il maestro che si dice in giro, sarebbe dovuto intervenire (o chi per lui) per un aggiustamento di un copione che procede praticamente per accumulo compulsivo di situazioni, come se queste ultime fossero un pò l'ammasso di roba che Charles Kane ha accumulato invano nel corso della vita nella sua Xanadu, ma dove Welles lavorava di immagini barocche d'impatto ma concise, Fincher qui procede per verbose addizioni, sommergendo le immagini in un flusso incontrollato di parole e personaggi, sancendo l'incomprensione di fondo da parte del cineasta nei confronti dell'opera prima di Orson Welles, ma in generale di tutto il cinema di quest'ultimo, di cui mostra di aver capito ben poco come dimostrano le sue tristi interviste recenti in proposito. 

 

Gary Oldman, Amanda Seyfried

Mank (2020): Gary Oldman, Amanda Seyfried

 

Secondo il ritratto fattane nel film, Herman come Welles è il prototipo dell'artista maledetto le cui sceneggiature vennero rimaneggiate e bastardizzate dai produttori miopi, poichè come sostiene Louis B. Mayer, lui alla MGM vuole film che colpiscano il cervello, il cuore ed i coglioni; Herman solo il primo invece e questo non può che portare al naufragio di tutti i suoi progetti, ma solo questa mera spiegazione è troppo poco per giustificare due ore dove su Mank si dice troppo poco, perchè alla fine l'uomo e la sua esistenza sono finalizzate solo in funzione della stesura del copione di Quarto Potere, di cui vengono raccolte le tesi di Pauline Kael (smentite efficacemente da Peter Bogdanovich nel suo libro su Welles) sugli effettivi meriti del film più importante della storia del cinema, la cui nascita è vista come la messa su carta delle proprie esperienze vissute, più che dei propri demoni interiori; non vediamo mai lo sceneggiatore in crisi di ispirazione, oppure preoccupato per la scadenza ridotta di soli 60 giorni e il dover scrivere il copione nelle malandate condizioni fisiche in cui si ritrova attualmente per via di un incidente stradale.
Preso dal vezzi tecnici, dal gratuito formalismo di girare la pellicola in un bianco e nero troppo artificioso, lo strizzare spesso gli occhi alla messa in scena e al montaggio del cinema classico, di cui si sprecano le dissolvenze in nero ed incrociate, i grandangoli, le inquadrature dal basso, le citazioni prese pari pari dal capolavoro del 1941 (la bottiglia di vetro che cade) e la struttura a flashback, Fincher si perde nella non linearità narrativa, adoperandola anche quando non ce n'era bisogno (perchè alternare presente e passato interrompendo l'ottimo momento dell'improvvisazione del soggetto del film da parte di Herman durante una cena a casa di Hearst?) e si arrovella in un gioco meta-cinematografico che non appartiene al suo modo di fare cinema, risultando trito e ritrito anche rispetto a molte pellicole del cinema classico che avevano rappresentato Hollywood per quello che era.
Perso dietro la ricostruzione d'epoca e la buona messa in scena costruita ad arte per quanto artificiosa, Fincher emerge appieno nelle 2-3 sequenze di notevole livello quando si concentra finalmente su Achab e non su ciò che gravita intorno a Moby Dick, di cui all'uomo nulla importa, partendo in primis da Marion Davies (una tanto osannata Amanda Seyfried), passando per la governante teutonica (inutile e nullo il peso emotivo del momento pseudo Schindleriano della venuta conoscenza del salvataggio da parte di Mank di ben 100 tedeschi anti-nazisti) ed infine la segretaria Rita Alexander (Lilly Collins), della quale si capisce che all'uomo nulla importa delle sue vicende private; siamo innanzi al ritratto di un uomo arido e ben poco empatico con il resto del mondo, il cui puzzle dell'anima assume la forma semplicistica di un misero "ometto" capace di essere veramente anti-sistema solo quando si scola alcool a fiumi, alla fine come Fincher risulta così tanto contro la "fabbrica delle menzogne", che alla fine fa un giro a 180° arrivando alla nomination e alla vittoria dell'oscar! Alla faccia dei poveri numeri due nascosti da parte della sporca e cattiva Hollywood, che alla fine premia con la statuetta anche un cagacazzi a convenienza come Herman, con tanto di maldestro tentativo troll da parte di Fincher, che nei minuti finali tenta di mettere i piedi in due scarpe, citando successivi contributi da parte di Welles (Tom Burke) alla sceneggiatura, inserendo nei crediti di essa, il nome di Herman; ma non bastano queste postille e la saturazione citazionista di cui è pregno Mank, per fare di esso un film alla Orson Welles, perchè in Fincher manca lo spirito che muoveva il titano del cinema, tanto che per quanto discreto Mank, il suo genio originale e anti-conformista di Herman, così decantato a parole avrebbe meritato un approccio cinematografico altrettanto geniale e non parassitario a Quarto Potere, perchè alla fine "una copia non è che un banale duplicato" (Mamoru Oshii).

 

Gary Oldman

Mank (2020): Gary Oldman

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